A un certo punto del quinto anno, succede, immancabilmente. Ti prende una strana agitazione serale e non riesci più a dormire. Nella testa ti frullano le immagini di tutte le loro facce, quelle dei tuoi studenti di quinta, quelli che per tre anni sono stati ad ascoltarti (la tua maledetta letteratura, i versi e i capoversi), seduti al loro posto, facendo più o meno fatica, crescendo. E sono cresciuti, infatti. Talmente cresciuti che tra qualche settimana se ne andranno, e tu ripartirai da capo.
Li hai conosciuti ragazzi, diciassettenni, e ora li guardi andare via quasi ventenni, quasi uomini e donne. Non sai cosa faranno di sé, della loro vita, del loro talento mal riconosciuto. Ti chiedi se è stato abbastanza quel che è accaduto, che cosa si poteva fare di meglio, dove sei stato miope o incapace. Te lo chiedi e ti giri nel letto, sotto le lenzuola, e non sai smettere di pensare ai tre anni che hai passato con loro. All’entusiasmo dell’inizio, i primi mesi della terza, la novità della loro curiosità e della tua poesia medievale; alla stanchezza del dopo, quell’impossibilità di continuare a sopportarsi, quel rivedersi sempre senza che ci fosse mai nessunissima strada per fuggire da lì; e all’equilibrio alla fine trovato, faticosamente, negli ultimi mesi, adesso,l’equilibrio che dice che nessuno è davvero come si voleva che fosse, né tu né loro, tutti difettosi, che non si può mica pretendere, ma che in fondo va bene lo stesso, è stato bello conoscersi, ed è bello adesso andare via, ricominciare.
Anche se tu non andrai via, in realtà. Il tuo inizio è l’inizio di altri, un altro giro sulla stessa immensa pista circolare, con altri diciassettenni: e rivivrai il loro entusiasmo, risentirai la loro delusione, quando avranno imparato i tuoi limiti e le tue stanchezze. È così, è un destino che ti sei scelto, se davvero i destini si possono scegliere.
Mentre ti giri nel letto senza riuscire a dormire, sai che ti toccherà di nuovo, da capo un’altra volta. Ma intanto hai ancora le loro facce, i tuoi alunni di quinta, che ti danzano davanti agli occhi chiusi e ti impediscono il sonno. Ti chiedi cosa puoi fare ancora per loro, in questo momento, se mai hai fatto qualcosa. Basterà portarli all’esame di maturità con la maggiore serenità possibile, non lasciare spazio alle tensioni, limitare la loro ansia. Poi sarà estate e te ne andrai in vacanza, finalmente.
E mentre non dormi e non dormirai per chissà quante ore, stanotte, fai il tuo breve conto: hai portato, in quindici anni, sette quinte all’Esame di maturità. Hai davanti ancora almeno venticinque anni di lavoro, almeno altre dodici classi. Altre facce, circa duecentocinquanta facce, altri nomi da tenere a mente, altri talenti da riconoscere, se sarai capace, storie familiari, storie personali, insicurezze, desideri e paure.
Poi sarà tutto finito. Poi andrai in pensione e potrai viaggiare anche d’inverno, finalmente, quello che adesso il tuo rigido orario di lavoro ti impedisce. Sarai stanco, già quasi vecchio. Comincerai sempre più spesso a pensare al senso che ha avuto la tua strada, questo percorso circolare compiuto due decine di volte, insieme a loro, sempre diversi.
E sai che ti capiterà una notte di non riuscire a dormire, di rigirarti tra le lenzuola senza un motivo. E capisci che saranno sempre le loro facce, facce di ragazzi che nel frattempo saranno diventati uomini e donne, sai che saranno sempre quei loro occhi a impedirti di dormire. Ne avrai tanti da ricordare, di occhi, da riconoscere dopo così tanto tempo passato. Speri di riuscire sempre a ricordarli tutti, che la memoria non ti incastri nei suoi giochi al ribasso. Ti chiederai che fine abbiano fatto, che cosa la loro vita abbia loro tolto e regalato. Sistemerai il cuscino, senza trovare una posizione decente per addormentarti. Resterai un po’ incerto, poi ti alzerai, andrai alla finestra, cercherai invano di vedere la luna sul lago.
E se ti sarai nel frattempo convertito, pregherai per loro, i tuoi ragazzi diventati adulti. E se invece non ti sarai convertito affatto, com’è probabile, pregherai lo stesso, almeno una volta.


Ancora un’altra lacrimuccia sei riuscito a spremere al mio cuore di pietra…
Ha ragione Ipazia.
Il tuo microcosmo scolastico corrisponde a quello privato di ognuno di noi, che abbiamo visto e vedremo passare facce e storie.
Quanto ci piacerebbe vivere per accumulo, senza lasciare nulla e così illuderci che la nostra giovinezza non abbia mai avuto fine, perché ci segue ogni giorno.
Mah!
Le tue parole mi hanno emozionata, Davide… e ancor di più perché a scriverle è un collega uomo!
Io penso che la cosa più straordinaria della nostra professione sia proprio questa circolarità, sempre uguale eppure sempre diversa, tanti percorsi che hanno una scadenza eppure, a modo loro, sono eterni come eterna è l’impronta lasciata in noi e lasciata nei nostri allievi. Come viene detto nel film di Ozpetek “La finestra di fronte”, …poi all’improvviso sento i tuoi gesti nei miei, ti riconosco nelle mie parole. Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano sempre addosso un po’ di sé. E’ questo il segreto della memoria? Se è così, allora… mi sento più sicura, perché so che non sarò mai sola.
Suvvia, che anche noi maschi abbiamo le nostre inconfessate emozioni… (forse troppo inconfessate).
Certo! Non dubito che i maschi abbiano emozioni… Però è difficile sentirvelo ammettere in questo modo, specialmente in questioni che riguardano il lavoro.
Hai provato con la melatonina? … Scherzo! anch’io, che comunque dormo poco e ancora non ho perso il sonno pensando ai miei allievi di quinta, sono un po’ in agitazione per l’esame.
Ma il peggio deve arrivare. Hai presente l’ultimo mese di scuola, specie se ti accorgi che sei maledettamente indietro con i programmi? Un incubo.
Saluti. Marisa
… e poi qualcuno ha anche il coraggio di dire che i pubblici dipendenti sono dei fannulloni…
@marisa
Non si scappa: anche se poi è bello agitarsi ancora un po’, per questo mestiere.
@thumper, la fannullona
Ancora il mininistro non me lo sogno… Ma sarebbe quello il vero incubo, in effetti.
[Ma volevo dire:
tipico dei fannulloni perdere il sonno per il lavoro, eh?! ]