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lo scorfano

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15/06/2009 di lo scorfano

condannatoCosa farei, oltre a imprecare e a vergognarmi, se trovassi il muro di fronte alla mia scuola coperto di insulti e di calunnie nei miei confronti? Cosa farei, poi, se potessi venire a conoscere il nome dei ragazzi che hanno scritto quegli  insulti e quelle calunnie?

Io credo di sapere quello che farei, onestamente. Li odierei per un bel po’, innanzitutto; li odierei con ferocia e spietatezza. Augurerei loro le peggiori cose del mondo, senz’altro. Poi, passato qualche giorno, e sempre odiandoli, li chiamerei, uno per uno, perché in gruppo si fanno forza, e ferocemente gli chiederei spiegazioni. Gli direi quello che penso di loro: che sono dei vili e che non si meriterebbero nemmeno una mia parola; che li disprezzo e che da me non otterranno mai nessuna forma di comprensione. E che la cosa migliore che da me possono sperare è che io mi dimentichi che loro esistono.

Pretenderei delle scuse, anche.        Poi, arrivato al consiglio di classe, pretenderei dai miei colleghi e dal mio preside che venisse assunta una sanzione disciplinare nei loro confronti e la pretenderei pesante. Non abbastanza pesante da determinare il 5 in condotta, che significa perdere l’anno, ma comunque sufficiente ad abbassargli un po’ la media, a fare scendere il loro credito formativo di almeno un punto.

E non mi basterebbe. Perché vorrei anche che fossero convocate le loro famiglie. Ed esigerei anche delle scuse, il più possibile formali, da parte di tali famiglie: insieme alla rassicurazione che, anche in casa, ogni genitore farà in modo di prendere dei provvedimenti nei confronti della maleducazione dei figli.

Ma intanto, tra una scusa e l’altra, immagino che avrei anche cominciato a chiedermi il motivo, la ragione di un simile gesto. Voglio dire: è ovvio che le ragioni stanno per lo più nella loro testa e nella loro maleducazione, benissimo. Ma è altrettanto ovvio che, quegli insulti, li hanno scritti a me e su di me, non ad altri o su altri colleghi. E dovrei quindi chiedermi, per forza: Perché proprio a me? Cos’ho fatto io che gli altri non hanno fatto?

Ottenute le sacrosante scuse e sanzioni, dovrei cominciare a interrogarmi. Forse alla fine, passata l’ubriacatura della rabbia e la ferita all’orgoglio, potrei pure trarne qualche vantaggio, da quell’episodio. Dovrei, almeno. Dovrei se non altro capire quali sono i miei gesti o le mie parole che possono determinare reazioni così scomposte. Che non si tratta soltanto di idiozia giovanile: non è come allagare la scuola per non fare la verifica di latino; e non si tratta nemmeno soltanto di giovanile senso dell’impunità.

C’è qualcosa di più, dentro un simile gesto, ed è un qualcosa che riguarda anche me. E io spero che sarei ancora in grado di rendermene conto, se dovesse succedere; e spero di non essere invecchiato così male, insomma.

*     *     *

E che cosa, invece, non farei assolutamente se trovassi il muro di fronte alla mia scuola (o una pagina su Facebook, che non cambia niente) coperto di insulti e di calunnie nei miei confronti?

Non farei causa a nessuno, naturalmente. E non chiederei soldi a nessuno, soprattutto. Perché non sono l’avvocato Ghedini, per esempio; ma anche perché vorrei che la mia dignità, offesa, non avesse un prezzo, nemmeno compreso tra i 5000  e i 25000 euro. Perché i soldi non c’entrano niente, perché non mi interessano i loro soldi, perché i soldi sono un’altra cosa, perché chiedere dei soldi in riparazione degli insulti è peggio che scrivere quegli insulti su un muro. Secondo me.

Ed è proprio questo mi ha lasciato perplesso dell’episodio milanese di qualche giorno fa: un professore ripetutamente insultato su Facebook che fa causa ai suoi studenti per diffamazione, che a mo’ di riparazione chiede alle loro famiglie delle somme in denaro e che poi perde la causa, perché secondo il pm, Annarita Fiorillo, «invece di ricercare un chiarimento con gli studenti» ha preferito «la strada della punizione e del risarcimento» perdendo così «la preziosa occasione di mettere in pratica l’educazione, e cioè il suo mestiere, verso se stesso e verso gli studenti».

Un pessimo esempio, obiettivamente. Un esempio che dice: contano più i vostri soldi delle vostre scuse; contano più i vostri soldi della vita scolastica; l’offesa alla mia dignità sarà riparata nella misura in cui il mio conto in banca sarà soddisfatto dai vostri soldi.

E però, detto questo, è comunque difficile condividere le motivazioni del giudice Fiorillo, che mi paiono tanto, tanto superficiali (già lo sapete): perché a bene vedere il professore ha dato il suo esempio, appunto. E l’esempio è la più efficace forma di educazione.

E forse, ma ci penso solo ora, potrebbe anche darsi che il professore di Milano sia stato del tutto cosciente e si sia davvero posto (lui) come figura di educatore. E che il giudice non l’abbia capito.

Perché la realtà è questa, non ha torto il prof. Il denaro, i soldi, gli euri che lavano le colpe, le cause per diffamazione come legge del più forte, i ricorsi al Tar quando un figlio si becca un’insufficienza. Certo, fa sempre comodo che ci siano ancora  degli insegnanti un po’ sfigati, che guadagnano poco e credono ancora nel valore della cultura; ma sono un po’ sfigati, appunto. Ed è assai ipocrita pretendere che loro continuino a impartire quella vecchia educazione un po’ ammuffita, fatta di roba così fuori moda e tutto sommato del tutto inutile. Mentre il mondo va in tutt’altra direzione e educa atutt’altre cose, poveri loro che non se ne sono accorti.

E invece il prof di Milano se ne è accorto, forse; e avrebbe voluto dare una bella lezione educativa ai suoi ragazzi, su quello che davvero conterà nella vita loro e di tutti. I risarcimenti in denaro, appunto, mica le belle parole e le scuse accettate. E il giudice, invece, con quella così comoda pedagogia che contrappone educazione e punizione, non ha capito niente e ha vanificato lo “sforzo educativo” del docente.

Bisognerà, insomma, sempre di più aspettarsi anche dagli insegnanti questo tipo di esempi. E se per caso non vi piacessero, come non piacciono a me, è quasi inutile lamentarsene, credo io. Il mondo va in questa direzione: se la scuola andasse in un’altra non avrebbe nessuna utilità. E ci lamenteremmo pure, perché non insegna ai nostri figli a stare al mondo.

Pubblicato in cronache scolastiche, il giornalaio | Contrassegnato da tag i soldi risolvono tutto, professore condannato, professore insultato su facebook, professori fuori del mondo, professori sfigati | 14 Commenti

14 Risposte

  1. su 15/06/2009 a 09:52 Giacomo Cariello

    Premessa: personalmente, non so se mi sarei incazzato per delle offese. Dipende dal tipo di offese. Per esempio, se facessi l’insegnante e ci fosse fuori dalla scuola una scritta tipo “Giacomo Cariello bastardo”, farei in modo che la scritta rimanga intonsa, giusto perchè si sappia con chi hanno a che fare :D

    Se invece l’offesa dovesse farmi incazzare, avrei chiesto anch’io il grano, che ottiene esattamente ciò per cui il legislatore ha previsto la pena pecuniaria: i genitori lesi nel portafoglio sono molto più spronati a fare il loro dovere di educatori di quanto non lo sarebbero per una semplice ramanzina.


    • su 15/06/2009 a 10:00 lo scorfano

      E arriverebbe l’educativo pm Fiorillo e ti farebbe perdere la causa… ;-)


      • su 15/06/2009 a 10:26 Giacomo Cariello

        Qui c’è un po’ di confusione tra “causa” e “querela”. Personalmente, avrei probabilmente optato per la causa civile: è più lenta che chiedere il riconoscimento del danno in sede penale, ma alla lunga fa più danni :-)


  2. su 15/06/2009 a 10:15 bertoli giuseppe

    la tolleranza ha da sempre generato l’ingiustizia e le persecuzioni se non viene applicata con una visione critica.
    non so nulla dell’episodio originario, tuttavia, a naso, dico che chi offende deve pagare, e questa non é la legge del taglione ma semplicemente il rispetto dell ‘altrui persona: le offese, soprattutto se gratuite come quelle degli studenti, devono sempre essere pagate da chi le ha fatte.
    Esi9stono altri modi per ribattere ad un professore e episodio analogo é capitato anche a me nel lontano 1947 per la maturità, ma non ho insultato il professore di greco, l’ho semplicemente ignorato anche in pubblico.
    quindi non mi meraviglio del giudizio emesso da quel magistrato, nel tribunale di Milano non é assolutamente strano che si dia ragione ai colpevoli, di precedenti ce ne sono stati tanti
    bertoli giuseppe


  3. su 15/06/2009 a 10:19 laura

    come ti capisco! è un tema molto difficile quello che hai sollevato. ti rispondo malamente, ma sono nello spazio dei commenti e nello stretto non riesco a fare di meglio.
    senza togliere nulla alle tue parole, credo che si debba conservare il valore del prezzo da pagare nella protesta. bisogna sapere che voler proteggere valori e cultura – o se preferisci “virtude e conoscenza” – chiede sacrifici e anche per questo non tutti ne sono capaci. solo i migliori.
    all’inizio del ‘900 lo sciopero si pagava col sangue, oggi anche noi insegnanti lo viviamo come giorno di festa in più. c’è qualcosa che non va, ti pare?
    nella mia scuola, da quando il preside – di sinistra – si decise a fare la voce grossa e a far pagare alle famiglie i danni degli eccessi degli studenti la situazione è migliorata. meno lavagne incrinate durante le occupazioni, meno assorbenti usati appiccicati al muro (è successo anche questo).
    ma noi abbiamo una grossa responsabilità: trasformare questo primo passo punitivo in attività di riflessione e di cultura (vedi qua, prima parte e qua, seconda parte. )
    è questa la sfida difficilissima che ci aspetta ogni giorno in classe.
    perdona lo stile, fosse un tema mi daresti quattro :-) )


  4. su 15/06/2009 a 10:31 mfisk

    Tralasciando tutta la questione del contenuto educativo o moralisticheggiante, diciamo che il professore in questione è stato un po’ pirla (o malconsigliato) ad agire in penale, e perdipiù contro minorenni.
    Se avesse agito in civile, adesso sarebbe lì a contarsi i soldini.
    Salvo che il gesto volesse essere *veramente* educativo, e che quindi l’azione in penale fosse diretta più a spaventare e a far rendere conto i ragazzi della gravità di quel che avevano fatto.
    Sarebbe bello che la verità dei fatti fosse quest’ultima, ma mi sembra troppo improbabile: non foss’altro perché allora egli non avrebbe accettato i 5000 euri da una delle famiglie; e pertanto resta la pirlaggine del professore.


    • su 15/06/2009 a 10:38 lo scorfano

      Pur non avendo, colpevolmente, alcuna contezza di penale, civile, cause o querele, tendo a sottoscrivere quest’ultima interpretazione.
      Ma mi tocca anche un po’ insistere: la scuola ha le sue sanzioni; un professore può usarle. Perché non limitarsi a quelle? Per ottenere del denaro?
      Mi sa che io sono più pirla ancora del prof di Milano, e a me non sarebbe mai nemmeno venuto in mente; e non avrei potuto essere malconsigliato, perché non avrei neanche chiesto consigli.
      Potete anche ridere, non me la prendo. ;-)


      • su 15/06/2009 a 10:41 mfisk

        Rettifico (coi tempi che corrono…), aggioungendo il sottinteso inespresso.
        Qualora avesse inteso cogliere l’occasione per rimpinguare il suo conto in banca, il professore in questione è stato un po’ pirla (o malconsigliato) ad agire in penale, e perdipiù…


  5. su 15/06/2009 a 10:39 Ipazia Sognatrice

    Non avevo sentito di questa vicenda prima di leggerla qui, quindi non ne conosco precisamente i particolari.

    Il prof ha sicuramente esagerato a chiedere quelle cifre, che possono davvero fare la differenza nel bilancio di una famiglia, specie di questi tempi. Però mi viene anche da dire che la vita, la vita vera, fuori dalla scuola, non sta lì a ‘cercare il dialogo’, sta lì a querelarti. A pretendere la riparazione dei danni. Che è cosa giusta. Fosse finita con una predica, il messaggio sarebbe stato: ‘il docente è impotente, mi ha fatto solo un predicozzo, chi se ne frega’. Invece no, il docente ha messo i ragazzi di fronte alla propria responsabilità di uomini adulti. Che devono imparare che non è sempre tutto un gioco, tutto uno scherzo, non va sempre tutto bene.
    E se l’unico modo per farglielo capire è mettere loro le mani nel portafoglio, non è questa, anche questa, educazione, come dici tu?
    Al di là di questo, l’insulto non è un reato? In teoria, non può macchiare, anche se lievemente, la fedina penale di qualcuno? A futura memoria, dico…

    Oh, oggi son cattiva, eh… :-)


  6. su 15/06/2009 a 14:52 Lele

    Dall’articolo linkato sembra che il prof milanese abbia adito le vie legali dopo la sospensione e “nonostante le pubbliche scuse”. Il che anche a me sembra fuori luogo.
    Vorrei però sottolineare la differenza tra lo scrivere su un muro e la pagina di facebook.
    Ai miei tempi, io ho rovinato il muro, con una scritta a bomboletta blu contro la prof di italiano del liceo. Non so dire se la odiavo, certo la disprezzavo, ma non perché fosse severa; anzi, perché era a mio avviso (e non solo mio) impreparata e poco democratica.
    Non mi hanno beccato.
    Certo, non mi sono vantato con gli amici di quel che avevo fatto. La mia era stata un’operazione… ehm, come dire, del proletariato.
    Vabbé lasciamo perdere questo aspetto.
    Se mi avessero beccato sarebbe stata una ronda di carabinieri passata di lì per caso, che per fortuna non passò. Ma più o meno, sapevo cosa rischiavo. Certo, ero un idiota, ma se mi avessero preso, avrei pagato io.
    Ho l’impressione che questi quindicenni che scrivono insulti su facebook, non sappiano cosa rischiano, non sappiano con che facilità possano essere individuati, non sappiano, in buona sostanza, dove sono, cosa fanno, e cosa significhi essere responsabili delle proprie azioni.
    Meno male che quelli così sono una minoranza.

    Se fossi il professore insultato, mi vendicherei andando di notte davanti a casa degli studenti a scrivere sui muri insulti contro i loro genitori.


    • su 15/06/2009 a 14:55 lo scorfano

      Anch’io ho la stessa tua impressione: che non si rendano conto di quanto facebook sia uno spazio pubblico; che lo consideraino una specie di zona franca. Che è un segno interessante di superficialità, a ben pensarci.


  7. su 16/06/2009 a 03:04 Insegnante smaronato

    Chi insulta pubblicamente un insegnante dice la semplice verità.

    Noi siamo solo dei poveri coglioni, idioti, sfigati, falliti, che guadagnano meno di un lavavetri.

    Almeno gli insegnanti uomini. Le donne (che infatti costituiscono più del settanta per cento del “corpo docente” – corpo in genere sgraziato, trascurato e precocemente invecchiato) può darsi che scelgano deliberatamente questo impiego per avere il tempo libero da dedicare alla casa e ai figli – salvo poi trovarsi anche loro imbottite di Prozac, perché comunque è un lavoro di merda per tutti, perennemente a contatto con branchi di stronzi.

    Inutile tentare di spiegare a dei ragazzini di sedici anni qual è il “valore della cultura” – anche perché oggi la cultura non si sa più cosa sia, e di valori non stiamo neanche a parlarne.

    La logica del profitto condanna gli insegnanti, malpagati, ad essere considerati – coerentemente – delle povere merde. Perfettamente logica, e anzi ingegnosamente provocatoria, dunque, la scelta, da parte dell’insegnante insultato, di chiedere soldi ai padri (i quali, presumibilmente, dato che i figli frequentavano un “noto liceo milanese”, saranno stati di quei fortunati che cagano soldi, non dei pitocchi come noi): reagire alla logica del profitto, e alle discrimiazioni che essa comporta, secondo le sue stesse regole.

    Ma non ha calcolato, il collega, che un insegnante non può chiedere soldi invocando un danno d’immagine – per il semplice fatto che gli insegnanti un’immagine non ce l’hanno, o se ce l’hanno è già di per sé cosparsa di merda.

    Ma tu sei quel Profumo, l’italianista della Cattolica? Anche tu, come me e come il comune, valente amico Paolo Zoboli, vittima delle baronie, e condannato all’insulso insegnamento scolastico, fra colleghi ancora più idioti degli alunni.

    Ma mi sa che sei troppo di sinistra per entrare alla cattolica – io troppo di destra per entrare non dico in che ateneo.


    • su 16/06/2009 a 09:27 lo scorfano

      Cosa ti devo rispondere, che forse hai ragione? Sì, forse hai ragione.
      Ma c’è quell’aggettivo “insulso” su cui avrei tante cose da dirti. Faticoso sì, insulso no; stressante sì, insulso no; logorante anche, non insulso. Insulso, molto di più, il lavoro dei baroni nelle università, secondo me; insulsa la fama di cui parli in un altro commento; insulso anche il libro a cui accenni, a cui non accetterei mai di dare il mio nome.
      Sono fatto così: credo di avere fatto il giro della boa. So che tu hai ragione, in tantissime cose; so anche che sono ragioni che non mi importano più. E mi dà un sacco di soddisfazione tenermi i miei torti.
      Ma hai ragione, tu, guarda, non discuto mica… ;-)


  8. su 30/07/2009 a 22:23 Paolo Zoboli

    Per cortesia, chi devo ringraziare delle parole di stima nei miei confronti, nelle quali mi imbatto casualmente girovagando in rete?

    Paolo Zoboli



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