La storia è di qualche tempo fa. Comincia in un tetro consiglio di classe (tetro, perché tutti i consigli di classe lo sono: sapevàtelo). Mentre si discute tra colleghi del profilo generale di una classe, io dico, senza pensarci troppo e senza sospettare di dire qualcosa che solleticherà l’attenzione di chicchessia, che a me quella sembra una classe di «discreti esecutori di ordini». Dopo di che, avrei anche finito e passerei a parlare di altro.
Ma naturalmente non ho fatto i conti con il collega Pancrazio, che fa dell’uscita inopportuna una delle sue specialità assolute, a livello mondiale. Quando entrano i genitori, infatti, il Pancrazio, che è l’addetto alle comunicazioni tra insegnanti e famiglie, a un certo punto, guardandomi, dice alle poche mamme presenti: «Come ha detto il prof. Scorfano, questa è una classe di discreti esecutori di ordini».
Una delle mamme capisce sul serio. Cioè capisce le implicazioni che quella definizione vuole avere. E quindi si rivolge direttamente a me, mi chiede spiegazioni. Io, innervosito, gliele do, senza addolcire nessuna pillola, anzi. Lei insiste, un po’ acida. Io replico acidissimo. Acidamente, la discussione si protrae per un paio di minuti. La mamma in questione si offende e alla fine del consiglio di classe se ne va senza salutare.
Aveva ragione lei, naturalmente. E avevo torto io a essere così perentorio (e a dire le cose a Pancrazio, anche). Ma, sebbene i giorni scolastici tendano sempre a passare rapidi, accavallandosi, quella mia formuletta dettata dalla stanchezza ed espressa con troppa disinvoltura ha continuato per giorni a ronzarmi nel cervello (rinvigorita dal mio personale senso di colpa), tra un neurone e l’altro. Perché la signora aveva ragione di prendersela e di offendersi, ma anch’io non avevo proprio soltanto torto. Certo, va preliminarmente ammesso che in ogni classe ci sono 25 ragazzi e ognuno è fatto a suo modo, generalizzare è idiota; ma è anche vero che sempre di più i ragazzi tendono ad appiattirsi su questo basso profilo dell’esecuzione passiva degli ordini. E perché lo fanno? Perché glielo insegniamo noi, ovviamente. E perché glielo insegniamo? Ecco, questa è la domanda a cui si deve prima o poi rispondere.
Io, una risposta certa ed efficace, non ce l’ho, come al solito. Ma ho un paio di idee, queste sì, che provo a scrivere, anche soltanto per vedere se magari a voi viene in mente qualcosa di un po’ più convincente.
La mia prima idea è che ragazzi eseguono gli ordini e spesso si limitano a quello, perché è quello è ciò che gli garantisce, con il minimo sforzo, un voto ragionevole alla fine dell’anno. Punto. Nessun altro motivo; quel po’ di convenienza che si chiama sopravvivenza scolastica. Certamente non tutti e non sempre: alcuni non eseguono affatto alcun ordine, altri fanno qualcosa di più ogni tanto, altri lo fanno sempre. Ma la tendenza media e generalizzata è senz’altro quella di eseguire ciecamente. E a noi insegnanti pare che questo sistema vada tutto sommato bene e glielo diamo volentieri, il loro bel voto. Perché anche la nostra è sopravvivenza scolastica. Innanzitutto perché ci risparmia fatica e lavoro. Non è bello dirlo, ma è così. Il meccanismo «spiegazione-studio-interrogazione-valutazione-sufficienza-promozione-vacanze» diventa un andazzo talmente meccanico da non richiedere quasi nessuno sforzo intellettuale, né a noi né a loro. Ci si accontenta di fare la minore fatica possibile. E poi ci si dedica al resto, che è quello che piace davvero. E che magari consiste nel guardare il Grande Fratello la sera, o una partita di calcio del campionato olandese, non so.
Certo la scuola dovrebbe essere ben altro, almeno in teoria: luogo di crescita e di confronto, di stimoli culturali e di critica, spazio di ricerca e approfondimento, assunzione di responsabilità intellettuali. Non è così invece. Affinché fosse così, la scuola, bisognerebbe ribaltarla dal fondo, aprirla il pomeriggio, organizzare biblioteche e aule dotate di computer e di connessioni, studiarci dentro e farci anche quel minimo di ricerca. Lavorare dalle 8 alle 18, come le persone normali, ed essendo pagati almeno il doppio, ci mancherebbe altro. A me piacerebbe, l’ho sempre detto, ma non accadrà comunque mai. Continueremo a fare meno fatica possibile e a lavorare nel modo più meccanico possibile, invece. E a insegnare agli studenti che si lavora così, sopravvivendo in vista d’altro, che è il tempo libero (libero?), quello in cui finalmente si esce e si consuma qualcosa.
Brutto che sia così, ma non è comunque l’unica ragione per cui la mia misera formuletta aveva comunque un suo senso. C’è, a mio parere, una seconda ragione, meno evidente ma altrettanto forte: ed è che da troppo tempo noi, in quanto insegnanti, siamo invischiati in meccanismi burocratici che paiono banali e degni tutt’al più di qualche ironia o imprecazione, ma che invece stanno determinando un profondo mutamento nel fare il nostro mestiere. Imprecare o riderci su non può più bastare.
Per esempio: per ogni voto che assegno devo predisporre una griglia di valutazione; e segnalare con cura gli indicatori della griglia; ogni verifica deve avere la sua tipologia di griglia, approvata dal collegio docenti e inserita nel POF (non sapete cos’è un POF? beati voi). Tutto deve essere registrato, verbalizzato, verificabile, a prova di ricorso e di tribunale. Tutto deve rientrare in parametri di “qualità” (si chiama così: qualità; si intende qualità dell’insegnamento, credo; si intende…) prefissati e approvati. Tutto finisce per tradursi in lavoro inutile e cartaceo, fatica sprecata, compilazione meccanica di tabulati, griglie su griglie su griglie su griglie, fotocopie a spese del contribuente, aggiunta di piccole croci su moduli predisposti da chissà chi.
I genitori sembrano contenti di questo andazzo, perché ci vedono dentro una garanzia di “qualità”, di lavoro ben fatto. E forse noi non li aiutiamo abbastanza a capire che è già da tempo diventato il contrario di un lavoro fatto bene. Che non saranno certo queste misere garanzie cartacee a garantire qualcosa di autentico ai loro figli (sempre che davvero i genitori desiderino qualcosa di diverso dalla pura sopravvivenza scolastica e dalla rassicurante sufficienza a tutti i costi, che non è affatto detto).
I nostri studenti, invece, imparano da noi. Non solo da noi, per fortuna, ma anche. E ci vedono fare il nostro mestiere in questo modo. A volte sono meglio di noi, altre volte semplicemente si adeguano (a volte sono pure peggio, che è tutto dire). E forse è proprio in questo loro adeguarsi che la scuola raggiunge il suo scopo. Lo sapete, l’ho già detto, ma il sospetto che ci sia un forte e chiaro progetto antropologico a determinare la deriva costante dell’istruzione di questi ultimi decenni è per me assolutamente lampante. Ed è come se convenisse, in qualche modo, che i ragazzi imparino ad essere «esecutori di ordini». Altro che ricerca e assunzione di responsabilità. Una scuola del genere (la mia scuola ideale) finirebbe con il fare dei danni a tutto il sistema, è ovvio. Il quale sistema non ha bisogno di intelligenze critiche, ma piuttosto di esecuzioni passive. Anche perché passivi esecutori di ordini andranno in cerca, prima o poi, di qualcuno che glieli dia davvero gli ordini; un qualcuno chicchessia, magari solo un po’ più scaltro di loro, uno che ha intuito che alle persone incerte dà un certo sollievo ricevere ordini perentori e indiscutibili. A noi, forse, è richiesto proprio questo: far imparare a eseguire gli ordini. E noi, per stanchezza o per superficialità, questo spesso facciamo.
Andranno nel mondo, i nostri studenti, e impareranno a usare le griglie e i moduli per la qualità. Diranno l’ovvio, perché li abbiamo abituati a pensare l’ovvio; usciranno in compagnia, si divertiranno, consumeranno una cena e un cinema.
Consumeranno quello che capita, sia esso un panino o un fortuito e mediocre rapporto sessuale occasionale. Il mondo ce li chiede così, noi li abituiamo così. Eseguire gli ordini garantisce successo e soddisfazione. L’Italia è piena di esempi che funzionano. Discreti esecutori di ordini ai posti di comando. Dove gli ordini dovrebbero darli, ma siccome non ne sono minimamente capaci, accettano di eseguirli.
A volte, il solo pensare di essere complice di questo progetto, mi annichilisce. Altre volte, cerco modi per non esserne complice e, se sono in una buona giornata, mi convinco che ci sto riuscendo. Il più delle volte, invece, litigo con le mamme difendendo posizioni indifendibili; e né io né le mamme ci rendiamo conto che tutti eseguiamo ordini, inconsapevolmente, per stanchezza e forza di inerzia, pensando l’ovvio, che altro non riusciamo più a pensare. Che altro costa un po’ di fatica in più.


E’ una riflessione interessante, anche se, a dire il vero, quando si sente parlare di scuola su giornali o telgiornali l’argomento prediletto è proprio l’opposto di quello che dici tu, Scorfano, e cioè il bullismo. Mi pare che la scuola sia anche un posto in cui, a certi, bisognerebbe proprio insegnarglielo, ad eseguire un po’ di ordini.
mi piace questo post, e non è incongruente con il discorso dei bulli, i bulli si tollerano per non avere troppe grane, facendo fintadi non vedere e degli altri si fanno , almeno per la gran parte, dei discreti esecutori di ordini, anche i genitori spesso operano in questo modo sui figli propri e degli altri, ed anche al lavoro ci si accorge, che se non si occupano posizioni di elevata professionalità non c’è nessun incentivo a non essere dei discreti esecutori di ordini, l’orgoglio forse, ma l’orgoglio non si da da mangiare ai figli. ciao.
Grazie molte. Peraltro i bulli sono un fenomeno assai esiguo, benché facciano molto rumore. Molti di più sono quelli che stanno in silenzio, ed è di loro che in qualche modo mi preoccupo. Oltre che di me stesso, ovviamente, e del senso che può ancora avere il mio lavorare.
Già caro Scorfano, come non essere d’accordo. La scuola educa noi ragazzi a diventare perfetti esecutori di ordini, gente che sarebbe in grado di fare l’ analisi del testo sugli elenchi del telefono tanto per ricollegarsi ad un altro recente e bellissimo post. Ormai pochi professori (parlando di materie umanistiche) si occupano dell’ educazione al bello, della crescita morale e critica dei suoi studenti. O spesso ci provano, inconsci del sistema dei piani alti, non riuscendoci perché anche loro vittima della logica della minor fatica. O ancora tentano ma si trovano davanti tanti piccoli studenti già perfetti consumatori. Già, non solo esecutori in campo lavorativo ma anche in campo economico. Compra, compra, compra…imperativi pubblicitari che mieteranno sempre più vittime.
Ma quello che mi inquieta è naturalmente il futuro. Se siamo tutti educati ad eseguire gli ordini, chi li darà questi ordini? Quelli più furbi? Sì probabile…ma che ordini daranno? Bo. E’ davvero un po’ come studiare scienze della comunicazione ma non sapere che cavolo comunicare.
E ho davvero paura del baratro in cui stiamo precipitando. Perché sono sicuro che quelli che potrebbero rifiutarsi di eseguire gli ordini saranno sbattuti in qualche angolino buio in castigo per aver pensato troppo.
P.S. Complimenti per la foto dell’ esecutore medio di ordini…
La scuola è lo strumento su cui si base la formazione dei cittadini futuri e quindi la società tutta, è ovvio che il potere politico e il pensiero unico cerchino di avere l’egemonia culturale, quindi un esercito di esecutori e ortodossi sostenitori.
E’ la storia del XX secolo da Mussolini a Mao… anche il consumismo favorito dai liberisti è penetrato tra le 4 mura della scuola italiana, in democrazia non in regime.
Noi siamo delle formichine che devono restare prive di coscienza critica, esecutori di ordini. Questa è la democrazia: le mamme preoccupate che un professore sconvolga i piani di qualità del pof con tesi “sessantottine”, causa del nichilismo dei valori ecc.?
Anche solo dare coscienza di questa verità, del meccanismo che regola il mondo, sarebbe un gesto contro.
Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato…
La scuola di per sè, così come è strutturata e finalizzata, così come è inserita nel contesto sociale, così come è burocratizzata, è fatta per creare nuovi “discreti escutori di ordini”.
Sarebbe il caos sociale se non fosse uno dei suoi compiti primari, per quanto sottaciuto nella sua crudezza.
Tuttavia ogno tanto scopri che tra quelli che vai, per la tua parte, formando, c’è qualcuno che si uniforma al comportamento richiesto e in gran parte aderisce al pensiero dominante, ma in cui senti la nota acuta, dissonante, in cui scopri un pensiero “critico”, una curiosità fresca.
Non soffocarli, seguirli con attenzione è uno dei compiti che credo sia proprio di chi sa riconoscere i “discreti esecutori di ordini” ed è cio chea lla fine di un ciclo permette di sentirsi almeno in parte soddisfatti del proprio lavoro.