Va bene che lo scrivano così gli alunni; va bene che anche nei sondaggi delle televisioni sia immancabilmente privo della sua necessaria appendice; va bene che uno, quando scrive rapidamente un esse-emme-esse o commenta velocemente il post di un blog, se ne possa pure dimenticare…
Però, insomma, almeno i titolisti di un quotidiano ad ampia tiratura nazionale, e in particolar modo quando parlano di scuola, se lo potrebbero tenere a mente, quell’accentino. Che è anche una piccola forma di rispetto per se stessi e per il lettore, come scriveva una volta un tale nemmeno tanto stupido.
E perché il sì, orfano di quell’accento, è anche un po’ meno sì, se non l’avete capito.

Magari succede solo a me: eppure non riesco a non mettere in connessione l’una con l’altra (notate: connessione) due leggi che si stanno facendo strada nel Parlamento italiano in questi giorni. Di una parlano un po’ tutti: è quella sulle intercettazioni telefoniche. Che, semplificando molto ma non tantissimo, dice che intercettare chi è sospettato di delinquere sarà difficilissimo d’ora in poi. E che quindi, beati noi, tutti potremo dirci i nostri più terribili segreti al telefono.
È una leggenda della preadolescenza, forse addirittura dell’infanzia; confermata da tutte le mie personali indagini sul campo: oltre la metà dei ragazzi che, quattordicenni, arrivano nel mio liceo credono che la grande idea rivoluzionaria avuta da Colombo sia stata quella di supporre che la terra fosse sferica e non piatta. E di partire verso il nuovo mondo, armato di quella sacra e rivoluzionaria convinzione. Quando gli dici che non era così, ti guardano stupiti. Ti dicono che a loro hanno insegnato questo, non si sa chi né quando né perché, ma glielo hanno proprio insegnato. E fanno fatica a crederti. Gli spieghi che già Dante, tre secoli prima di Colombo, sapeva che il pianeta terra era una sfera: ma non basta. Provi a dirgli di un geografo del terzo secolo avanti Cristo, che si chiamava
È morto
Lo so che è stancante parlare sempre delle stesse cose, lo so già benissimo da solo. Ma non sono mai quello che comincia. E oggi ha 

A me, tutta questa insistenza sull’esclusione di Gomorra dalle nominations agli Oscar stupisce davvero un po’. Come mi stupiscono tutte le dietrologie (alcune davvero risibili, come
C’era una canzone, nel disco di Pacifico del 2006, che non riuscivo a sentire senza commuovermi, nonostante l’ascoltassi ripetutamente. Forse perché parla di un’età che era la mia, che lo è tuttora. E parla della sottile sensazione di sconfitta che, per certe cose, ogni tanto, a quest’età, ti prende. La canzone si intitola L’incompiuta, ed è il motivo per cui mi sono tanto affezionato a quel disco e al suo autore. Da qualche giorno è uscito anche il nuovo cd di Pacifico. Si intitola Dentro ogni casa. Lo sto ascoltando in questi giorni e non ci ho trovato dentro niente di paragonabile a L’incompiuta; anzi, spesso ho l’impressione che certi arrangiamenti così orchestrali gli abbiano un po’ nuociuto. Però ci ho trovato altre cose che mi sono piaciute, alcune anche molto. Per esempio il primo minuto della prima canzone; o tutto il secondo brano, che si intitola Sembri una foglia ed è forse anche una bella canzone d’amore; o il finale di Spiccioli o il testo di Dentro ogni casa, il brano che chiude il disco. Pacifico è uno di quegli autori un po’ sottovalutati nel panorama della musica pop italiana, strangolata da una parte dai grandi cantautori della generazione precedente e dall’altra parte dalle Giusy e dalle Laure di turno. A me piace la sua sobrietà, il suo gusto in certi arrangiamenti, il suo saper elencare parole in particolarissime sequenze sillabiche e musicali che si rincorrono fino a ritornelli poco prevedibili e per questo efficacissimi. E poi c’era L’incompiuta, per la quale gli sarò sempre grato.
Il luogo comune è talmente trito, becero e sconcio, che perfino i giornalisti di repubblica.it non sono riusciti a crederci del tutto e nel giro di 12 ore lo hanno tolto dalla home page (ieri sera era lì, oggi non c’è più). Però, intanto, la marchetta l’hanno fatta, sereni immagino.
La cappella Sistina è affollatissima: ci saranno dentro due o trecento persone. Ma a guardare la volta con gli occhi spalancati e la bocca semiaperta siamo in quattro o cinque, non di più. Tutti gli altri fissano lo schermo a cristalli liquidi di una macchinetta digitale. Era già successo davanti ai Caravaggio di San Luigi dei Francesi. Solo monetine per illuminare la cappella e macchine digitali. E anche nelle stanze di Raffaello. Dappertutto è come un alveare tecnologico di megapixel, stabilizzatori di immagine, zoom ottico 3x o 4x, zoom digitale illimitato e incommensurabile.
