Un estratto dalle Lezioni americane di Italo Calvino di cui sono ancora in debito. Si tratta di un brano tratto dalla lezione «Esattezza»; è stato scritto più di vent’anni fa, ma la situazione nel frattempo è forse solo peggiorata, non certo migliorata. Rappresenta bene quello che intendo io quando parlo di una lingua viva; o anche, per contrasto, di una lingua morta, che è quella che ci circonda troppo spesso, secondo me, e non è quella scolastica o libresca, nient’affatto, ma è proprio quella parlata nei contesti mediatici più comuni. Ed è anche una delle idee che più vorrei passare ai miei studenti: che è proprio a livello della lingua che si attuano le forme più sottili e pericolose di corruzione degli intelletti.
Se non vi sembra già troppo, potete cliccare e leggere il brano (breve).
Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
Non mi interessa qui chiedermi se le origini di questa epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.
(sottolineature mie, ça va sans dire)


Calvino è un grande: le Lezioni americane sono la quintessenza della Cultura nel senso più autentico, consapevole e vitale del termine. Proprio ieri sera mi sono vista in dvd La classe – Entre les murs: la domanda che alcuni allievi pongono al professore sull’utilità del congiuntivo calza a pennello a questo tuo discorso. Se t’interessa, ho scritto un breve commento al film: http://giaele.wordpress.com/2009/03/21/meritocrazia-o-ipocrisia/#comment-140
Il film La classe l’ho trovato molto bello anch’io. E ci sono una serie di questioni di lessico francese che andrebbero poste anche per l’italiano.
Credo si rischi di cadere di nuovo nell’errore del bias di selezione. E’ il linguaggio che si è impoverito o lo sono i sentimenti che lo producono? Mi spiego meglio: il linguaggio esprime ciò che sente o immagina chi ne fa uso. L’impoverimento del linguaggio è coerente con l’impoverimento della società. La malattia non è sua, quindi, ma di ciò che lo produce. La letteratura non salva il linguaggio, salva i sensi, ridà fiato al pensiero, alla fantasia, ripropone gli orizzonti colorati e così via. E il linguaggio che ne esce sanato, altro non è che un effetto secondario della terapia praticata.
Sogliola, sono in parte d’accordo con te; ma è anche vero il contrario: più si usa il linguaggio in maniera sciatta e approssimativa, più ci si disabitua ad articolare il proprio pensiero in maniera ricca e, di conseguenza, si rischia di inaridire sia facoltà cognitiva sia sentimenti. Tra linguaggio e pensiero/sentimento l’influenza è reciproca, non unidirezionale. Ti faccio un esempio apparentemente banale ma chiarificatore: gli eschimesi hanno decine di parole per definire la neve in tutte le sue sfumature, perché per loro l’esperienza della neve è quotidiana. Tuttavia, il fatto di avere molte parole diverse per definirla aiuta loro a cogliere le differenze tra un tipo di neve e l’altro: è come se la ricchezza lessicale “battezzasse” la realtà, ne facesse emergere aspetti prima ignorati, un po’ come diceva Mario Luzi nel Libro di Ipazia (Il pensiero senza parola è niente; la verità non trasmessa si inaridisce e si corrompe).
Eh , mi sa che Giaele ci ha visto bene, cara Sogliola. Qui si tratta di un doppio senso autentico, di un circolo vizioso. E non è importante se viene prima l’uovo o prima la gallina; si tratta di evitare di perdere il pollaio, innanzitutto.
Va bene, va bene. Figuriamoci se una piatta come me si mette a discuture con professori e professoresse. Chiedo quindi venia, magari un po’di comprensione, e se me lo merito, mandatemi a ottobre.
La storia degli eschimesi, però, mi fa tornare alla mente i miei compaesani, che quando passano dal loro italiano stentato al dialetto aprono scenari linguistici sfavillanti. Destinati a scomparire per sempre, purtroppo, assieme ai pollai.