C’è, su falso idillio, un link che porta qui: lingua di terra. È uno di quei link per cui si dice un grazie molto forte. Perché, su quell’isolata lingua di terra galleggiante nel mare del web, si trova un lungo post che mette insieme dati di diversa provenienza per arrivare a un risultato importante e, starei per direi, spettacolare nella sua precisione. L’articolo è lungo e consiglio di andare a leggerselo tutto; ma alcuni passaggi si stagliano con grande evidenza. A un certo punto per esempio vi si scrive che:
la corruzione di un Paese tende ad essere
- inversamente proporzionale alla redistribuzione fiscale delle ricchezze
- inversamente proporzionale all’istruzione della popolazione
- direttamente proporzionale alle diseguaglianze di reddito
Ed è un primo punto. Dopo di che si tirano le necessarie conseguenze:
la corruzione esercitata dai ceti ricchi sulla classe politica, per consolidare (b) le diseguaglianze di reddito, spinge (c) lo Stato a ridurre la redistribuzione delle ricchezze mediante le tasse al di sotto dei livelli ottimali per la crescita. Questa riduzione limita (d) le risorse che lo Stato può investire nell’istruzione pubblica, abbassando (e) il livello di alfabetizzazione della popolazione. Cosa che ostacola (f) la diffusione dell’innovazione tecnologica, privando così (g) l’economia di uno dei principali fattori di crescita.
E ce ne sarebbe già abbastanza per riflettere per i prossimi trenta giorni (per esempio sulla pressione fiscale: quella italiana non è affatto ridotta, lo sappiamo bene, ma non è comunque redistributiva, perché l’evasione fiscale è tanta e tale da favorire i ceti già medio-alti, facendo pagare le imposte a chi già dispone di risorse minori). Ma il post prosegue. E arriva fino a un punto che, almeno qui, non poteva essere trascurato: perché la correlazione tra corruzione e scarsa istruzione vi si fa lampante e sostanzialmente necessaria, come ho già sostenuto anch’io (sulla base non di dati, ma di più fallaci – ha detto qualcuno - impressioni dal vivo) in molti interventi. E quindi:
Sarebbe riduttivo a questo punto considerare l’istruzione come una semplice problematica sociale: nella società della conoscenza, essa è una condizione imprescindibile dell’efficienza economica del sistema. Non a caso, dal 1998 l’OCSE rileva il grado di alfabetismo delle popolazioni trattandolo come un indicatore economico. L’OCSE (2001) non si limita a testare chi sa leggere e scrivere, ma definisce quattro profili di specialità e cinque livelli di competenza, per valutare “come gli adulti utilizzano l’informazione per operare nella società e nell’economia”
Il risultato di queste analisi sul grado di alfabetizzazione della popolazione italiana producono un risultato importante (e per me nient’affatto sorprendente):
In breve, il 65% della popolazione italiana non possiede le competenze alfabetiche minime, secondo l’OCSE, per orientarsi nella società dell’informazione (è cioè “funzionalmente analfabeta” o “semianalfabeta”). Mentre meno del 10% possiede le competenze necessarie per orientarvisi in modo critico e creativo.
Due terzi di noi non sanno leggere, insomma. Cioè non lo sanno fare in modo critico, comprendendo le implicazioni di quel che leggono e stabilendo connessioni creative con ciò che hanno letto altrove. Il che è un risultato, ovviamente, delle politiche relative all’istruzione degli ultimi decenni, che hanno prodotto una larghissima schiera di persone che possono più facilmente essere governate dall’informazione televisiva.
Ma c’è un piccolo dettaglio che vorrei aggiungere, dal mio acquattato punto di vista. Una delle strategie messe in atto per ottenere questo risultato è stata quella di abbassare sensibilmente il livello della preparazione scolastica di tutti i gradi e gli ordini di scuola, dalle elementari fino all’università. In poche parole: si sono ridotte in maniera evidentissima le aspettative, si è abbassato il livello di competenza degli insegnanti (anch’essi frutto di quella stessa scuola, ovviamente), si è azzerato il prestigio sociale della professione (con la pesante complicità degli insegnanti, l’ho già detto), si è infarcito qualunque discorso didattico di pedagogismo da quattro soldi (che mira soltanto a confondere le acque) e si è reso e si continua a rendere sempre più difficile a qualunque insegnante “bocciare” un alunno che non studia. Perché tanto non è un problema, perché tanto va bene lo stesso, perché anzi è meglio così.
Lo ripeto: oggi, a scuola, si fa di tutto per non insegnare nulla. Leggiamoci bene questi dati e forse capiremo anche che il motivo non è così misterioso.

