Della disciplina si può dire tutto il male possibile, è ovvio, è talmente ovvio che è quasi diventato un luogo comune. È parola brutta, che suona male, che sa di vecchio, che sa di schiavitù e soprattutto di repressione. E oggi, governati dal sedicente partito delle libertà, tutto quello che sembra sapere un po’ di schiavitù finisce per avere un cattiva reputazione, per suonare stonato entro il concertino circense che ci stanno propinando. Anche la disciplina, quindi.
Eppure, la disciplina ha qualcosa che dovrebbe farcela amare, almeno un po’.
Intanto perché viene dal verbo latino disco, che significa “imparare”; e imparare è cosa sempre bella, sempre necessaria, senza la quale non si cresce e dunque non si è liberi. Ed ecco allora che c’è qualcosa che non va in quelli che si immaginano la disciplina come una vecchia schifosa parente della schiavitù. Che anzi, ve lo confesso io che la conosco, la disciplina è giovane e carina. Ed è simpatica. Ed è, in confidenza, anche sessualmente assai attraente. E non è parente della schiavitù, ma piuttosto della diligenza (che viene da diligo, che significa “amare”, se vi state affezionando alle etimologie) e della voluttà, come diceva un saggio, cioè del piacere, cioè, in fin dei conti, della felicità.
La disciplina a scuola, per esempio. Gli stessi che ne vogliono fare una sorella della schiavitù dicono che la disciplina a scuola consiste solo nell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante, tanto per dire. E poi insistono ossessivamente sul voto di condotta, che è un numero che tiene conto di tutte le volte in cui non ti sei alzato, nella loro immaginazione. Ma quella non è disciplina, sono loro che non hanno capito niente; che cosa c’entra con la disciplina? Quella al limite è educazione; e poi è anche una forma un po’ pleonastica dell’educazione. Un cordiale «buongiorno» quando entro in classe, a me, basta e avanza (poi, se vi alzate in piedi, non mi offendo… ma è un altro discorso).
No, anche a scuola la disciplina è parente della voluttà; ed è molto amica della felicità, infatti. Perché la disciplina, anche a scuola come dovunque, è fare il proprio dovere, innanzitutto; che è una gran cosa, a pensarci solo un attimo. Perché provate a immaginare di vivere in un paese in cui tutti, proprio tutti, fanno il loro dovere… be’, vi pare che sareste più o meno felici?
E quindi, anche a scuola, dovrebbe essere così. O almeno dovremo fare in modo che gli uomini e le donne di domani abbiano una qualche possibilità in più di essere felici, insegnandogli quel po’ di disciplina, se necessario. Se sono un insegnante, per esempio, è ovvio che il mio dovere di insegnante sarà quello di “insegnare”; se invece sono uno studente è altrettanto ovvio che il mio dovere di studente sarà quello di studiare (e qui, mi dispiace, non sono nemmeno etimologie, ma solo banalissimi participi presenti).
Quindi la disciplina, per uno studente, è innanzitutto lo studio (di cui l’etimologia sarebbe affine al “desiderio”; la cui etimologia, a sua volta, viene dalle stelle, de sideribus… ma lasciamo pure stare). E io chiedo questo, infatti, a uno studente: di studiare, nient’altro. Di rispettare il suo ruolo, di mantenere i suoi impegni e le sue promesse, di affidare allo studio (anche allo studio) un po’ della sua (e della nostra) futura felicità. E, attenzione, non gli chiedo di imparare a leggere un giornale, o a parlare di attualità, o a discutere di problemi contemporanei e sociali. No, no: proprio di imparare la letteratura, che è fatta anche di cose noiose assai, a voler essere fino in fondo sinceri: le date di nascita e di morte, i titoli delle opere, i nomi dei generi letterari e dei sistemi metrici, l’uso e le ragioni dell’uso delle figure retoriche. Tutta roba che non viene proprio isitntivo di mettersi a imparare. Eppure…
Eppure, vi sembra troppo? Non lo so, a me invece pare ovvio. E mi pare ovvio che discipulus sia colui che discit, cioè che impara. E se non impara, allora non è un discipulus, e dunque non ha disciplina e quindi, in ultima analisi, non è libero. È uno schiavo: non so bene di cosa, forse soltanto dei soliti luoghi comuni che pensano alla disciplina come a una vecchia ripugnante, come a un mostro; che sono i luoghi comuni per cui «nella vita vera», «nel mondo vero», «al giorno d’oggi», eccetera.
E invece, personalmente, a me continua a piacere tanto quel po’ di disciplina; che è diligenza e voluttà, messe insieme. La trovo fondamentale; trovo che senza di lei non si possa andare da nessuna parte, non si ottenga nulla di minimamente duraturo, trovo persino (so che adesso riderete) che anche nell’amore ci voglia un po’ di disciplina. Sì, nell’amore, proprio in quello.
Anzi, mi sbilancio: trovo che la disciplina sia una delle più alte forme d’amore che io abbia mai sperimentato. E mi dispiace quando incontro qualcuno che la disprezza: mi dispiace per lui. Che è sempre tanto triste pensare a qualcuno che ha conosciuto così male l’amore da non saperlo nemmeno riconoscere, nella vita vera.


I agree
E’ il commento che da sempre preferisco, questo, chissà come mai…
Ma va’?
La disciplina e l’amore.
In un primo momento quando sono arrivata alla fine del tuo post e ho letto l’ultimo paragrafo sono rimasta un po’ perplessa. Se penso all’amore immagino istintività, poca razionalità, spontaneità.
Riflettendoci bene però sono d’accordo con te.
Nella realtà quotidiana la disciplina è un ingrediente fondamentale affinchè il rapporto tra due persone sia duraturo nel tempo. Senza disciplina la durata di un matrimonio o di una convivenza o semplicemente di una relazione tende a mio avviso ad essere più corta. Senza disciplina ognuno si comporta seguendo il proprio istinto senza dar troppa bada o il giusto peso anche ai desideri altrui.
La disciplina in amore richiede forse una certa dose di razionalità in più che molti non hanno o non vogliono usare.
Ecco, hai spiegato quello che intendevo dire nell’ultimo paragrafo, in effetti.
“de sideribus” è meraviglioso.
se ti capita aggiungi qualcosa su questa etimologia, per favore, io lo leggerò con molto gusto.
Provvederò presto. Ma dopo lo sciopero di domani, però.
Da indisciplinato che studia(va) molto, ho qualche perplessità: il fatto che il dovere di uno studente sia di studiare non mi pare per nulla una cosa ovvia.
Ehm, ho inviato prematuramente il commento, che invece continua così:
Quello che non chiarisci nel tuo post è l’entità del dovere: se il dovere è un imperativo categorico, si tratta di una necessità che non richiede un’autorità esterna (l’insegnante) per essere rispettato (quando scrivi “fare il proprio dovere” utilizzi un’espressione molto categorica). In altre parole, non c’è bisogno che un insegnante chieda ai propri studenti di studiare, se è un dovere morale che essi stessi si sono scelti.
Successivamente definisci la disciplina come un semplice mezzo per ottenere un fine, la conoscenza. In questo caso, la disciplina non diventa uno stile di vita ma è semplicemente strumentale al raggiungimento di un desiderio e quindi varia in funzione dell’intensità del desiderio.
Io credo che fare il proprio dovere, per uno studente, sia studiare quello che l’insegnante ti dice di studiare. Almeno quello, insomma. Fidandosi.
E’ un dovere morale, ma ha bisogno di qualcuno che controlli, come quasi tutti i doveri morali. Anch’io avrei bisogno di essere controllato, per insegnare meglio, detto francamente.
Mi hai portato speditamente al nocciolo della questione: la fiducia. Il mio personale processo di introiezione rifiuta la fiducia (per quanto è possibile), perchè penso che la conoscenza richieda scetticismo, il che è incompatibile con il modello “scolastico” della disciplina.
Il modello sociale in cui vivi però richiede la fiducia: quando vai dal meccanico a fare riparare l’auto così come quando vai da Mediaworld a comprare una tv nuova.
Lo scetticismo di cui parli si può esercitare dopo aver acquisito le necessarie conoscenze per esercitarlo. Altrimenti, a me pare, è solo sterile (e giovanile) atteggiamento di protesta pregiudiziale.
E’ contemplato il rispetto proprio ed altrui? Lo ritengo fondamentale nella disciplina e nell’amore.
Quello è già contemplato nell’essere persone. Non è necessario essere studenti, per contemplarlo.
E già, forse per taluni bisogna cominciare proprio da lì: essere persone.
@scorfano: confermo, lo scetticismo richiede maggiore impegno della fiducia. Ciò che lo rende diverso dalla protesta, nel processo cognitivo che stavo considerando, è lo scopo: lo scetticismo nell’apprendimento è come lo stress test per una struttura in cemento armato: lo scopo non è di far crollare il palazzo, ma di riuscire a dimostrare che il palazzo resiste alla pressione applicata. Allo stesso modo, come si può dire che si conosce realmente qualcosa se non si è mai tentato di confutarla? E per “tentato”, intendo tentato con un impegno reale, che richiede uno studio molto accurato.
D’altro canto il processo educativo scolastico è una risorsa condivisa, con tutti i limiti che ciò comporta e in genere di fronte ad una richiesta di risorse maggiore dell’offerta, il sistema risponde con “è così e basta”.
Per inciso, il mio atteggiamento non si limita all’ambito scolastico: in ufficio mi presentano come “quello che San Tommaso in confronto era un credulone”. Prima di acquistare qualsiasi prodotto, passo un tempo considerevole a leggermi specifiche, recensioni, commenti, etc. Per quanto riguarda la mia auto, ho acquistato i service manuals su cd che la casa produttrice mette a disposizione dei meccanici delle officine e me li sono studiati.
Un aneddoto: circa un anno fa si è guastato il sistema di areazione dell’abitacolo della mia auto e sparava aria calda anche quando era impostato su fresco. Prima di portare l’auto dal meccanico, mi sono guardato i suddetti manuali e ho cercato informazioni in un paio di forum di utenti. Così ho scoperto che il difetto era molto probabilmente dovuto alla manopola della regolazione della temperatura (parecchi altri casi uguali, un’indicazione ufficiale della casa costruttrice, etc).
Quando ho consegnato l’auto all’officina ho fatto presente la questione e mi è stato risposto con una ostentata sicurezza che secondo loro non era quello il motivo. Lì per lì non ho replicato…in fondo erano loro i meccanici, no? Quando sono andato a riprendere l’auto ho saputo che il difetto riscontrato era effettivamente quello che avevo segnalato, tuttavia i furbini dell’officina volevano addebitarmi 8 ore di manodopera per la ricerca del guasto. Ah…la fiducia