Questa è una biopalla (altresì detta bioglobo, dai più esigenti). Me l’hanno regalata a Natale, suscitando l’entusiasmo mio e di molti altri che nel frattempo sono entrati in casa mia. Se si prescinde dal nome (e dal fatto che se ve ne regalano due, avreste tutto il diritto di equivocare), la biopalla è un oggetto meraviglioso.
È una sfera di vetro ermeticamente chiusa, di 15 cm di diametro. Al suo interno ci sono delle pietre, delle conchiglie, una formazione corallina e soprattutto delle microalghe invisibili. Di queste microalghe si nutrono i piccoli gamberi (che si chiamano anfipodi) chiusi dentro la biopalla. Poi ci sono anche microscopici vermi e lumache e dafnie, ostracodi e copepodi. Dicono che si vedono con una lente di ingrandimento, ma io non ho mai provato e non ho intenzione di farlo. Già sapere che ci sono mi inquieta abbastanza.
La biopalla ha una durata quasi decennale. È un ecosistema chiuso e autonomo, che ha solo bisogno della luce (e di un po’ di calore) per sopravvivere. Come tutti i regali un po’ originali, per i primi giorni in cui l’ho avuta in casa ho dedicato molto tempo alla sua osservazione; poi me ne sono quasi dimenticato. Nel frattempo i gamberi hanno assunto un colore rosso molto forte, segno di ottima salute secondo le istruzioni allegate alla biopalla. Ciò mi fa molto piacere e mi rende molto fiero.
Ma nel frattempo ho anche cominciato a pensare alla biopalla come a qualcosa di orrendamente metaforico. Non è difficile capire. C’è tutto un piccolo universo lì dentro, una prigione in cui tutto è vivo e si riproduce perfino. Guardo i gamberetti e mi chiedo se loro sanno. Non sanno, verosimilmente. Non sanno che basterebbe che io li chiudessi per un paio di giorni in un cassetto buio per farli morire tutti, loro e il loro mondo. Non sanno nemmeno di essere dentro una biopalla qualunque.
Non ditemi che non vi spaventa nemmeno un po’. Essere chiusi dentro una biopalla che è stata regalata a qualcuno per Natale. Essere in balìa di quel qualcuno. Un’entità superiore. Ma nemmeno troppo superiore, mortale pure lui, per esempio, e neanche troppo intelligente. Anche lui chiuso dentro una biopalla, semplicemente un po’ più grande ed evoluta. Anche lui in balìa di un essere superiore. Il quale, chissà, potrebbe pure essere, a sua volta, un lavoratore dipendente di qualcun altro. E via così a scalare. Di essere supremo in essere supremo, senza che la supremità arrivi mai ad esaurirsi.
Ognuno dentro la sua biopalla, tutti a litigare per accaparrarsi un pezzettino di biopalla in più o in meno, a discutere di regole e di convivenza, a esporre i propri dubbi e le proprie lamentele, a nascondere le proprie paure, ad aspettare che passi il tempo stabilito da qualcuno che non si sa chi sia.
La biopalla è bella ma inquietante, insomma. E ancora di più inquieta la prospettiva che un giorno, tra quattro o cinque o dieci anni, morirà. Bisognerà buttarla via, smaltirla. Magari romperla per separarne i pezzi secondo i dettami della raccolta differenziata dei rifiuti. Non si tiene una biopalla morta dentro casa. Porta male. Questo nelle istruzioni non c’è scritto, ma ve lo dico io, fidatevi.


Mi fido.
E, seppur curiosa, credo che non ne comprerò mai una.
(Lo dico perché sono affetta da disturbo ossessivo compulsivo che mi fa comprare tutto quello che è nuovo)
La cosa mi ha inquietato assai. Qui un paio di impressioni che la biopalla mi ha tirato fuori.
Informazioni più dettagliate sulle biopalle sul sito http://www.beachworld.it. E si possono pure comprare, se la prospettiva metafisica non vi ha sufficientemente atterrito.
(non è l’azienda di famiglia, se avete malpensato; che anzi non li conosco proprio e non voglio nemmeno conoscerli, quelli lì)
Grazie scorfano… Hai inquietato pure me… E ora cosa regalo a mio fratello per il compleanno?