Ieri sera ho visto, un po’ controvoglia a dire il vero, il film su Bush junior (lo ha visto anche layos, che ne trae spunti diversi ma interessanti; e anche soloparolesparse, che ne parla bene). La mia controvoglia era motivata dalla considerazione che mi sarebbe piaciuto tanto vederlo nel 2004 un film del genere, quando il suo impatto sarebbe stato esplosivo, non ora che il potente di turno non è più potente (mi ha ricordato fin troppo la cascata di scritti antimussoliniani usciti dopo il 1945).
Ma anche a prescindere dalla controvoglia, il film non mi è piaciuto quasi per niente. Intanto perché non ho capito quale fosse il registro scelto da Stone. La denuncia politica? Il grottesco? La biografia psicoanalitica? Nessuno di questi filoni è mai perseguito con coerenza. Si passa da uno all’altro, come si fa con i piani temporali, senza una logica avvertibile (almeno a me) e con pretestuosa facilità. Così come pare davvero riduttivo ricondurre tutta la smania di potere dell’ex presidente a un rapporto edipico non risolto con il padre ex presidente pure lui. Insomma, W. è alcolizzato prima e tirannico poi solo perché il papà non gli ha mai voluto abbastanza bene? Tutto qui? Mi pare un po’ poco.
E poi tutti gli altri temi e personaggi: sempre solo accennati, senza nessuna vera novità rispetto a quello che un medio lettore di giornali potesse già conoscere; e spesso buttati alla rinfusa, come per farci sapere che, sì, c’era anche quella cosa lì o quel personaggio lì (e si tratta, a ben vedere, di aspetti mica secondari: il petrolio, la pena di morte, il ruolo di Donald Rumsfeld, e via così). Forse solo la figura di Colin Powell è tratteggiata con una certa complessità.
Ma insomma, la denuncia è un’altra cosa. E il grottesco e la psicoanalisi anche. E probabilmente pure la doppia presidenza Bush è stata ben altra e più deleteria cosa, rispetto a quello che Stone ha scelto di farci vedere.


Anch’io ho visto W.
Incredibile che due persone adulte, in salute, con compagne più o meno compiacenti, trascorrano serate di fronte a W.
E’ triste che la vita ci offra W, vero o falso che sia, ma soprattutto è drammatico che ci sottragga l’energia per non guardarlo: W in presona, e tutti i milioni di W che ci circondano, continuano a deprimere il nostro midollo, il sistema immunitario, la vista, l’udito e, pian piano, magari più agli scorfani che alle sogliole, la voglia stessa di procreare.
Poveri noi e poveri quegli stupidi dalla v doppia, lettera che almeno una volta significava qualcosa e che ora, ahinoi, indica solo la nostra colpevole solitudine.
Caro scorfano, solo davanti a W., promettimelo, non restarci più.
Promesso, cara sogliola, mai più da solo davanti a W. Almeno finché non mi dirà le altre lettere del suo nome.
Eh già, caro scorfano, chissà quale nome nasconde la famosa v doppia? Sai che non lo so? E’ incredibile il fatto che la pochezza dell’uomo non abbia suscitato in noi (in te sì, naturalmente) la curiosità di sapere cosa significhi la benedetta W. A posteriori opterei per Waterloo, e se dessi fondo alla tentazione azzarderei Water-closet. Ma il nome lo danno i genitori e il vecchio George non penso fosse così lungimirante da prevedere l’ascesa e il declino del proprio figlioletto: sarebbe come se i genitori dei nostri poveri capi di governo avessero apposto all’atto di nascita una seconda iniziale del tipo C. (C per Caporetto, a indicare le sconfitte nostrane, o peggio ancora C per Cesso, sintesi piena del futuro malgoverno ). Beh, consola il fatto che stamane, sul domenicale del Sole, c’è chi si compiace del fatto che almeno qualcuno, l’altra sera, abbia evitato il Grande fratello (24% di share) o X factor (12%) e abbia riflettuto su come va il mondo, guardando W. (7%). Pur senza sapere cosa volesse dire la famosa v doppia.
Comunque, diciamocelo, era meglio fare due passi, come credo suggerisca proprio la W. del giovane rampollo della famiglia texana.