Ecco uno strumento che non serve più a niente, che è diventato un oggetto da esposizione, un soprammobile. È una bussola: me l’hanno regalata, una sera, due amici e io l’ho guardata come si guardano gli oggetti un po’ curiosi, non sapevo nemmeno usarla bene, finché non me lo hanno spiegato. Poi l’ho messa su una mensola, in soggiorno, non lontano dalla biopalla, e l’ho lasciata lì. E ogni tanto la guardo.
Perché mi mette malinconia la bussola? Perché è uno strumento umano diventato inutile, credo. Perché ha quella solida dignità che hanno tutti gli strumenti umani che a un certo punto della strada non sono più serviti. Come l’arco e le frecce, diventati disciplina olimpionica; come la penna d’oca, vezzo di qualche scrivania di discutibile gusto retrò.
La bussola è stata decisiva: ha sostituito le stelle, in mare aperto, quando le stelle non si potevano vedere. E se uno strumento poteva sostituire le stelle era davvero un oggetto nobile. Ecco perché mi mette tutta questa tristezza guardare la bussola. Penso al mio navigatore satellitare e a google maps; penso invece alle notti passate in cammino, nei boschi o nei deserti, da tutti gli uomini che sono nati e poi vissuti e hanno camminato su questa terra prima di me. Penso a quanto questo oggetto sia stato per loro prezioso, mentre per me è un soprammobile.
Rimane ormai solo nelle metafore, la bussola. Per esempio, “perdere la bussola”; o anche “procedere senza bussola” dice il mio dizionario (ma io non l’avevo mai sentito). Gli strumenti diventano oggetti e poi metafore, restano solo nel linguaggio, forse spariranno anche da lì, prima o poi. Anche se le azioni che tali strumenti hanno governato per secoli sono ancora azioni decisive: orientarsi, non perdersi, non smarrirsi nelle selve oscure, trovare una via di uscita, sapere dove sorge il sole, avere la cucina del proprio appartamento rivolta a sud, dove c’è più luce; cercare il nord, invece, per tanti uomini nati troppo a sud.
Ecco, abbiamo e sostituiamo strumenti, ma non sappiamo ancora sostituire le azioni, i desideri, le necessità, quelle fondamentali. Certamente, come abbiamo fatto prima con le stelle e adesso con la bussola, saremo capaci di sostituire qualunque altra cosa, inventando qualsiasi tipo di strumento. E faremo del nostro passato e degli strumenti che lo hanno popolato una lunga serie di parole, e poi dimenticheremo anche quelle.
Forse perché tutto viene da un metafora e tutto si trasforma e alla fine ritorna ad essere metafora; come dire che tutto è la metafora di qualcos’altro che ancora non siamo in grado di trovare, nemmeno provvisti di bussole e di stelle. Come se la metafora fosse l’unico strumento che rimarrà sempre insostituibile, e che nessuno potrà mai sostituire con nient’altro che non sia un’altra, più ingegnosa ma altrettanto inutile, metafora.


bellissimo post.
In controluce appare lo spaventoso tema della tecnologia che tutto pervade ed anticipa, impedendo, anzi favorendo, l’inoperosità dell’uomo.
Anche la bussola è tecnologia, con la fondamentale differenza che ti offre un’indicazione rispetto alla quale l’elemento umano è ancora essenziale.
Oggi se non “svolti a destra dopo ottocento metri” quanto meno sei sordo.
La tua collezione (biopalla, bussola), per quanto frutto di regali e non di tua scelta, ti avvicina ad un personaggio bonelliano da me molto amato (so che non sei avvezzo ai fumetti, anche se dovresti): Nathan Never, un investigatore del futuro prossimo che si ostina a tenere a casa vecchie stilografiche e libri “di carta”.
A questo punto la domanda è: questi oggetti, circonfusi di un’aura di poesia che i loro eredi contemporanei non hanno, sono il sasso che ci àncora al fondo?
Sono essi il segno della incapacità di vivere nel tempo che ci è dato da vivere?
E’ proprio vero che perdersi nella modernità sia così sbagliato?
Forse ho portato le tue riflessioni un pò lontano rispetto a quelle che potevano essere le tue intenzioni iniziali, ma in quanto lettore me ne arrogo il diritto.
Un caro saluto anche a tutti gli altri inquilini di blog, dai quali mi piacerebbe avere un’opinione
Dario
Anch’io ho molto apprezzato questo articolo, forse perché la bussola e le metafore sono due cose che mi stanno molto a cuore. Anch’io possiedo una bussola: fu un regalo che mia madre mi fece in un momento cruciale delle mia vita, come incoraggiamento a non perdere la rotta anche in un cielo senza stelle. E devo dire che ha funzionato, al pari dell’astrolabio che mi regalò in una successiva occasione…
Le metafore le ho sempre amate e non le trovo affatto inutili: sono il punto d’incontro tra linguaggio ed esperienza, rendono palpitante la comunicazione, la colorano di vita, ne rendono denso, caleidoscopico e stratificato il messaggio, danno voce all’intrinseca “poeticità” (nel senso di creatività) della nostra mente.
Quanto al commento di Dario, personalmente non amo il navigatore satellitare, così come trovo irritante la “Moby TV” che da qualche mese imperversa sugli autobus milanesi: credo che sia una delle manifestazione moderne dell’horror vacui. Allo stesso modo, il mio cellulare ha più di 10 anni: finchè regge, non intendo cambiarlo assecondando il techno-consumismo odierno… Invece, in altri contesti (più che altro professionali: http://giaele.wordpress.com/lim-e-didattica/) amo molto la tecnologia: il problema è riuscire a metterla al servizio della creatività umana e non viceversa. Dopotutto, non dimentichiamoci che noi blogger stiamo utilizzando la versione moderna del “diario”, con un tocco di esibizionismo in più!
Che strani amici, hai, caro scorfano. Chi mai, oggidì, può pensare di donare una bussola? Ci ho pensato a lungo e immaginandomi chi sei e, per come sei, chi probabilmente frequenti, sono giunta alla conclusione che il tuo amico volesse indicarti come punto di riferimento. Per cosa non lo so, forse per la cultura? il senso critico? la morale? Chissà! Immagino si tratti comunque di un uomo, perché per noi femmine il dono di una bussola sarebbe uno sfacciato e, dato il magnetismo, presuntuoso richiamo di attenzione.
E’ vero che l’uso della bussola è vitale dove non ci sono punti di riferimento, e ciò può essere anche un suggerimento alla calma e alla riflessione. E’ altresì vero che l’ago va sempre nella stessa direzione, cosa che, sempre per metafora, può indicare la mancanza del giudizio critico. Forse, e dico forse, lì sta il senso del regalo: sintetizza il tuo costante invito al pensiero, alla prudenza, alla riflessione, al distinguere il vero dal percepito, l’onesto dall’effimero. Che strani amici, hai, caro scorfano: non potevano regalarti una bottiglia d’annata o, che so, un maglioncino della misura sbagliata?
Simboli, sempre simboli: questo è il guaio di frequentare amici sinceri ma squattrinati!