Ricordo un tema fatto da tantissimi studenti di una seconda liceo, più di dieci anni fa. Insegnavo in una scuola privata, in quel periodo. Alla ventina di ragazzi che avevo davanti tutti i giorni, diedi una traccia che parlava di amicizia, ma che cercava di evitare il solito tema su quanto è bello avere degli amici, e senza gli amici la vita sarebbe triste, e io e i miei amici ci divertiamo tanto insieme.
La traccia era questa:
Con i nostri amici andiamo in giro; ci divertiamo e passiamo del tempo; scherziamo, facciamo battute, ci prendiamo in giro; diciamo che sono persone simpatiche; ma quanto parliamo, in verità, ai nostri amici di noi stessi? Dei nostri sogni? Delle nostre paure? Siamo capaci di farli, almeno con loro, questi discorsi?
Fu un successo, quella traccia, anche se in realtà proponeva una riflessione assai banale. E ce n’erano altre quattro o cinque quel giorno (sempre stato prodigo, anche nelle tracce per i temi scolastici: fino al punto di venire accusato di darne troppe…), ma praticamente tutti scelsero quella. E praticamente tutti fecero le stesse, apparentemente incredibili considerazioni. E cioè che con i loro amici non parlavano mai di cose davvero importanti; che era meglio limitarsi a commentare l’ultimo disco di Britney Spears (esisteva già?), o le minacce del prof di turno, o il programma televisivo del pomeriggio. E poi, stupendamente, tutti a lamentarsi della stessa identica mancanza, tutti a scrivere «io vorrei parlare di questioni importanti, a me piacerebbe potere esprimere le mie sofferenze, ma gli altri sono tutti così superficiali…»
Quando consegnai i temi corretti, dissi loro che bastava mettersi d’accordo: perché da quello che avevo capito tutti avrebbero voluto parlare dei loro sogni e delle loro paure, ma nessuno lo faceva perché nessuno aveva il coraggio di cominciare. Cominciate, dissi, non abbiate paura: siete tutti lì che aspettatate che cominci l’altro. Eppure, mentre dicevo queste parole, un po’ sul serio un po’ prendendoli in giro, i loro sguardi erano strani, mica convinti. E mi convinsi io, alla fine, che quello che scrivevano nei temi non era esattamente la verità; e che forse non avevano poi tanta voglia di parlare con i loro amici di desideri, sogni e paure. Che era meglio tenerseli tutti per sé, quei sogni, che era meglio restare un po’ in superficie, quando si parlava con gli altri.
Racconto questo episodio, oggi, perché qualche giorno fa, in quinta, Pietro, mentre discutevamo di libertà di parola, ha detto più o meno la stessa cosa: ha detto che «noi ragazzi non parliamo mai tra di noi, non ci diciamo niente, solo stronzate; e quindi la libertà di parola non ci serve a niente»; e ha aggiunto che in parte «è colpa della tecnologia» che ammutolisce, che isola e che separa. E che dunque è un silenzio tutto contemporaneo quello che oggi circonda lui e i suoi amici.
E io allora ho ripensato a quel vecchio tema e ho pensato alla tecnologia 2.0 e a Feisbuk e a tutte le altre possibili piazze virtuali (e anche ai vicoli ciechi virtuali, come quello in cui sto scrivendo io adesso) e gli ho detto che no, la tecnologia non c’entra niente. Le persone restano quelle di sempre, feisbuk o non feisbuk. E resta difficile dire le proprie verità più intime, a prescindere dal come e dove le si dica. E che non si tratta nemmeno di essere superficiali, ma di sopravvivere nel mondo, probabilmente.
E lui mi ha guardato poco convinto. E io ero sorpreso dalla situazione che si era creata: un uomo adulto che difende le nuove tecnologie (e feisbuk e myspace ecc.) davanti a un diciannovenne che la accusa; mentre altri 22 studenti tacciono. E io avrei voluto insistere a dire che sono sempre le persone a fare la differenza, mai gli strumenti che tali persone hanno a disposizione, mai; e però non sono più sicuro che sia così vero, e allora ho lasciato perdere. E mi è venuto in mente quel tema di tanti anni fa, quando i social network non c’erano ancora. E ho pensato che non c’è nulla che davvero cambi, oltre all’apparenza.


Per quel che vale sono d’accordo con te, la tecnologia non c’entra nulla, attaccarla è roba da Alberoni, Serra e compagnia senile.
secondo me nessuno parla dei propri sogni ,delle proprie emozioni perche’ ha paura di non piacere agli altri mostrando le sue debolezze e mostrando chi e’ veramente.
Io in realta’ ho sempre avuto il problema contrario: non riesco ad evitare di raccontare a tutti le mie cose, i miei pensieri le mie paure e anche questo non e’ bello perche’ spesso a chi ascolta non interessa proprio….
ciao
@socci
Sì, è un po’ brutale, ma forse hai ragione: a nessuno interessa proprio, per lo più.
Tutto sta nel superare le proprie paure, senza avere attese: sia quel che sia.
Le persone che hanno il coraggio di esprimere le proprie debolezze, sono le più forti, sono quelle che hanno più cose da dire, e forse per queste ragioni hanno più seguito.
Molti s’immedesimano nelle debolezze altrui, si rispecchiano e imparano a sorriderne, magari a metterle nella giusta prospettiva, con più leggerezza.
I sogni, le speranze sono il motore della nostra Vita, forse per questo quando capita di ascoltare una persona disposta a raccontarsi, ci sentiamo considerati e rispettati.
Internet è l’alter ego della nostra società esprime l’esigenza di stare tutti insieme intorno a un fuoco e raccontare o ascoltare una storia.
Ci sono racconti, vite e sono accessibili come non mai in passato.
Mondi molto diversi hanno modo di entrare in contatto, forse di comunicare, e qualcosa da apprendere reciprocamente.
Buona Notte.
bello o brutto nn lo so nn ci ho capit nud
ke skifo, no skerzo è veramente bella la foto ma il testo fa cagare ki è la prof. ke insegnava?
Ci tengo a precisare, scusatemene, che la simpatica sconosciuta commentatrice qui sopra, con la sua simpatica scrittura contratta, non è una mia alunna.
Che sia uno di quei famosi visitatori che arriva cercando “Lo scorfano di uomini e donne”? La visita però, a quanto pare, non ha per niente giovato