Provo a raccontarla in breve, questa storia tutta mentale, lo prometto.
Dunque: arrivo a casa dopo la prima riunione della commissione per l’esame di maturità; sono di buon umore, perché i colleghi sembrano persone con cui si lavorerà bene; ho il ginocchio sempre un po’ dolorante, ma cerco di non pensarci. E per non pensarci mi butto un po’ sul web, a guardare che si dice oggi. Passo da un sito all’altro, da un blog all’altro.
Poi, non mi ricordo né come né attraverso chi, arrivo qui, casa virtuale di Diego Cajelli (non c’ero mai stato prima). Dove si racconta una piccola storia della nazione che siamo. La storia (la riassumo male, così ci fate un salto anche voi) dice di un uomo che entra in un bar del suo paese a bere un caffè. La barista e un avventore stanno parlando di Berlusconi, difendendolo sulla questione delle escort e dei festini, vantandone anche la prestanza sessuale. L’uomo interviene e dice la sua (che è anche la mia), con educazione: le reazioni della barista e dell’avventore si possono sintetizzare nel rilievo secondo cui l’uomo “parla troppo bene” e loro, quindi, non possono credere a quello che lui dice. La barista prende l’euro dovuto per il caffè, l’uomo esce. Non si accenna a scontrini fiscali di alcuna sorta.
Leggo questa storia e mi vengono in mente tutte le volte che anch’io mi sono trovato in situazioni del genere; le occasioni in cui anch’io ho espresso un’opinione dissonante, in minoranza, in mezzo a persone che sostenevano posizioni lontanissime dalla mia.
Ma poi, improvvisamente, mi accorgo che non è vero. Che sono state pochissime queste occasioni, negli ultimi tre o quattro anni. E che il più delle volte, invece, ho taciuto. E che ultimamente taccio sempre. Per esempio durante i miei frequenti viaggi in treno; o a scuola, in sala insegnanti; o in mezzo a parenti che vedo una volta l’anno; o ancora in mezzo ad amici di amici, ai matrimoni, tra persone che so di non rivedere mai più.
Mi sono detto, tutte le volte, «lascia perdere, va’»; e sono rimasto zitto. Non ho mai avuto la fiducia che parlare potesse servire a qualcosa; anzi, ho sempre assolutamente creduto che fosse inutile, che non ne valesse la pena, che tanto non c’era nessuna possibile comunicazione tra me e “loro”. Perché? Per un sentimento di stanchezza, direi, la sensazione di non poterne più, una specie di sfiducia assoluta nei confronti del prossimo. Ma si può essere di sinistra e nutrire talmente tanta sfiducia nei confronti degli altri da non voler parlare con loro? No, non si può.
E a questo punto mi sono fermato, perché non sapevo più cosa pensare. Mi sono sentito snob e “salottiero” come mi dipingono certi altri, i Mario Giordano e gli onorevoli Castelli. Mi sono sentito non bene, lo confesso; e non era più il ginocchio, il problema. Il problema è che mi sono sentito come uno che non sa stare “in mezzo alla gente”. Che è l’accusa che si fa alla sinistra italiana da anni e che in quel momento mi sembrava assolutamente vera.
Mi sono reso conto di sentirmi completamente sfiduciato nei confronti del mondo, degli altri, non di tutti ma di molti. Sopporto a scuola perché lo considero il mio mestiere; e anche perché i ragazzi, diciamocelo senza infingimenti, sono infinitamente meglio degli adulti ed è quindi assai più facile sopportarli e parlare con loro. Ma se entro in un bar dove si difende chi è, a mio parere, indifendibile, taccio. E l’unico dissenso che mi concedo di esprimere è quello di non tornare mai più in quel bar a prendere un caffè. Mi è parso molto poco, mentre ci pensavo.
Forse invece dovrei andare in mezzo al paese e urlarlo forte, il mio dissenso; in tutti e tre i bar del paese in cui vivo. E se mi dicono che “parlo troppo bene”, forse dovrei cominciare a parlare un po’ peggio, per esprimerlo meglio, quel dissenso. Forse dovremmo farlo tutti. Forse c’è chi nutre parecchia fiducia nei confronti del mio sfiduciato silenzio, ho pensato.


Riprendendo un discorso che ti avevo iniziato altrove, il punto è che in questo paese (ma non solo in questo, sia chiaro) non sono più in molti a saper sostenere una conversazione.
Ci si trova a volte con persone che si crede di conoscere (penso, ad esempio, ai reduni tra usenettari, eoni fa; per non parlare di signorine con le quali si è speso il tempo in scambi di mail private), e poi si scopre con grande disagio e imbarazzo che quella certa persona, con cui tu credevi potesse instaurarsi una relazione -anche solo intellettuale- di livello, in realtà ha una visione del mondo non solo completamente diversa dalla tua (eccezion fatta per quelle due o tre cose che fino ad allora vi hanno accumunato); ma soprattutto non è minimamente in grado di confrontarsi civilmente sui punti di disaccordo.
E’ proprio l’ABC, ma vale la pena di ricordare che “Quasi tutti i conversatori più noti – Samuel Johnson, Oscar Wilde, Whistler, Jean Cocteau … – sono monologatori, non conversatori. La conversazione è un dialogo, non un monologo. Ecco perché sono così rare le belle conversazioni: data la scarsità, è raro che due parlatori intelligenti si incontrino” (oggi è la giornata di Ipazia).
E in mancanza di dialogo, meglio tacersi, salvo si voglia tenere un comizio (o una lezione accademica).
il brutto è che tutto questo è tanto vero che non viene nemmeno la voglia di commentare
Forse dovremmo TUTTI farci un appunto “Non tacere” e attaccarcelo dove possiamo vederlo bene SEMPRE.
@mfisk: il problema non è certo la Weltanschauung diversa, quella c’è anche negli scambi di email.
Quanto ai raduni, basta limitarsi a mangiare e bere… oppure essere sufficientemente logorroici (come nel mio caso) che a nessuno può venire in mente di conversare col sottoscritto
No, certo: il problema è l’incapacità di rispettare le Weltanshauungen altrui: il che già negli scambi di e-mail (o nei commenti ai post) può essere difficile; ma nel confronto diretto, senza il tempo per rigirarsi la lingua in bocca dieci volte, a volte diviene tragedia.
Io invece ultimamente ho frequentato un paio di persone di sinistra che mi hanno portato in cinema di sinistra, in bar di sinistra, in trattorie di sinistra e in case, la loro, di destra. Quando una sera di sinistra ho detto che a me Ivan Della Mea non piaceva, che lo trovavo per i miei gusti pesante, uno dei due mi ha detto: “è perchè non capisci cosa ci sta dentro”. Mi sono un pò offeso e sono stato zitto (il giorno dopo Ivan Della Mea è morto). Uno dei due, rischio di essere superficiale dicendo questo, mi dice che non fa la patente perchè non vuole inquinare. Da quando lo conosco, circa un mese, non fa altro che chiedermi passaggi in macchina. Forse la mia macchina è santa, volevo chiedergli. Ma sono stato zitto. Sono stato zitto anche quando, durante un discorso di sinistra, gli ho rivelato che alla Coop non ci vado perchè i prezzi, per le mie tasche ovviamente, sono alti e che da quando vivo solo vado all’Esselunga. Uno dei due ha fatto una faccia strana e ha gurdato l’altro.
Finisce che ora passo zitto il mio tempo in casa, finisce che me la prendo con quello che abita sotto di me solo perchè è abbonato a Panorama (le cassette delle poste dicono tanto di un uomo) e finisce che c’è anche un certo modo di essere di sinistra che mi stanca e che per questo la percentuale di persone con cui sto zitto è altissima. Sono fortunato ad avere un divano comodo.
Caro Commesso, sottoscrivo anche le tue parole. E’ indubbio che finisca per essere così. Ma è proprio la cosa che mi fa un po’ paura. Anche se credo che poi, con quelli che ti chiedono il passaggio in macchina, si possa civilmente discutere. Conterà pur qualcosa, no?
@mfisk
Io non lo so, davvero: sì, come te, credo che l’avverbio civilmente incida e sia importante e costituisca un deterrente iniziale decisivo. Ma temo, sottolineo: temo, ci sia un po’ di presunzione (anche) in questo atteggiamento, nel mio almeno.
Ecco, l’ho detto: ero riuscito a scrivere tutto il post senza mai pronunciare la parola. Ora l’ho pronunciata. Vediamo.
Guarda io su Usenet mi sono divertito a categorizzare gli elettori di cdx che conosco personalmente, che ho diviso in tre categorie:
- gli anticomunisti a prescindere. Quelli che se a destra presentassero Goebbels o Himler voterebbero lo stesso di la.
Quelli che qualunque cosa faccia la sinistra è male. Esiste anche il reciproco, naturalmente.Troncano ogni conversazione che prende una brutta piega con “comunisti di merda”.
- i liberisti per convinzione o interesse. Professionisti, farmacisti, tassisti e via discorrendo. Tutti quelli che hanno assaggiato il rischio di liberalizzazioni e lotta seria all’evasione. Magari anche gente colta, per bene, che se fai dei rilievi su certi comportamenti poco etici annuisce, non prova nemmeno a risponderti, ma dice: “io non voglio uno stato che fa le merendine o la pressione fiscale al 50% per stipendiare statali fannulloni.
- i qualunquisti. La gran maggior parte, quelli che seguono poco o nulla, hanno una cognizione delle cose scarsa e imparaticcia, seguono di striscio qualche raro telegiornale e non leggono un quotidiano da eoni. Tipicamente non si avventurano in discussioni politiche con chi la pensa diverso da loro perchè sanno che finirebbero scarnificati. Se obtorto collo ci finiscono dentro, alla mala parata, chiosano con un luogo comune sulla politica: “tanto sono tutti ladri” “tanto sono tutti uguali” “tanto non cambierà mai un cazzo”.
Gli unici con cui intrattenere una discussione tollerabile sono la categoria numero due, col fatto che ti tolgono però subito l’osso più succulento, visto che non sono affatto dei pasdaran del berlusconismo, ma lo votano per mera convenienza. L’unica cosa che ti rinfacciano, sui guaiti contro conflitto di interessi e immondizie varie, è che il raglio degli asini non arriva in cielo. Ovvero che il colpo in canna per metterlo a tacere lo abbiamo avuto, ed abbiamo sparato a salve.
L’ultima volta che sono stata in Italia mi sono sorpresa perche’ tutti urlavano, nessuno che ascoltava e tutti parlavano sopra a cio’ che gli altri dicevano. Una mancanza totale di civile conversazione. Qui ho impararato in tre anni a non urlare a non parlare sopra e a non interrompere. Uno parla, l’altro ascolta e poi risponde. Conversazione civile insomma. Sara’ il caso che bisogna rimettere a posto i fondamentali? mi domando sempre cosa succedera’ quando Berly sara’ morto. E’ di quel dopo li’ che sono curiosa.
Una mia amica francese ha notato la medesima cosa: ha chiesto se gli italiani erano tutti arrabbiati, visto che gridavano sempre in questo modo. Abbiamo dovuto dirle che era un costume nazionale, ma preferivamo la rabbia, quasi quasi.
purtroppo lo spunto offertoci dallo scorfano sull’afasia che coglie di fronte agli altri, che ben poteva essere commentato in maniera un pò più “metafisica”, è stato asservito a snobistiche dissertazioni in materia di elettorato di destra.
Ben venga il commento di Commesso, il quale ogni volta va al di là del senso più immediato dei post e ci regala qualche immagine di vero disincanto.
Era “metafisico”, ma anche no, Dario. Era il tentativo di esprimere un disagio di fronte all’impossibilità di comunicare con chi usa solo luoghi comuni come argomenti (e Commesso ha detto bene, che stanno dappertutto); e non solo un diasgio, ormai. Proprio una specie di rifiuto. Stavo cercando di confessare una mia colpa, insomma.
@scorfano: se usare le buone maniere (civili) è essere elitario, allora sono elitario. E nota che spesso metto le dita nel naso.
Parecchi anni fa ascoltavo i Nirvana, indossavo pantaloni bucati e giudicavo i miei genitori. Quando tornava a casa dopo il lavoro, penso lavorasse almeno, dalla sua bocca mio padre faceva uscire poche parole, mangiava e si sedeva in poltrona davanti al televisore. Così dal lunedì al sabato. Perchè di domenica ci stava tutto il giorno, davanti al televisore. Mentre Kurt Cobain diceva “carica i tuoi fucili e porta con te i tuoi amici” io pensavo di mio padre “che coglione”. Perchè non parla con qualcuno, non legge un libro o non va a ad una mostra?
Perchè il lavoro stanca non solo il fisico ma anche i sentimenti. E ora che pure io lavoro, capisco mio padre. Ho capito che aveva due possibilità: o essere incivile per stanchezza morale o starsene in poltrona. Lui ha scelto di essere civile in casa perchè le persone fuori non gli piacevano. E lo ringrazio di non aver mai ruttato, che questo sì sarebbe stato incivile e per me un cattivo esempio.
Mmm, molto brevemente: siamo stanchi sì. Io pure spesso sto zitta, un po’ perché non mi va di parlare con chi non capisce e, peggio ancora, non capisco e un po’ per quel senso di superiorità che ogni tanto m’assale. Comunque, quando mi decido a parlare, ho notato che fa una differenza enorme l’intenzione che ho nel profondo: se voglio fare l’evoluta con il troglodita è un sicuro fallimento, se invece cerco di capire sinceramente va molto meglio. Il dramma è che si tratta di un lavoro duro che raramente mi va di fare. Ma parlar male per mettersi allo stesso livello, questo no, eh.
Ecco, nel nome dell’affinità che emerge tra il tuo commento e il mio post: questo pensare all’interlocutore come a un troglodita, tu, come lo vivi? Perché è proprio questo il punto da cui sono partito per scrivere il post…
Conta anche il numero di persone dell’uditorio: cosa sarebbe successo se ci fosse stata solo la barista a parlare con l’avventore? Se ne sarebbe stata zitta oppure avrebbe accennato un dissenso sommesso. E il nostro protagonista se ne sarebbe andato meno turbato.
Mi pare simile il caso di Commesso: se avesse avuto la possibilità di parlare con uno solo dei due compagni avrebbe potuto fare valere le sue ragioni, o quanto meno farle rispettare.
D’altronde è facile fare il gradasso in un gruppo!
Personalmente, quando dissento da opinioni altrui, non intervengo mai nella discussione, a meno che non vi sia una chance concreta che tale discussione possa dare qualche risultato (ad es. un cambio d’opinione, mio o altrui) o che vi sia qualche altro motivo valido per esplicitare la mia posizione. Questo per due motivi:
il primo è che non mi va di sprecare fiato. Inconsciamente il cervello assegna un valore di probabilità di successo a ciascuna azione potenziale e poi, nel giro di qualche frazione di secondo, prende una decisione. Siccome non sono un maestro dell’ars retorica che può vantare la capacità di mutare opinioni consolidate, in genere la decisione propende per l’astensione.
Il secondo motivo è che ci sono più possibilità di convincere qualcuno a cambiare la propria posizione se quest’ultimo non conosce la mia opinione in merito, se non è in grado di catalogarmi.
che utilitaritista!
Il fatto che io renda esplicito il mio pragmatismo non mi rende peggiore di chi lo applica inconsciamente
Tutto ciò è umanamente comprensibile. Più la società è complessa, ed apparentemente alla porta di tutti ( pensate solo alla quantità di informazioni che circolano oggi rispetto ad un tempo! Gossip, network sociali, tecnologie, globalizzazione, conoscenza di altre culture,ecc…), più, per ragioni pratiche, abbiamo bisogno di etichettare, di semplificare, finendo ad esempio per dividere le persone tra gente di destra e gente di sinistra, quando in realtà le sfumature sono infinite e discordanti. Così suggerisco di superare queste definizioni obsolete, che rimandano ad una società differente dalla nostra e di ricercare continuamente dei modelli da seguire, da imitare. Non ci sono modelli da imitare, perché chiunque ha qualche lato oscuro o differente, che si discosterebbe dalla nostra visione? Nulla di nuovo, si tratta di scegliere il meglio da ognuno e cercare di riproporlo nella propria persona. In questa scelta, nelle nostre variazioni, si mostra la nostra identità. Di fronte alle situazioni che descrivete, in cui rimanete in silenzio, io ad esempio vedo come modello Nanni Moretti, che a Roma, vede un tizio buttare una cartaccia dal finestrino di un’auto e decide di fermarsi con la Vespa, raccogliere la cartaccia e al primo semaforo bussare al finestrino della stessa auto, dicendo semplicemente che era caduta quella cartaccia. Evitare strumentalizzazioni, parlare sulla base dei fatti, quelli per cui il discorso non può andare avanti più di tanto, perché si arriva ad un punto e bisogna decidere. Io nel bar a quei signori avrei detto che perlomeno il giornalino che Berlusconi mi “regalò” con i miei soldi, che raffigurava la sua famiglia e, peggio ancora, la sua finta idea di famiglia, poteva risparmiarselo, visto il tipo di vita che conduce e i valori che trasmette. Evitando di dire tutte le altre disgrazie che penso, per non litigare, limitandomi a commentare l’accaduto. O forse sarei stato zitto, perché talvolta la distanza con la visione degli altri è talmente grande che è veramente difficile conversare. E si finisce per aver sfiducia.
Il tuo commento finisce esattamente dove comincia il mio post. Direi che ne è proprio l’antefatto, l’antepensiero…
C’è un altro particolare di questa vicenda che mi incuriosisce, e scusatemi se vado fuori tema per qualche secondo. Con il mestiere che faccio, mi capita spesso di ascoltare persone che parlano (con me, fra di loro). Ed è curioso come, a differenza di quanto affermi il Grande Trombatore, in realtà nessuno creda alla sua innocenza: tutti, ma davvero tutti, sono convinti che lui il gran giro di mignotte ce lo abbia davvero. E probabilmente credono anche a tutto il resto, che è molto peggio del giro di mignotte a Villa Certosa.
Il problema è che forse sono io ad aver interpretato male, per anni, quello che stava accadendo in Italia. Il Berlusca non è affatto quel geniale comunicatore di cui tutti tessevano le lodi, e non ha mai trovato nessuna formula magica per stordire l’elettorato. Il suo anomalo consenso si basa sulla triste evidenza che lui è davvero l’archetipo, la quintessenza, l’idea platonica dell’italiano. L’italiano che tiene famiglia, però va a mignotte nella provincia limitrofa. L’italiano che va in chiesa la domenica, però non rivolge la parola da anni a suo fratello. L’italiano che se può arrivare grazie a una spintarella, perchè mai dovrebbe faticare? L’italiano che se il negoziante sbaglia a darti il resto sta zitto e fila fuori dal locale prima che l’altro se ne accorga. L’italiano che fa le corna in pubblico perchè è folcloristico. L’italiano convinto che una pacca sulla spalla sia più redditizia per i propri affari di un confronto sui valori e sugli obiettivi. E potrei andare avanti all’infinito.
Alla fine, dire la propria è più fatica che gusto, e su questo sono sostanzialmente d’accordo con gli altri. Perchè o trovi chi la pensa come te, e allora è come parlarsi addosso, o trovi chi la pensa come lui: e allora sei uno che non ha capito come va il mondo.
Io qualche anno fa non ascoltavo i Nirvana (mi piacevano da matti Vecchioni e i Supertramp), come tutti dissentivo più o meno educatamente da mio padre, e adesso anche io sono contento di avere un divano comodo. E un pò mi vergogno di avere pensato, in qualche attimo di entusiasmo giovanile: sono di sinistra. Perchè più passa il tempo e più mi convinco che non esiste l’italiano di destra o di sinistra.
Esiste solo il dramma nazionale di essere italiani.
e direi che da un post che superficialmente poteva sembrare il solito vecchio e insopportabile esercizio di spocchia dell’uomo di sinsitra (qualcuno diceva “antropologicamente superiori”), si è arrivati ad uno scambio onesto. si vede che su questo blog che ho appena scovato gira gente di valore.
bisognerebbe stamparle la pagina. poi prendere tutti gli ultrà della politica, bastonarli in testa bene (ma non troppo forte), legarli a una sedia e obbligarli a leggere. per vedere se dietro all’ideologia c’è rimasto un poco di umanità (perchè il problema, da qualche secolo, è questo, non i concetti di destra e sinistra)
Salve a tutti! Sono quello del bar!
Vorrei aggiungere una cosa, che nel mio post non ci stava, e che ci sta meglio qui, in coda ai commenti e al bellissimo post di Scorfano.
Sentirmi dire che “si vede che ho studiato” e che “non ho mai lavorato in vita mia” mi ha stupito un sacco.
Perchè, in effetti, io non ho mai studiato. Non sono laureato, non ho letto i libri giusti, sono un ex tamarro di periferia che fa un lavoro strano.
Per cui, se gli avventori del bar precepiscono me come un intellettuale, chissà che cosa succede se gli si para davanti uno che ha studiato sul serio. Un intellettuale vero.
Confesso anche che non sono un supereroe. E’ stata la mia prima volta.
Di solito sto zitto. Non dico niente. Non mi lascio coinvolgere in quel tipo di discussione.
Eppure l’altro giorno non ho potuto farne a meno.
Credo che sia un po’ come gli sport estremi.
Appena superi la paura del primo lancio con l’elasticone, poi hai voglia di rifarlo.
Ecco perchè ho deciso di discutere ancora, se mi ricapita l’occasione.
Ora scusatemi, vado al bar a fare colazione!
Diè!
È un grillo parlante
si crede importante
ha tanto studiato
si è laureato…
Spero che prima o poi si riuscirà ad eliminare anche questa stupida idea che l’intellettuale vero è “quello che ha studiato”. Che poi noi siamo capaci a cambiare idea in cinque minuti e metterci a parlare di come ci sia gente che ha preso il pezzo di carta senza sapere un tubo…
(e poi credo che il “vero intellettuale” sarebbe semplicemente sbertucciato dagli avventori!)
Be’, nei miei momenti illuminati cerco di mettermi nei panni del troglodita in questione, e comincio la discussione magari dall’unico punto in comune che trovo. Oppure, trovo qualcosa di spiazzante. Mi ricordo una signora ineffabile che, al mare, in un momento di penuria d’acqua ne sprecava a litri per i fiori (cosa in quel frangente vietatissima): un vicino incazzatissimo cominciò a protestare, e lei: “scusi, ma lei come si chiama? No perché sa, mi ricorda molto un conoscente di…” Quello rimase senza parole qualche secondo, e poi però si spiegarono e diventarono quasi amici.
Certo, è difficilissimo non considerare l’altro un mentecatto, orbo e rincoglionito (ma, dico, NON VEDI?), chissà come ci è diventato, chissà se ci è nato, che cacchio ha fatto fino ad ora?.
Purtroppo, di fronte alla maleducazione perdo la testa quasi sempre, se parlo mi escono (educate) fiamme. Come con il tizio che l’altro giorno ostruiva un parcheggio chiacchierando al telefonino e non si è voluto spostare, insultando pure. Magari era pure uno che non vota a destra, chissà.
A me, che non frequento molti bar, ma molti treni, non capita mai di intervenire perché le discussioni sulla politica sono rarissime. Molto spesso sento discussioni sul calcio, molto più spesso su affari personali, e infinite e rumorose conversazioni al telefono.
Secondo me anche questo conta nel fatto che ci si tenga le proprie opinioni per sé.