Chiamo una ragazza per interrogarla di latino. Lei sbuffa platealmente. Sono stanco. Le dico di non sbuffare, che altrimenti sbuffo pure io, che ne ho molti più motivi. È una questione di minima educazione, le dico. Ho un tono brusco. Lei arriva alla cattedra con le lacrime agli occhi.
Ci sono giorni in cui è impossibile non sbagliare.


Sono circa 365 in un anno.
Coraggio, fai uno dei mestieri più difficili.
E’ quasi sempre la stanchezza che mi frega. Alla quarta o alla quinta ora consecutiva di lezione sono una larva e cado.
Quando si è stanchi, e purtroppo lo si diventa tardi, esce spesso il meglio di noi. Infatti, il primo a rimetterci le penne, una volta sopraggiunta la stanchezza, è il riguardo, quel sentimento borghese che ci rende eleganti, cortesi, addirittura vanitosi. Defunto il quale, si torna ad essere ciò che si è, genuini, onesti verso il pensiero spontaneo, senza più il filtro dei sensi di colpa. Che poi, recuperata l’energia, tornano a dirti che poverina l’hai maltrattata, l’hai fatta piangere, ohè ohè ohè, professore cattivo, e solo perchè, a modo suo, col linguaggio dei gesti, lei, la ragazza, ti ha mandato a quel paese.