Io non so se c’è qualcun altro che, come me, senza essere mai stato elettore di destra o di centrodestra (mai), si sia ascoltato tutto il discorso pronunciato oggi da Gianfranco Fini (lo si può fare accedendo al servizio Active di Sky, se ne avete voglia e se potete; ma c’è anche un preciso twitter feed su repubblica.it, a essere proprio curiosi). Spero vivamente che qualcuno ci sia, perché potrà replicare e rispondermi.
Perché quello che ho sentito dire oggi a Fini, a me è sembrato per gran parte il contrario di quello che ho sentito dire ieri da Berlusconi. E non solo per il tono e lo stile, ma anche proprio per i contenuti, al di là degli omaggi di rito alla leadership (con quella parola, leader, pronunciata troppe volte per essere poi davvero così credibile).
Dunque, per chi non lo avesse seguito e ne avesse voglia, propongo un rapido riassunto, e poi mi esimo dal commentare oltre, perché non ce n’è nemmeno bisogno, secondo me.
Fini ha insistito costantemente sul pluralismo interno al PdL. Ha più volte dichiarato di essere cosciente di «rappresentare una minoranza». Ma non ha esitato a lanciare le sue proposte, molto più chiare e concrete degli slogan semplicistici che avevo sentito ieri sera. Prima di tutto ha parlato di «assetto istituzionale». E ha chiesto che si intervenga sulla seconda parte della costituzione, in modo da «garantire l’efficacia dell’esecutivo», ma anche la centralità del parlamento. Ha richiamato l’attenzione del PdL sulla scadenza dei referendum di giugno, che devono essere occasione di una presa di posizione netta e chiara. Poi ha parlato di assetto economico: e ha chiaramente denunciato «la crisi della natura stessa del capitalismo», quando esso sia concepito «senza regole»; si è schierato contro «il totem del mercatismo» e ha invece parlato di «economia sociale», di «presenza dello stato», di «legalità»; e ha aggiunto che libertà del Popolo delle Libertà deve essere innanzitutto «libertà dal malaffare», sopratutto nelle regioni del meridione.
Infine, si è concentrato sul concetto di «comunità nazionale»; e ha parlato degli stranieri, di coloro che hanno un colore della pelle diverso dal nostro e una religione diversa dalla nostra»; ha perentoriamente dichiarato «l’inutilità della paura» e ha invece promosso il proposito di «guidare il processo storico delle migrazioni in ragione della nostra storia»; ha richiamato prima di tutto «al rispetto della dignità della persona umana», sottolineando il fatto che «ammalati e bambini sono ammalati e bambini, prima di essere immigrati»; ha parlato di «nuovi percorsi per la cittadinanza»; di «integrazione e non di ospitalità»; di «valorizzazione del ruolo della scuola», di «centralità del processo educativo» e dell’apprendimento della lingua italiana.
Di più, ancora: ha parlato di «un’etica dei doveri» che prescinda dal colore della pelle e dal dio in cui si crede; di un paese macchiettisticamente rappresentato come composto di «pochi furbi e di tanti fessi», in cui è necessario schierarsi dalla parte dei «fessi», in quanto rappresentanti delle energie migliori della nazione.
Infine, in cauda venenum, come da lui stesso detto, ha ribadito la «necessità della laicità dello stato», che funzioni come «garanzia antiideologica», bollando la legge passata al Senato sul testamento biologico come una legge «non degna di uno stato laico».
Ecco, non mi è sembrato poco. Esattamente come ieri mi sera sembrato di una pochezza imbarazzante (e di un populismo demagogico e stupefacente) il discorso di Berlusconi. E chiedo a voi che cosa c’entrino uno con l’altro questi due, perché io, più li sento parlare, e meno lo capisco. E vi supplico di non insistere troppo sulle questioni storiche e ideologiche (la matrice solciale della destra, etc) che già conosciamo benissimo; ma proprio sui fatti e sulle proposte, perché è su quelle che secondo me si misura la distanza clamorosa tra i due leader, benché ormai sia solo uno, il vero leader. E cioè l’altro.


Lo chiedi a noi cosa c’entrano l’uno con l’altro?
Io lo chiederei a Fini (le risposte di Berlusconi scadono prima della ricotta di capra).
Dici che ci risponderebbe?
Risponderebbe con i tipici argomenti con cui ha risposto sempre, secondo me. E’ che senza Berlusconi, addio potere.
[...] Marzo 29, 2009 di michelemerola Ieri ero a casa. Ho ascoltato il discorso di Fini: mi ha sorpreso. Lo dico da persona di sinistra. Un discorso da statista, da leader. Un discorso per nulla scontato ed ideologico, ma con tratti davvero interessanti e, oserei dire, condivisibili. La vignetta di Giannelli riassume bene questo aspetto. Riporto qui 4 cose che in particolare mi hanno colpito, in un discorso, per altro, molto ben costruito anche da un punto di vista retorico: 1) la necessita di riforme per costruire un sistema istituzionale che garantisca rappresentanza, ma anche governabilità; la definita ”democrazia governante”; 2) una visione dell’Italia del futuro (e del presente aggiungo io) multietnica e multireligosa; 3) un Italia laica a partire dalla presa di distanze dalla legge sul testamento biologico considerata da Fini “da Stato Etico”; 4) un Sud Italia che per ripartire deve innanzitutto liberarsi da mafie e clienteralismi a favore della legalità; Ed anche l’accusa a certa di sinistra di essere rimasta ancorata a logiche e categorie del secolo passato non è del tutto priva di fondamento. In tutto questo ho però la sensazione che le posizioni di Fini siano isolate nel suo stesso partito, dominato invece dai lacchè di Berlusconi, e che l’azione dell’attuale governo non stia andando per nulla nella direzione indicata da Fini né sui temi etici, né sugli immigrati, né tanto meno sui temi della legalità e della lotta alla mafia. Insomma, per citare l’editoriale di Scalfari su Repubblica di oggi: “Meno male che c’è Fini”…ma da solo temo non basti! Update: tra i commenti in rete segnalo quello di Scorfano. [...]