Qualche giorno fa ho un lungo colloquio con il dirigente scolastico (a voi forse non sembra una notizia, e invece lo è: le cose sono cambiate parecchio negli ultimi quindici anni; per me, insegnante di un istituto comprensivo molto grande, avere un colloquio con il mio dirigente è cosa rara, che prevede appuntamento, telefonate di conferma ecc.). Durante il colloquio, io parlo di come è andato il mio anno scolastico, rilevo alcune difficoltà dovute a scelte secondo me rivedibili, rispondo ad alcune sue curiosità sull’andamento del liceo e in particolare dell’insegnamento di lettere.
Poi mi chiede delle supplenze. Quest’anno, per una particolare scelta relativa al mio orario di lavoro, ne ho fatte molte, e soprattutto le ho fatte negli altri indirizzi della suola: ragioneria, geometri, professionali (ne avevo già parlato qui, tanto tempo fa, quando l’acquattamento sul fondo mi riusciva meglio).
Gli dico la mia verità: e cioè che mi sono trovato bene; che anche nelle classi di cui mi avevano parlato male, dipingendole come autentici refugia peccatorum, in cui si doveva aver paura a entrare, io non ho avuto molti problemi. Anzi, in tanti casi ho trovato ragazzi molto educati e simpatici, molto più educati dei liceali (dei liceali di altrie classi, perché i miei non valgono: a loro do i voti, il che incide anche sull’educazione, un po’).
Gli dico, insomma, che ci sono stati episodi molto rinfrancanti. Lui mi dice: «Per esempio?» Io gli rispoindo: «Be’, in questa quinta geometri, l’altro giorno, un ragazzo ha alzato la mano e mi ha chiesto: “posso alzarmi per andare a buttare la carta nel cestino?”». E il preside mi ha detto: «Be’, cose normali». «Certo» gli ho detto io, «appunto, cose normali, niente di scandaloso.» Poi il colloquio è finito e sono tornato a casa, convinto di avergli comunicato le mie perplessità in una maniera convincente e con la sensazione di essere stato ascoltato.
Ma sulle “cose normali” mi è rimasta qualche incertezza. Perché non so quanto siano davvero normali. Voglio dire, nella mia quinta spesso è normale tutt’altro. E sarà anche colpa mia, non discuto, ma la normalità è un’altra. Per esempio, senza uscire dal campo semantico cestino-e-pezzi-di-carta-da-buttare, accade che mentre io interrogo ci sia chi, dal banco, butta il suo pezzo di carta nel cestino al volo, come giocasse a basket. Intendiamoci, è successo una volta in un intero anno. Però è successo; e io non sono intervenuto, ho fatto finta di non vedere, benché avessi visto benissimo, perché sapevo che mi sarebbe scoppiata la polemica sul «che male ho fatto», sulle «regole che non vogliono dire niente», sulla «mia mania dell’educazione» ecc. E stavo interrogando; e mi premeva molto, in quel momento, di non distrarre la persona che stava facendo un’interrogazione un po’ incerta.
Ho fatto male a tacere? Sì, ho fatto male, lo so.
Poi, qualche giorno dopo il colloquio con il preside, sto facendo in prima e sto rispondendo ad alcune domande dei ragazzi su una regola importante di latino, spiegata nella lezione precedente, quando, tutt’a un tratto, senza nemmeno pronunciare una sillaba, una ragazzina, Veronica, si alza dal suo banco, cammina davanti a me che parlo, butta il suo pezzo di carta nel cestino, e si riavvia serena e imperturbabile verso il suo posto.
Io mi fermo. Le dico: «Ma, Veronica, non ti sembra il caso di alzare una mano e di chiedere il permesso?» E lei, sinceramente stupitissima, mi guarda e mi dice: «Per una cosa così…? Non ho mica fatto niente…».
Ecco, è stato lo stupore che mi ha allarmato; perché se il fatto di chiedere il permesso fosse una «cosa normale» non sarebbe affatto il caso di stupirsi; se ci si stupisce è perché non è affatto una cosa normale; e se non è una cosa normale è perché nessuno lo ha insegnato a Veronica. E quindi tocca a me farlo, da adesso, da subito.
E l’anno prossimo, dovrò ricordarmi di dirlo al preside.


A professo’…ammazza cheppalle
Caro Giacomo: è esattamente questa la reazione che mi tocca. Ed è il motivo per cui taccio, sempre più spesso.
Hai perfettamente ragione! D’altra parte se tutti si alzassero ogni due minuti per buttare la carta nel cestino, sai che via vai… Io andrei addirittura oltre e sosterrei che la carta, che non è una scoria radioattiva, andrebbe tenuta da parte e buttata al cambio dell’ora, senza disturbare la lezione.
Detto francamente, ci sarebbe anche un altro passo in avanti, elementare ma non si sa perché impossibile: fare la raccolta differenziata. Ma, nonostante numerose richieste, pare che la scuola statale non possa attrezzarsi.
Non è vero.
Nella mia scuola elementare statale abbiamo bidoni per la carta nei corridoi e in classe insegnamo ai bambini a buttare la carta in un sacchetto apposito che poi a turno vanno a vuotare, litigandosi il privilegio. I bidoni sono forniti dal Comune di Genova.
Forse sarebbe il caso di spiegarlo al Signor Preside e forse se iniziassero dalle elementari non dovresti perdere tempo dopo a spiegarlo.
P.S. Io non insegno in un comprensivo ma con i tempi necessari per avere un colloquio con la mia dirigente, farei prima ad andare all’udienza del Papa.
Mi sono espresso male. Noi abbiamo proprio problemi con il comune, che non vuole fornire i raccoglitori per la differenziazione; richiesta più volte avanzata, anche dalla dirigenza della scuola. In ogni caso temo che nessuno dei miei alunni considererebbe un privilegio andare a vuotare il sacco…
Io sono continuo a pensare che melius abundare quam deficere (con le sberle).
Ma io sono una mamma all’antica e un po’ teutonica.
E tutti mi dicono “Com’è brava, com’è educata, tua figlia”.
Sì.
Ma non credo sia un caso.
No, non è mai un caso. In fondo il post vuole dire che l’educazione di base non possiamo insegnarla noi a scuola, tutto qui. Possiamo insegnare alcune regole, ma non bastano.
Poi anch’io sono notoriamente uno parecchio “fissato” (vedi commento di Giacomo), per cui non faccio testo. Ma è anche un po’ il discorso di ieri e del ragazzo africano: il rispetto per le persone resta la mia priorità. Scusatemi la pesantezza.
La Forma è Sostanza.
Rimango allibita! Perché mai si debba chiedere il permesso per buttare la carta nel cestino?Siamo impazziti?
Vedi che non è così “normale” come pensa il preside?
Si deve chiedere il permesso perché si disturbano altre venti persone che stanno lavorando tranquille. Come si deve parlare a bassa voce in treno al telefono perché gli altri hanno diritto a un viaggio tranquillo.
Gli altri. Non so se è un concetto che va spiegato.
Beato te che hai solo il problema delle carte nel cestino! Io appena entro in una delle mie classi sono costretto ad assistere a una decina di reati penali in simultanea… se dovessi prenderne atto (note ecc.) non inizierei neanche a fare lezione. Inizio a spiegare… e prego che nessuno si faccia male!…
Io il commento ho iniziato a scriverlo; poi veniva lungo e ho scritto un post intiero. Comincio a sperare che Giacomo non lo legga, perché se ha detto cheppalle a te…
essù, era una citazione dotta, da declinare rigorosamente masticando una gomma
questa mi sa di settima arte, ma mi sfugge quale sia esattamente la citazione… un aiutino?
A me sa di qualcosa di Verdone. Ma non ci scommetterei nemmeno un euro.
@Manuel
No, guarda, era solo un esempio. Non ho solo questo problema (che non considero nemmeno tale, tra l’altro): ne ho altri, niente di rilevanza penale, ma solo di convivenza civile. Che è comunque già una cosa di una sua importanza.
@mfisk
Letto il tuo post: mi associo. Anzi: lo segnalo direttamente io, perché mi pare che sia un perfetto accompagnamento ai miei pezzettini di carta. (E così aumentano anche le probabilità che Giacomo lo legga.)
Il rispetto per l’altro e la disciplina di come si sta in casa, nella società, a scuola, in chiesa, al lavoro, al campo sportivo, al parco giochi, al cinema o dove volete voi, spetta solo alla famiglia: ai genitori o chi per essi, perciò i prof, gli allenatori e tutte le altre autorità che in quel momento stanno sostituendo la presenza dei genitori intervengano pure, se non altro per dare conferma a quello che dicono i genitori. Il problema è un altro: ma quanti sono i genitori che la pensano come me? Meno di quelli che invece pensano che i figli li devono crescere ed educare la scuola o la parrocchia o la palestra, ho incontrato anche chi ha detto che li devono crescere lo stato…. (sic)
Anche a quello che dici tu (e che io condivido in toto) risponde perfettamente mfisk, nel suo post. Un’altra cosa che mi ha detto il preside durante quel colloquio: “Quando conosco i genitori di certi nostri ragazzi, non mi meraviglio più; anzi, ringrazio che i giovani siano così meglio dei loro padri”. Praticamente testuale. Forse ha esagerato, ma è un’impressione che capita a molti di noi.
errata corrige… i figli li deve crescere… (doppio sic per me…)
Peccato: era bellissimo pensare che il sic si riferisse proprio al li devono crescere lo stato…
E non mi avrebbe nemmeno stupito tanto, cara Tea, visto quel che si sente dire in giro…
anch’io ci ho pensato su un bel po’, come mfisk. e mi disvelo, timidamente, mooolto timidamente. quasi quasi mi firmo ostrica…
bacio
Brava Lucia! Quasi quasi ci scrivo un altro post (ma lungo lungo, che non ho mai tempo)
Ah, quante volte ho fatto finta di non vedere (e anche di non sentire) in classe! Proprio per non perdere tempo, per non interrompere una spiegazione o per non disturbare un’interrogazione. Certo è sbagliato, ma che ci possiamo fare se i ragazzi d’oggi non sanno comportarsi? Proporrei di spendere i primi due mesi di scuola per educarli e poi iniziare lo svolgimento dei programmi …. ovviamente debitamente tagliati. Proprio perché non possiamo fare tutto.
Mah, io non so più nemmeno cosa proporre. Potessi usare i metodi educativi di mfisk, forse…
Non puoi con in tuoi alunni, forse.
Ma possiamo, tutti, opporci con forza a quest’ondata di lassismo e permessivismo.
Chissà che il futuro non ne ricavi qualcosa di buono…
almeno vado a letto ridendo, dopo aver visto la Guzzanti che imita la Mary Star dalla Dandini…
bacio
Fossi in voi ringrazierei il cielo che usano ancora i cestini. Da quel che vedo in giro tutti i giorni, i loro genitori non sono così educati.
Sì, hai ragione anche tu.