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“questi non sono libri” »

la poesia che ci si merita

05/04/2009 di lo scorfano

la-folla-plaude-al-nuovo-libro-di-rondoniDavide Rondoni e Maurizio Cucchi sono due poeti contemporanei. Non li conoscevate? Strano, molto strano. Entrambi, infatti, hanno pubblicato varie raccolte di versi, hanno ricevuto premi, sono stati ascoltati e intervistati; entrambi hanno scritto articoli su riviste e quotidiani, curato antologie di poesia contemporanea, commentato classici della letteratura; ed entrambi quindi, quando parlano di poesia, sanno bene quello che dicono.

E i due poeti dicono che è giunto il momento di abolire la poesia dalle scuole, di farla diventare un insegnamento facoltativo. Perché la poesia è «un patrimonio che stiamo colpevolmente soffocando tra ignoranza e disistima», perché «gli insegnanti non conoscono … un nome di un poeta attuale» (ma io ne conosco uno, di nome di un poeta, attualissimo: Dante Alighieri, magari), perché è il momento di piantarla «di insegnare male in modo obbligatorio la poesia». Questo è Davide Rondoni (qui il link al suo articolo);         Maurizio Cucchi si limita ad aggiungere qualche ovvietà di sottofondo, dicendo che Rondoni ha ragione, ma forse, però, «i professori veramente appassionati e preparati sono tanti», e quindi bisogna «sostenere con un progetto forte quegli insegnanti oggi scarsamente motivati», eccetera: tutto il repertorio consueto delle banalità di chi ultimamente è passato di fronte all’uscita di una scuola e ha pensato che quando era giovane lui, o tempora o mores… Finito lì.

Ai due poeti ha già risposto con veemenza, sulla rivista Sussidiario.net, Laura Cioni, in un articolo che pur non brillando per ricchezza e validità  delle argomentazioni, si distingue se non altro per la bella focosità di un finale agguerrito:

Vorrei che resti al lettore solo il tono vibrato con cui mi sento di dissentire dalle argomentazioni proposte, come in genere dissento da molte cose scritte a proposito della scuola da gente che di scuola non è. Non che sia inutile uno sguardo esterno, anzi. Ma dovrebbe avere il coraggio e il buon senso di confrontarsi con quanto avviene realmente nelle aule. Non possono perché scrivono sui giornali o fanno un altro lavoro? Si informino da chi fa l’insegnante. In fondo, oltre a pensare, anche informarsi è il loro mestiere.

Ora, non sono certo io a prendermi la briga di difendere la mia categoria (quella degli insegnanti di lettere) che è sostanzialmente indifendibile da troppi punti di vista:  molti insegnanti non leggono più di uno o due libri all’anno (e leggono libri orrendi), molti non hanno la più pallida idea di quali siano gli editori che in Italia pubblicano ancora testi poetici, tanti non credo sarebbero nemmeno in grado di riconoscere i nomi di Cucchi e di Rondoni.

Quindi c’è poco da difendere onestamente.

(Ci sarebbero invece da difendere quegli studenti che ancora apprezzano la poesia; me forse sarebbero gli stessi che sceglierebbero l’insegnamento facoltativo proposto da Rondoni, e quindi ci si può esimere.)

Quello che mi meraviglia di più, però, è che Rondoni se la senta, invece, di difendere la sua categoria. E che in particolare lasci trapelare dalle sue parole un certo fastidio di non essere apprezzato lui, nelle scuole, quanto dovrebbe. Io sono andato sul suo sito web e mi sono letto un po’ di suoi testi; alcuni li conoscevo già, altri mi erano ignoti. Ma l’impressione che ne ho ricavato è quella (mi si perdoni, che sono un lettore distratto, evidentemente) di una certa approssimazione. Mi sbaglio? Non sono in grado? Può darsi. Devo dire, però, che non è esattamente la stessa impressione che ho quando leggo versi di Fortini, o di Giudici, o di Carver, o di Heaney, o della Szymborska o della Bachmann, per citarne solo alcuni. So apprezzare, insomma, quando mi pare di trovare qualcosa di apprezzabile.

E trovo un po’ inquietante il fatto che Rondoni sottintenda in maniera così evidente che varrebbe la pena di leggere le sue poesie nelle aule scolastiche; e che si lamenti di questo ostracismo, di questa incapacità degli insegnanti e della scuola di comprendere il valore della poesia «attuale», come la chiama lui. È la scuola che non sa appassionare i ragazzi alla poesia dei poeti di oggi; i quali poeti di oggi, in gran parte, pubblicano, da decenni, o versi incomprensibili a un qualsiasi lettore di cultura media; oppure versi di una banalità sconcertante, che nulla aggiungono ai versi dei grandi poeti dell’altroieri. Gli editori (lo so: ci lavoro) tremano quando arrivano i poeti «attuali» e vogliono pubblicare i loro versi. Se li pubblicano è solo perché questi tali poeti «attuali» sono anche recensori, e restituscono il favore. Perché nessuno legge quei versi  e nessuno compra quei libri. E non sempre è stato così: non dico del successo di Dante o di Ariosto, che sono passati secoli; ma Montale e Ungaretti, un loro pubblico, lo avevano. Oggi, i poeti hanno un pubblico che non sa quasi nulla di quello che scrivono; che ci capisce ben poco; che gli preferisce De André o Ivano Fossati (che è sotto sotto la cosa che fa innervosire Rondoni, in verità). Solo che a loro non lo dice, come gli alunni non dicono mai agli insegnanti che sono noiosi. Bisogna semplicemente capirlo da soli, che fatica.

E quindi io mi chiedo: ma il giorno in cui nessuno arriverà più qui, a questo indirizzo web, a leggere quello che scrivo, cosa farò? Mi incazzerò con gli altri che non capiscono, che non hanno la preparazione sufficiente per capire, che non sono alla mia altezza, che non sanno spiegare quello che io voglio dire?  Comincerò a provocare in giro, dicendo che bisogna chiudere tutti i blog, perché tanto non li legge nessuno e nessuno è capace di leggerli? Oppure mi verrà la tentazione suicida di pensare che sono io che scrivo roba che nessuno ha voglia di leggere, perché a nessuno interessa e forse è anche  un po’ patetica?

A me la poesia piace molto, anche quella contemporanea; la leggo e la compro; quella di Rondoni un po’ meno, ve l’ho già detto: ma è perché non capisco niente io, sia chiaro.

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Pubblicato in cronache scolastiche, il giornalaio | Contrassegnato da tag cucchi, poesia, rondoni, scuola | 3 commenti

3 Risposte

  1. su 05/04/2009 a 19:22 Ipazia Sognatrice

    Chi potrà capire quanto vale davvero Rondoni, se non avrà imparato a leggere Dante?
    Chi potrà capire cosa sia poesia oggi, se non conosce la poesia di ieri?


  2. su 06/04/2009 a 15:24 Manuel

    Mi sembra di rileggere le proposte di Sgarbi sull’abolizione dell’insegnamento della Storia dell’Arte nei licei italiani. Abolizione che sarebbe stata necessaria in quanto “i valori dell’arte e della bellezza devono coincidere con la più lussuosa delle libertà: la libertà del piacere”… ma c’è chi gli ha risposto a dovere: http://architettura.supereva.com/lanterna/20020520/index.htm


  3. su 06/04/2009 a 21:51 Cristina

    Leggo l’ultimo commento su Sgarbi e mi torna subito alla mente una sua idea provocatoria, ma meno infelice di quella di Rondoni: reintrodurre l’Indice dei libri proibiti, per inserirci Dante e gli altri grandi bistrattati (ma sarà poi davvero così?) della nostra letteratura. In effetti l’Ortis all’Indice era tra le letture scolastiche più comuni, come lo era nel Medioevo un testo assolutamente vitando, la Coena Trimalcionis, e naturalmente tutto il Satyricon, che però ebbe fortune incredibili nei monasteri. Ma questo è un altro discorso.
    Perchè non si leggono più i poeti contemporanei? Io per vero qualcuno lo leggo, e ho trovato del buono (mai dell’ottimo però), e molte ovvietà e mediocrità, specie tra i poeti professori, che dimenticano alla seconda pagina di essere poeti e subito indossano la toga (universitaria) del docente.
    Rondoni, con buona pace di Daniele Piccini che lo inserisce nella sua antologia di “Poesia italiana del 1960 ad oggi”, non mi pare si distingua per particolari meriti; preferisco, ma la scelta apparirà scontata, Mario Luzi; molte pagine – forse meno scontate – di Patrizia Valduga. Ma anche questo esula dal nostro discorso.
    Perchè gli studenti non leggono i poeti contemporanei? Perchè – credo – la categoria è fortemente in crisi e parla un linguaggio che non è quello dei ragazzi, e non propone nulla che possa interessare ai ragazzi, è invece spesso autoreferenziale e vive in ristretti e snobistici circoli di presunti poeti. Mi piacerebbe invece che qualcuno di loro cercasse di rispondere alla domanda che molti anni fa Saba rivolgeva alla categoria: “cosa resta da fare ai poeti”. Se Rondoni, tra una recensione e l’altra, tra una autopromozione della poesia contemporanea che -hegelianamente – pare trovare in lui e in un paio di suoi amici il suo apice, mi spiegasse che che cosa intendono dare oggi i poeti alla società, lo troverei più interessante. Ho detto che cosa intendono dare, e non cosa possono fare: quali possibilità abbia la poesia lo so, ma vale anche per Dante, Petrarca, Leopardi e altri che sapevano benissimo, mentre scrivevano, quale ruolo intendevano darsi nella società. I tempi cambiano, e al di là di quello che il lettore si aspetta dalla poesia (che – vale ricordarlo – può benissimo essere quella di cinque o sei o sette secoli or sono), io vorrei capire, a prescindere dall’indignazione per non essere osannati come i cantanti di X-factor o qualche altro fenomeno televisivo, cosa propongono i poeti. Mi pare che abbia ragione lo Scorfano, quando dice che molti scrivono ovvietà, e altri versi incomprensibili, parole crociate senza la poesia di Montale, avrebbe forse detto Saba, e io le parole crociate le facevo al mare quand’ero ragazzina… non a scuola.



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