Uno non sa più cosa sperare, ve lo confesso. Intendo dire che uno come me, che dopo quindici anni di insegnamento si ritrova, con la sua bella quarantina d’anni, a essere comunque uno degli insegnanti più giovani della sua scuola (che ha un corpo docenti di ben più di 1oo persone) dovrebbe ovviamente sperare che arrivino al più presto forze giovani, capaci di un po’ di entusiasmo, capaci di portare una nuova ventata in questo mondo asfittico, pronte a scommettere sul loro futuro e a coinvolgere in questo loro entusiasmo anche i quarantenni.
E infatti, mediamente, è quello che spero anch’io, quarantenne quasi splendido. Quando leggo quello che scrive Ipazia, per esempio, spero che un giorno arrivi lei nella mia scuola a portare un po’ della sua spigolosa e acuta giovinezza; e così per altri come lei. Ma è anche vero che è quasi inutile sperarlo, innanzitutto. Basta leggere l’articolo pubblicato sul Sole24Ore di oggi, che è spietato ma purtroppo veritiero:
Oggi in Italia diventare insegnanti o ricercatori è impossibile. Per legge. La strada verso l’insegnamento è stata chiusa l’anno scorso, con l’abolizione delle scuole superiori per futuri docenti [le Ssis, Ndb] decisa con la Finanziaria 2008. (…) Le nuove regole potranno partire solo dal 2010/11, e da sole potranno servire a poco.
Una tragedia, insomma. Una scuola pubblica condannata a invecchiare insieme a me, c’è poco da dire e c’è pochissimo da sperare.
Anche se in realtà un’altra cosa da dire ci sarebbe; ed è quella che determina la mia incertezza, il fatto che in conclusione io davvero non sappia più cosa sperare. Perché i colleghi giovani, ogni tanto, compaiono nella scuola italiana. Arrivano e fanno le supplenze, che a volte durano anche un anno, se c’è qualche insegnante in maternità, per esempio.
E, sempre per esempio, quest’anno io ne ho avuti un paio, di colleghi molto giovani, che hanno fatto supplenze di qualche mese, nelle stesse classi in cui lavoro io. Colleghi simpatici e carini, molto alla mano, molto ferrati in fatto di burocrazia, mi è sembrato. Ma anche, lo devo dire con franchezza, del tutto e clamorosamente impreparati. Proprio a livello di disciplina, insomma. Ragazzi di trent’anni che non sanno niente; che non hanno mai letto libri decisivi, i libri che devono spiegare, se non a pezzi: l’Orlando furioso, per esempio; o la Gerusalemme liberata, magari, o naturalmente la Divina Commedia e chissà quant’altro.
Come fanno a insegnare Ariosto o Tasso o Dante se non ne hanno mai letto, nemmeno una volta, l’opera intera? Non lo so, francamente. Non ho la più pallida idea di come potranno fare. Ed è colpa loro? Mica tutta; anzi, quasi per niente.
Basta dare un’occhiata ai programmi delle facoltà di lettere di tutta Italia: nessuna facoltà fa più leggere un testo integrale; perché non si può. Perché c’è un limite di pagine oltre il quale non è consentito andare. E anche perché si tende comunque a fare programmi facili, per comodità. Per esempio, ho dato un’occhiata a un programma dell’Università di Milano e ho visto che quest’anno c’era un bel corso monografico su Boccaccio. Mi sono immaginato che la lettura del Decameron fosse il requisito minimo; ho anche pensato a quanti saggi critici si sarebbero dovuti affiancare a tale lettura. E invece no, quasi niente. Meno di 20 novelle del Decameron (su 100) e un saggio critico, tutto qui. (Non metto il link, perché è un file word; ma lo trovate, a partire da qui, con un po’ di pazienza.)
E, intendiamoci, questo vale per un autore che si studia, in quanto oggetto di corso monografico; per gli altri quasi nulla, come se non esistessero. E come mai io li ho letti tutti, invece, quei grandi libri? Perché mi hanno costretto, è ovvio. Perché non c’era corso monografico che tenesse: o ti leggevi tutto l’Orlando Furioso e tutta la Gerusalemme liberata, oppure l’esame non lo passavi mica… Anche se il corso monografico era su Parini, come infatti era.
In compenso, però, oggi ci sono tantissimi corsi di preparazione all’insegnamento, tra pedagogia e psicologia, in cui si dice quanto sia importante volere bene ai ragazzi. E infatti i miei giovani colleghi supplenti erano preparatissimi sul volere bene ai ragazzi. Cioè, sapevano perfettamente che bisognava farlo, assolutamente, e non si stancavano mai di ripeterlo, in tutte le riunioni; ma il come si potesse farlo, questo rimaneva più misterioso, una volta che qualcuno (io) provava a chiederglielo.
E quindi, mi domando: ma come si fa a voler bene a uno studente quando non si conosce nemmeno la materia che bisognerebbe insegnargli? Non è quello, in fondo, il metodo migliore per volergli davvero bene? Fare il proprio mestiere con attenzione e scrupolo? Aiutarlo a capire quanto c’è di essenziale in una qualunque disciplina? No?
Boh, guardate, io non ci sto a capire più niente; e infatti non so nemmeno più cosa sperare. Che arrivino, questi ragazzi giovani, o che piuttosto non arrivino perché per la maggior parte (il corsivo è intenzionale, eh) non sanno quasi niente ed è meglio che non vengano a fare altri danni, in una scuola che già non prepara quasi più a nulla.
Che è già, in molti casi, la scuola da cui anche loro sono usciti, infatti.


Da noi si dice: muoino le mosche, muoino i mosconi, ma chi non muore sono i rompi….
Ti scrivo ancora, nella vuota speranza che le mie parole non raccontino cose vecchie, fuori moda, desuete.
Parlavo con uma mia amica che insegna lettere, e, a proposito del Manzoni, le spiegavo che avevo chiesto a mio figlio (biennio all’ITIS) se fosse stato in grado, dai versi dell’ Iliade di identificare il periodo storico di cui narra Omero (naturalmente la risposta avrebbe dovuto essere stata: “bronzo loricati achei”), oppure se avesse avuto una risposta sul perchè frà Galdino raccoglieva le noci (per quale olio ?) con la risposta: “per le lampade votive” in quanto qui al nord usavano il grasso e lo strutto.
Lei mi rispose (bienni Geometri): ormai ho rinunciato da molti anni a trattare il Manzoni, non hanno la testa per comprenderlo.
Altro aneddoto. Molti anni fa, frequentavo un corso di Trasporti Meccanici a Bologna. Sul treno converso con uno studente laureando in Ingegneria e rimango molto stupito della sua affermazione quando mi dice che non ha mai visto un tornio: tu sai che è la macchina fondamentale per lo sviluppo della tecnica. Ma non solo, nella mia scuola arrivò, dal Sud, un supplente di Macchine Utensili. Anch’ egli mi confessò di averle viste solo sui libri e di averne solo sentito parlare.
E’ per questo che l’altro giorno ti scrivevo dicendoti che vanno fissati degli obiettivi didattici ed essi vanno poi perseguiti, senza lasciarsi trascinare da inutili compassioni. Il miglior regalo che un genitore possa fare a un figlio è l’educazione, non il buon cibo per allietarne il palato, pensando di renderlo felice. Chiedere molto per ottenere qulcosa.
Ciao e spero di non averti stufato.
Anzi, trovo il tuo contributo particolarmente efficace. Perché traduce in esempi quel che io ho scritto, teoricamente, nel post e che ho già ripetuto altre volte… Come vedi, se c’è da essere noiosi, non mi tiro indietro nemmeno io.
Se mi pare necessario. Grazie.
Aneddoti ed ancora aneddoti.
Se le maestre, in prima elementare, insistono per avviare i bambini alla lettura veloce, è logico che i bambini, letta la prima sillaba, tirino ad indovinare le seguenti, non comprendendo quindi il testo. “VIVA LA SILLABAZIONE”. Se poi, assegnano il compito ai genitori: -Fate leggere a vostro figlio!-, cade l’asino. Ci provavo, ma non ho mai visto un condannato insaponarsi la corda. Quindi, lettura, il minimo indispensabile.
Ciao, mariano
io invece potrei narrarti di alcuni insegnanti che ho conosciuto io, abilitati con tutti i crismi: la Laurea in Matematica il Concorso (le maiuscole sono d’obbligo), dai quali noi studenti non apprendevamo nulla, se non a far di conto. E siccome parlo del Liceo Scientifico… Ottime persone che non avrebbero dovuto insegnare e non perchè fossero incompetenti ma perchè nessuno aveva mai insegnato loro come si fa
Purtroppo ci dobbiamo rassegnare: per insegnare occorrono tre cose:
1) la conoscenza della disciplina
2) un po’ di pedagogia ed esserti fatto un “culo quadro” (perdona il francesismo) sulla didattica della scienza (o della storia o…)
3) aver affiancato un docente esperto per almeno un anno di tirocinio nel quale hai magari imparato a preparare una lezione, programmare dei percorsi disciplinari
La prima la impari (la dovresti imparare) a scuola e nei primi tre anni di università. Il resto lo impari solo in un percorso simile a quello delle defunte SSIS e a scuola (ma prima di entrare in ruolo)
L’unica cosa che non serve a nulla è il Concorso.
D’accordo sul Concorso. D’accordo anche sull’anno di tirocinio.
Ma c’è una cosa che non quadra affatto, davvero: la conoscenza della disciplina è elemento decisivo; non si può sostenere che la si impara alle superiori e in tre anni di università in cui si studia davero pochissimo (i programmi sono dappertutto in rete).
La conoscenza è un processo: si affina e aumenta con gli anni. Se viene lasciata a quel nulla che vedo, tutto il resto non servirà a nulla, girerà a vuoto.
Io so benissimo che la mia è una posizione minoritaria; ma insisto, perché è davvero la posizione che ho più a cuore in tutta la questione della scuola, del reclutamento e della valutazione degli insegnanti.
Senza preparazione, non si ottiene nulla. E’ del tutto inutile che ti fai il culo quadro sulla didattica di qualcosa se non sai che cos’è il qualcosa.
Te lo dico con tutto l’apprezzamento che sai per le tue analisi. Ma te devo dire con fermezza, perché è davvero una posizione a cui non mi sento di poter rinunciare…
intanto non è minoritaria. il ministro ad esempio è d’accordo con te
però mi spiego meglio perchè dalla tua risposta ho capito di essere stato troppo superficiale.
le mie riflessioni si riferivano alla formazione iniziale, poi ovviamente c’è la formazione in servizio, che deve essere OBBLIGATORIA e anche sulle discipline. Un po’ perchè si evolvono anche loro (soprattutto per quanto riguarda le scienze, ma non solo) e un po’ per le cose che hai detto tu
Non prendermi in giro, Champ… Il ministro fa finta di essere d’accordo con me.Come tantissimi altri. Che a fare finta è facile.
Francamente, c’è una cosa che mi preoccupa ben più degli esempi letti finora, ed è il fatto che la progressiva dealfabetizzazione a cui assistiamo è omogenea in tutti i campi, compresa la medicina, per dire.
[...] Il seguito di questo articolo: sbarrare la strada ai giovani « lo scorfano [...]
Uffa Scorfano son sempre d’accordo con te.
Anche un bel po’ di filosofi esce dal 3+2 senza aver letto un classico dall’inizio alla fine. E quelli cha hanno fatto la SISS di sicuro non hanno recuperato queste letture.
In realtà il caso degli insegnanti di storia e filosofia in Italia mi è sempre sembrato anomalo. Un laureato in filosofia può insegnare storia dopo aver sostenuto tre esami di storia (vabbè, ora si conta tutto a crediti, ma più o meno siamo lì). E immagino regole analoghe siano in vigore per i laureati in storia. Io con tre esami di storia non mi sento affatto preparata ad andare a insegnarla. Se è per questo sono anche estremamente scettica circa l’insegnamento della storia della filosofia nei licei. Ma questo è un altro discorso. Magari una volta ci faccio un post e poi, se ti va, mi dici che ne pensi.
Buona estate!
Tu lo sai che pure io, che ho dato solo due esami di storia in tutta la mia carriera universitaria, posso insegnarla? E che mi è anche capitato, in una seconda, un paio di anni fa? E ti immagini cosa posso aver raccontato? Ecco, tanto per dire…
Tanto per dire, sono sufficienti i Crediti Formativi Universitari che si raggiungono a metà del secondo anno di un corso universitario in lettere classiche, per insegnare greco al classico. Questi sono circa la metà di quelli curricolari. Il che vuol dire, paradossalmente, che, stando solo ai CFU di greco, un ragazzo di vent’anni al secondo anno potrebbe insegnare greco antico. Secondo il Ministero.
Non so se ha vent’anni, ma certo non molti di più la prof di greco di mia figlia, e a parte il fatto che non riusciva a spiegare che è il risultato di quello che tu dici, ma faceva una tenerezza immensa a noi mamme (quelle poche che stanno dietro ai problemi della scuola), questa povera ragazza alle prese con quelle belve degli alunni, se la rigiravano come volevano loro, c’è chi ha inventato addirittura una malattia grave della mamma per giustificarsi, era già piccolina e magrolina quando ha preso la supplenza, ma a giugno era ridotta alla metà.
A proposito Ipa, perchè sei diventata verde? Lega, Verdi o Grillo?… scusa ma ogni tanto bisogna pur ridere….
La nuova foto mi dà un’aria così seria e professionale…
Quanto all’insegnante che tu dici, non so se fosse una questione di preparazione (per insegnare greco una laurea purchessia bisogna averla… magari non ha studiato lettere, ma archeologia, che in letteratura non dà la stessa preparazione); sapere mantenere la disciplina e quindi preparare un ambiente adatto alla spiegazione è una questione di carattere e di esperienza. Chiaramente, le ‘belve’ sui banchi non aiutano. Magari già il prossimo anno sarà meglio. Come sempre accade, i giovani insegnanti fanno le gavetta insegnando. Il che può avere, come effetto collaterale, che delle classi un po’ ’selvagge’ escano poco preparate.
Parlavo con un amico, uno degli ultimi SSISini, per rispondere a Champ. Il quale mi diceva che le lezioni sono spesso tenute da docenti universitari che la scuola superiore non la vedono da anni. E non hanno idea di come funzioni. Il primo anno è assolutamente vietato ai sissini fare tirocinio nelle scuole. Il tirocinio obbligatorio al secondo anno è di sole 30 ore. Poche, no? Questo per dirti come preparava alla professione un’istituzione che costava 2000 euri l’anno a chi la frequentava. Una macchina spilla-soldi. Ora ci tocca pure rimpiangerla, perché non c’è nulla che la sostituisca. In Italia, un paese del G8, non è possibile diventare insegnanti o ricercatori. Bello, vero?
Io sono figlia del nuovo ordinamento. Di quello ‘4 esami al semestre, ossia 4 in quattro settimane di sessione’. Chi ha tempo, con tutta questa fretta, di leggersi per intero Dante (e come lettura intendo ovviamente lettura seria, studio, non letturina soporifera prima della nanna)? E poi, uno deve cercarsi un lavoro. Non c’è tempo, non c’è più tempo per approfondire, nemmeno all’università. Dove, anche volendo, uno impara che tanto, studiato o no, si raggiunge facilmente il 30, specie nelle facoltà umanistiche. Poi, il livello dell’università è basso. In molti fra gli studenti di lettere moderne che ho conosciuto non avrebbero saputo dare una definizione di ‘Dolce Stilnovo’. Chiaro che prendere 30 a quel punto diventa facile, anche con una preparazione mediocre. Il resto è tutto lasciato alla buona volontà. E ad un sacco di altri fattori. Ma come diceva bene Scorfano, qual è la ‘buona volontà’ che ti fa arrivare in fondo alla Gerusalemme Liberata, se non ti costringe nessuno?
Forse, è meglio che i laureati della mia generazione, non insegnino… Anche quelli spigolosi!
SpigolIpazia
Ogni volta che scrivi, però, penso che sarebbe bello che qualcuno almeno potesse provarci, a insegnare. E ora basta complimenti, che poi ti monti la testa ed è passata la mezzanotte e sono in sciopero.
[OT: IO NON SONO IN SCIOPERO PER LE RAGIONI CHE TROVATE SUL MIO BLOG]
Ipazia, so bene che la SSIS aveva tanti difetti e che il rpincipale era proprio quello di essere gestita contro le scuole invece che con le scuole. Il problema mio era segnare un principio: la gelmini ha avuto gioco facile a superare le SSIS con un meccanismo che toglie il poco peso che le scuole avevano (la fase di tirocinio e un minimo di lezioni di didattica) passandolo totalmente sulle università.
Ha avuto gioco facile perchè l’opinione pubblica è convinta che per insegnare basti una laurea e un concorso (ma così si assume un qualunque dipendente pubblico, non un professionista!). O per lo meno ne è convinta la parte di opinione pubblica che è ancora convinta di qualcosa (ma questo è un altro discorso).
La mia personale battaglia è quella di convincere le persone intelligenti che non è così: servono TUTTI gli elementi che ho ricordato nel mio commento, non si può rinunciare a nessuno di essi.
Tutto qui.
Sulle altre cose che scrivi concordo. A parte il fatto che se uno decide di laurearsi in lettere e non ha voglia di leggersi tutta la gerusalemme liberata forse è meglio se cambia corso di laurea… E questo a prescindere da cosa prevede il programma dell’esame
Ma io sono uno intransigente: ho lasciato matematica (15 esami!!!!) alla fine del secondo anno per passare a statistica solo perchè ho preso 21 ad analisi 2. Mi sono detto: uno che prende 21 ad analisi 2 non può laurearsi in matematica, meglio passare a statistica. Ma quando si è giovani, si sa, si fanno tante cazzate
Champ, io non la farei così facile sulla questione del leggere o meno la Gerusalemme Liberata. Non è così facile. Io studio lettere, e non sai quanta voglia avrei di leggere un sacco di cose. Ma non posso, non tutte, perché non ne ho il tempo.
E non è che mi manca perché passo i pomeriggi a guardare Beautiful o Amici di Maria de Filippi, mi manca perché devo studiare.
In una facoltà di Lettere si studia troppo poca letteratura perché si studiano un sacco di cose che non c’entrano con la letteratura: quanto tempo ed energie ho buttato via negli ultimi anni per studiare la linguistica strutturalista, oppure a leggere saggi di filologia troppo simili tra di loro per sembrarmi interessanti. Fare l’università (farla bene) significa anche studiare (bene) cose che non piacciono. Io mi ci sono fatta venire l’orticaria sullo strutturalismo. Avrei certamente preferito leggere la Gerusalemme Liberata (ma è tanta la letteratura, e vorrei leggere anche il Canzoniere di Petrarca, tutta la Divina Commedia, l’Orlando Furioso ecc., senza neanche accennarti alla letteratura latina e straniera), ma non posso presentarmi impreparata agli esami perché i programmi non mi piacciono.
Si può leggere nel tempo libero, questo sì, ma non è la stessa cosa. Spero di leggere molto. Certo, se l’università mi venisse un po’ incontro facendomi leggere più testi sarebbe anche meglio.
Infatti non parlavo di chi non può leggere la Gerusalemme Liberata, ma di chi non ne ha voglia.
Sino al 2008 ho lavorato con incarico annuale, che poi non son più riuscita ad ottenere causa contrazione cattedre nella mia Regione. I tagli non sono terminati, anzi. Dunque di speranze di tornare in gioco ne ho ben poche e la scuola per me incomincia a diventare un ricordo, una serie di aneddoti (le volgarità dei miei alunni sono leggendarie) ma non più un lavoro possibile. Ad ogni modo, ho lavorato in scuole difficili, gomito a gomito con insegnanti anche ultra sessantenni stanchi e schiacciati da ragazzi “vivaci” (diciamo così)…e devo dirti che un po’ di gioventù stagionatella sarebbe necessaria. Io poi insegno lingue e i metodi e la pronuncia dei miei attempati colleghi dal posto sicuro mi facevano accapponare la pelle. La lingua straniera è vita e pratica continua e aggiornamento…tutte cose che non ho trovato, che non ho notato intorno a me. Queste sono solo delle osservazioni, fatte solo per far sentire la voce dei cosidetti “giovani”…che dalla scuola mi sa che migreranno verso altri lavori a termine. E se questo sia un male o meno, sinceramente non lo so.
Eh già, lo so anch’io. E’ proprio per quello che non so cosa sperare… Benché, da come parli, mi sa che tu non hai fatto l’università con il 3+2, e forse non appartieni alla schiera di laureati di cui parlavo io…
No, non appartengo a quella schiera (ho una laurea vecchio ordinamento, una delle ultime prima della “rivoluzione”): nella mia Regione, i laureati del 3+2 non credo siano neppure riusciti a vedere una cattedra (se non da studenti). In “compenso”, ho fatto la SISSIS cui tu accennavi…e, a questo punto, rivvorei i soldi indietro!:P (anche perchè non m’hanno manco fatto lezioni di psicologia… si sono limitati a costruire fantomatici moduli e talvolta a guardarci in faccia con aria interrogativa. Roba del tipo: “e oggi che facciamo?”. Un’abilitazione veramente d’altissssssssssssimo livello!)
Ops. Rivorrei, non “rivvorei”.
Sorry!
Mi sento preso in causa. Sono un 3+2 che ha cominciato ad insegnare l’anno scorso. Da non abilitato. In una scuola paritaria. Dopo essermi visto chiudere in faccia la SSIS (non la porta: la SSIS tutta intera). E forse fra un paio d’anni l’insegnamento, sempre tutto intero.
Non posso che sottoscrivere ciò che dicono Ipazia e Cicciocolla. Sta alla buona volontà del singolo, purtroppo, prepararsi sulle cose essenziali, perchè prima ci sono dei programmi demenziali da studiare sui libri pubblicati dal professore che tiene il corso (che incassa e qualche volta ti vende direttamente il libro).
Per questo io, ad esempio, ci ho messo 8 anni a fare il 3+2. Perchè ho deciso che per avere una laurea in mano senza sentirmi un ladro dovevo studiare più dello stretto necessario (sono un Andrea).
Ed è per questo che, avendo avuto la fortuna di iniziare ad insegnare, ho ripreso a studiare più di prima, abbandonando ogni altra attività lavorativa che potevo pur mantenere (e rimettendoci economicamente quindi), comprandomi un sacco di libri e facendo tardi la notte per preparare BENE le lezioni e gli approfondimenti.
Perchè nonostante la passione di anni e le letture da autodidatta non ne sapevo a sufficienza; sapevo solo che se devo insegnare 10 devo sapere almeno 100.
Ecco quindi un anno tremendo, in cui ho studiato come un deficiente, lavorando su me stesso più di quanto lavorassi sulle classi. Credo di aver raggiunto qualche obiettivo, se alcuni studenti mi hanno confidato che dopo aver cambiato molti insegnanti con me, per la prima volta, hanno studiato Disegno e Storia dell’Arte.
Ciò che non condivido del discorso di Scorfano è il ridurre tutto ad una questione di “generazioni universitarie”.
Io ho sempre studiato più del minimo sindacale non per differenziarmi dai miei compagni di corso o dai miei colleghi coetanei. L’ho fatto per due motivi.
Il primo, è perchè mi sembrava giusto.
Il secondo, perchè ho odiato l’incompetenza e l’incapacità dei miei insegnanti di Disegno e Storia dell’Arte. Nonchè di molti colleghi conosciuti o di cui sento parlare -abilitati- che di certo non si sono laureati con il nuovissimo, visto che bazzicano sui 40 e oltre.
Ho cercato e sto cercando di essere l’insegnante di Disegno e Storia dell’Arte che avrei voluto avere e non ho mai avuto: appassionato, chiaro, onesto, esigente. Quindi cerco di esserlo innanzitutto con me stesso.
Forse è un discorso che vale solo per la materia che insegno, la cui identità oggi è ancora piuttosto vaga, così come quella dei suoi docenti.
So però che la scuola non può fare affidamento sulla buona volontà o sulle buone intenzioni del singolo.
Soltanto mi dà fastidio che si divida il buono dal marcio in base a questioni generazionali o di provenienza di studi. In fondo non era nel ‘68 che si facevano gli esami di gruppo e si davano i 30 politici?
Sì, Manuel, hai ragione tu, assolutamente. A volere dimostrare tesi (che anche tu, mi pare, condividi) si finisce per generalizzare e per dire di più (e peggio) di quello che andrebbe detto. E’ quello che ho fatto io, hai ragione.
Forse, si deve piuttosto dire che quelli come te, e come Ipazia e come Cicciocolla, dovranno fare molta più fatica (quella che racconti tu) perché l’istituzione li aiuta di meno. Io non ho avuto scelta: la Gerusalemme liberata dovevo leggerla tutta per forza, altrimenti non passavo l’esame. E in questo sono stato più fortunato di voi, alla fine.
Solo per precisare che no, non è vero che “era nel ‘68 che si facevano gli esami di gruppo e si davano i 30 politici”. E’ una delle più diffuse leggende metropolitane. E basta chiedere a chi si è laureato in quegli anni lì.
Sarà accaduto in qualche corso di laurea di qualche facoltà del nord est fucina di terroristi o presunti tali, forse. Ma la normalità era molto più tradizionale.
Detto questo, concordo con Manuel: non si divida il buono dal marcio in base a questioni generazionali o di provenienza di studi
Complimenti Manuel, complimenti di tutto cuore, da una persona che sta al di là della cattedra, anzi della porta, da una mamma, che è interessata alla scuola per ovvii motivi e tu hai dimostrato che l’insegnamento non sarà una missione o una vocazione, ma certamente una grande responsabilità, onestà e sono ben convinta che la determinazione che hai per conoscere e sapere tu lo sappia trasmettere con piacere ai tuoi allievi, complimenti e grazie per la boccata d’aria di fiducia. La scuola è fatta di persone umane: prof e alunni.
Prof e alunni, e aggiungerei genitori. Magari come te, Tea, che non hai rinunciato al tuo ruolo, come dimostra ciò che hai scritto.
Comunque si, sono anch’io del “partito” dell’insegnamento come professione e non come missione…
“non si divida il buono dal marcio in base a questioni generazionali o di provenienza di studi”
aggiungerei:
“per quanto si possano pur sempre segnalare determinate tendenze…”
Ben detto, sei stato più fortunato. Ma anch’io, non credere… ad Architettura persistevano ancora dei corsi “vecchio stampo”… ricordo ancora un anziano docente che ci fece studiare 15 libri, tutti i classici della storia dell’architettura dalla preistoria a Borromini.
Ora dove non pretendono più i professori (universitari) pretendono gli studenti del liceo. Non tutti per carità, ma quante domande! E quante richieste di approfondimenti, chiarimenti… chi non è preparato non rischierà il posto ma rischia sicuramente la credibilità di fronte ai propri studenti, che pretendono -giustamente, ma fino a quando, visto che sembrano sempre meno curiosi e ribelli- professionalità e preparazione…
In merito ai 30 politici… forse è vero quello che dici tu. E’ che avevo in mente Gaber, “L’inserimento”…
http://www.giorgiogaber.org/testi/veditesto.php?codTesto=79
Mi accorgo adesso di essere stato poco chiaro nel commento precedente. Dunque, la prima e l’ultima parte sono in risposta a Champ, quella centrale è in risposta a Scorfano!…