Due ottime seconde visioni, questa settimana, anche se molto diverse una dall’altra. La prima, per cui il blog di cinemaleo si merita un link di ringraziamento (giacché l’ho preso da lui questo titolo, che mi era completamente sfuggito a suo tempo) è il film Non è peccato – La quinceañera, splendida dolceamara commedia di ambientazione messicana diretta da una coppia di registi americani; l’altro è un grande film dei fratelli Dardenne, al loro meglio. Molto al di sotto, invece, si colloca il film francosvizzero Home, deludente nel complesso, nonostante una grandissima Isabelle Huppert e un sempre bravo Olivier Gourmet.
dizionari mymovies 3 stelle; secondo me 2 e mezzo, non di più.
Storia di una famiglia un po’ caotica e anarchica, la cui esistenza viene completamente stravolta dall’inaugurazione di un’autostrada che passa proprio di fianco alla sua abitazione. Una figlia, dedita in genere solo a prendere il sole in bikini, sparisce e non lascia traccia di sé; il padre, la madre e gli altri due figli ingaggiano una lotta contro i rumori e l’invadenza esterna che li vedrà comunque sconfitti, nonostante i loro ingegnosi tentavivi di sopravvivere, preservando il loro elaboratissimo idillio. Metafora evidente di una ricerca della felicità reperibile solo ai margini dell’esistenza sociale, ma che non può resistere ai colpi dell’invadenza del mondo moderno, il film risulta un po’ asettico e prevedibile, quasi aritmetico nel suo procedere narrativo. E finisce per lasciare un po’ delusi, senza riuscire davvero a creare una parabola suggestiva su un nucleo tematico che era stato comunque inizialmente molto ben congegnato. Peccato, ma è comunque un’opera prima, e dunque lascia spazio a un futuro che potrà anche essere ragguardevole.
Non è peccato – La quinceañera, di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
dizionari mymovies 4 stelle, tutte confermate anche qui
La Quinceañera è la festa per il quindicesimo compleanno, ricorrenza importantissima per ogni ragazza messicana, perché segna il suo ingresso nel mondo degli adulti. Ma per Magdalena, la festa rischia di essere rovinata da un incidente che il padre, predicatore, non pare disposto a perdonarle facilmente: Magdalena è infatti incinta. Il film, però, parte soltanto da questa vicenda: perché nel suo pur breve svolgersi riesce in realtà, con perfetta leggerezza, a toccare e raccontare molte più storie, sempre trovando il tono adatto a ogni personaggio. Dal ribelle Carlos al vecchio Tomas, tutti i protagonisti trovano la loro dimensione migliore, costruendo alla fine il ritratto di una piccola comunità messicana in un quartiere perfierico di Los Angeles, con i suoi drammi, le sue difficoltà, ma anche con un finale positivo che, senza essere troppo consolatorio, riscatta comunque il meglio dell’umanità che il film ha raccontato. Un bel vedere, sinceramente.
Il figlio, di Jean-Pierre e Luc Dardenne
dizionari mymovies 3 stelle e mezzo; qui 4 stelle, per il bellissimo finale e per l’intensità psicologica del protagonista
La macchina da presa insegue Olivier in modo ossessivo, restandogli sempre attaccata, vivisezionando qualunque suo gesto, qualsiasi sua azione; e nel frattempo lo sguardo attento di Olivier non perde di vista Francis, giovane ragazzo che è stato affidato alla sua scuola di falegnameria. I due registi narratori aspettano mezz’ora prima di rivelarci il motivo di questo angoscioso interesse di Olivier; quando lo scopriamo il film guadagna un’intensità sempre crescente, il rapporto tra i due, maestro e allievo, riempie totalmente lo schermo, fino a giungere al finale urlato e bellissimo. Non è vero realismo quello dei fratelli Dardenne, nonostante l’uso esclusivo della camera a mano e la presa diretta dei suoni, senza alcuna colonna sonora; non è realismo, perché troppi particolari della storia assumono un chiaro valore simbolico, minimi gesti su cui si costrusice tutta la trama. Ed è, nella parabola umana che racconta, anche un bel messaggio per i giustizieri da strada di noialtri: non un film sul perdono, figuriamoci; ma un film sulla ricerca dell’altro da sé, questo senz’altro.



“Il figlio” di Jean-Pierre e Luc Dardenne.
Un cinema forte, nobilissimo, quello dei registi belgi, un cinema che angoscia e fa disperare sul futuro dell’umanità, una storia che mette a disagio gli spettatori con la sua vicenda sgradevole al massimo, un ritratto lucido che si vorrebbe non vedere voltandosi dall’altra parte, un film che pur col suo lento ritmo e le sue ripetizioni non consente la minima distrazione.
Eccezionali i due protagonisti.