(il pescelibro #8)

Tre coralli e mezzo per il nuovo libro di racconti di Giorgio Falco. Uno per la potenza degli incipit, assolutamente impressionanti per incisività e tensione, capaci di incollare il lettore alla pagina come pochi altri esordi sanno fare (un esempio di incipit, quello del primo racconto, lo trovate qui). Il secondo corallo, per il ritmo della sua prosa, lento e quasi monotonale in gran parte dei momenti narrativi, ma anche capace di improvvise accelerazioni, di battute fulminanti di dialogo, di repentini mutamenti e scatti in avanti, a replicare le improvvise sbandate dell’esistenza. Il terzo, per il ritratto davvero pungente della vita contemporanea, alla periferia di una grande città che è Milano ma che potrebbe essere qualsiasi altra grande città; infine, un ultimo mezzo corallo per gli animali domesitici (cani soprattutto, ma anche un boa) che popolano le vite dei suoi personaggi e che sono gli unici essere viventi del libro a conservare una loro dignità del vivere, negata agli uomini.
Un buon libro, da leggere con attenzione, a tratti forse un po’ compiaciuto di sé nelle sue descrizioni sempre sul limite della disperazione silenziosa, ma una prova di narratore di grande futuro, sicuramente.


Allora te lo sei comprato e pure letto? Ora mi tocca mettermici anche a me, così poi ti scrivo un parere. Mannaggia.
L’ho comprato, l’ho letto, mi è piaciuto, anche se mi ha un po’ stancato, per i motivi che ho scritto nelle ultime tre righe. Però vale la pena, perché la prosa è notevole.
Devo ancora leggerlo. Ma prima della tua recensione avevo letto quella di Loredana Lipperini.
Mi aiuti a combinare i vostri due pareri?
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/06/10/macroscrittura/
La Lipperini non ha per niente torto; l’unica questione che io porrei è che il punto di vista di tutti i racconti è chiaramente e volutamente maschile. Il maschio riconosce le miserie della donna (la “sua”, in genere) ma è completamente cieco sulle proprie. E questo lo rende ancora più schiacciato, ridicolo e vile di quanto non siano vili le donne. Entro un’umanità in cui non c’è scampo per nessuno, va detto.
E’ un libro sessista solo in questo senso: che prende un punto di vista (maschile) e lo perpetua per tutti i racconti, senza deroghe, senza eccezioni. Proiettando sulle donne tutto il fallimento e le frustrazioni che sono però assolutamente ed esplicitamente maschili.
E ‘ un libro con dei difetti, senz’altro. Ma ha un suo ritmo, una prosa, un’energia della scrittura. Che è un pregio non da poco, secondo me.
Poi, onestamente, non volevo fare una recensione, ma solo buttare lì un amo, segnalare una lettura che mi ha colpito più di altre. Sul web ci sono interpretazioni molto più efficaci.
Ti segnalo questa, per esempio, che forse ti farà passare la voglia di leggerlo:
http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2009/06/lubicazione-del-bene.html
Comunque è un libro che fa discutere, questo senz’altro.
Ma Cognetti l’avete letto? Uno che scrive “Sonia si allontana senza voltarsi. Sculetta un po’, camminando su una trave immaginaria come le hanno insegnato le cameriere anziane. Spera che Diego le guardi il sedere…”
A parte che mi sa di stroncatura mediata da bassezze personali. Un intellettualino, arrampicatore, poco più che trentenne, che si fa fotografare con New York sullo sfondo, ma dai!(non ci credo perché è volutamente una recensione scorretta, anche per farsi pubblicità)
Critica là dove lui stesso andrebbe stroncato, imitazione scarsa degli americani, senza la forza di Pincio per esempio.
Guarda un po’ il caso è una roba anche contro Mozzi e Stile Libero, dove peraltro sbaverebbe per pubblicare e che si dia una calmata prima o poi accadrà o magari non accadrà proprio mai e lui sarà felice e contento di fare il portaborse di minimum fax.
Aggiungo solo una piccola cosa: io trovo che il punto sia proprio lì invece:”E questo lo rende ancora più schiacciato, ridicolo e vile di quanto non siano vili le donne.” L’UOMO è UN VILE IN QUESTO LIBRO, e la questione se si legge con onestà, sta da tutta un’altra parte, sessista è una parola che mai userei per Falco. E allora la Parrella usa il punto di vista femminile, e che vor dì? Chiama il medico assistente, dottorino, se vogliamo non propio lusinghiero come termine. Lo usa, se lo porta a letto e poi lo caccia che deve parlere delle sue cose importanti con un altro. A me è piaciuto abbastanza il suo libro e non dico ah però chissà com’è il punto di vista del dottorino!
Come dice Falco, in un’intervista, ci sono delle donne, non a caso cinquantenni che sono delle resistenti. Bisogna fare attenzione alle letture di parrocchia. Abbiamo una sola possibilità per essere felici: l’onestà.
E per la situazione che viviamo in Italia imparare che quanto più c’è livore tanto più le ragioni per colpire una persona vanno ben al di là di quelle espresse.
Ciao
Flavio
proprio parlare.
Ah mi scuso con Pincio, che stimo molto, per aver paragonato Cognetti a lui. Cognetti non esiste come autore, naturalmente.
Farà le sue stroncaturine per farsi strada con la sua posa da scrittorino italo americano
D’accordo, Flavio, sono d’accordo con te. Cognetti la mette giù durissima ed esagera. Però, visto che sei venuto fin qua, ti dico io quali sono le mie perplessità. Anzi, te le dico tutte in una parola sola: retorica.
Il libro di Falco è pesantemente retorico nella peggiore accezione che il termine ha. Ha una sua prosa, molto efficace, ha delle qualità ritmiche indiscutibili, ma le usa in modo solipsistico, compiaciuto di sé, senza in realtà andare oltre la scorza delle cose. E’ manieristico, insomma: continua a insistere sugli stessi temi (alienazione, infelicità, impossibilità di esprimere l’infelicità) ma lo fa sempre con lo stesso sguardo che non aggiunge nulla a ciò che decine di altri scrittori e registi hanno già fatto negli ultimi decenni.
Questo è solo il mio parere, intendiamoci; ed è il parere di un pirla.
A me va bene dire che è un libro interessante, perché è vero: ma siccome leggo in molti luoghi che sarebbe un grande libro, be’, questo è troppo: non è un grande libro, onestamente. I grandi libri sono diversi.
Non siamo d’accordo, intendiamoci, forse i libri si scrivono anche per questo. Per ritrovarsi, senza conoscerci a parlarne, anch’io sono un pirla e non pretendo di essere il più figo o uno che la sa lunga a trentuno anni. Ma credo che questo libro, e lo penso proprio, sia un grande libro di questi anni, che in tanti avrebbero voluto scrivere e non sono riusciti, mi pare che questo sia un autore che non si risparmia, l’ho già detto da un’altra parte, non perché lo trovo perfetto, ma imperfetto e bellissimo, anche Trevisan a volte mi pare che se ne stia fuori da questo ciarpame al’italiana che è sempre pronto a dirti che gli americani sò meglio e poi i francesi e sa dio cos’altro, un po’ per scusare se stessi e la propria mediocrità. E difficile in Italia essere generosi con i nostri autori migliori, ma come dice la Muratori davanti ai bravi ci si inchina e basta.
A me pare che invece qua ci stanno un sacco di chiaccheroni che non possono accettare anche la sofferenza di una visione, mica Falco ha detto: siete tutti così, però fa specie che soprattutto i mediocri se la prendano, ecco.
Invece mi era molto piaciuta la tua lettura iniziale, senza l’influenza della mediocrità, ho trovato il tuo intervento molto spontaneo all’inizio. Secondo me ci avevi trovato qualcosa. Nel mio caso, io penso sempre come diceva Fenoglio: è una questione privata.
Dopo di chè non trovo mai in nessuna riga dell’ubicazione la retorica, la trovo in Moresco la retorica, non qui, non gli appartiene, la disperazione sì, quella forse che appartiene a uwe johnson che gli ho sentito citare a fahre e forse a volte lo strozza perfino.
Che ti devo dire caro scorfano, secondo me i grandi libri sono molti e diversi e mi piace lasciarmi andare ad essi.
Comunque ti ringrazio molto e sono contento di aver visto il tuo sito, buone letture e alla prossima magari.
Ciao Flavio
Grazie molte a te, per il tuo contributo. Apprezzato, peraltro: una qualche differenza di vedute credo sia inevitabile.
è difficile, la tastiera è così (scrivo da Paris;-) meglio la minuscola