(di Gionata)
Il compositore e cantautore israeliano ci aveva già provato con una piccola casa discografica un paio di anni fa, ma senza conoscere, almeno in termini di vendite, particolare successo. All’inizio di quest’anno ha ripreso la sua manciata di canzoni, le ha riarrangiate, ne ha composte di nuove e poi, e più precisamente a maggio, si è rimesso in discussione con The Opposite Side of the Sea, mantenendo così il titolo originario del progetto musicale.
Ha fatto bene a ributtarsi nella mischia? Ha fatto benissimo, a mio avviso. Le undici canzoni del disco sanno muoversi in ambienti raffinati e per niente ruffiani, toccando corde soft-jazz con Don’t Let Your Hair Grow Too Long, puramente pop con Her Morning Elegance (unica canzone che in questi anni è rimasta a galla), e ancora atmosfere sinfoniche o semplicemente scarne ed essenziali. La voce è calda e tutto è sempre sotto controllo, quindi se cercate momenti di estasi e delirio non procuratevi questo disco.
Un disco, questo, per chi apprezza chitarre o pianoforti pizzicati, brevi cori che vanno a braccetto con archi o strumenti a fiato appena accennati. Non si sente che Oren Lavie è israeliano, più precisamente di Tel Aviv, che ha trent’anni, che ha scritto musica per il teatro e che ha abitato a New York, a Berlino e a Londra; si sente solo che è bravo a fare il suo mestiere di musicista e che sa dosare in maniera equilibrata gli ingredienti (brutta parola, lo so) a sua disposizione. Come sempre, non riesco a farne a meno, cerco paragoni: a chi assomiglia la musica di Oren Lavie? Assomiglia, anche se in un paio di canzoni decisamente no, alla musica dei Kings of Convenience, che a me piacciono parecchio. Bella poi la copertina, che a vederla da qui sopra il mobile in sala mi fa sentire un uomo che ha qualcosa da dire, e poi mentre gira nel piatto Trouble don’t Ryme sembra che tra poco debba arrivare una donna bellissima che abbia per me parole di grande rispetto.
Ma la verità è che tra poco si va a lavorare, che le pacche sulla spalla sono sempre così poche e che non ho niente da dire. Quindi anche questa sera, come tutte le sere dell’età adulta, avrò bisogno di un disco buono per rabberciare i pantaloni stropicciati dalla giornata. E The Opposite of the Sea lo è.


Mi son incuriosita…provvedo subito
Non vedo l’ora di ascoltarlo!
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Grazie per le segnalazioni preziosissime, mi sono innamorata di Fink: è perfetto per le mie giornate di questo periodo.
Aspetto le prossime recensioni come si aspetta Babbo Natale
Anche per me è stata un’estate molto particolare e devo dire che Fink mi ha tenuto molta compagnia. Poi il 3 ottobre, visto che sono in zona, probabilmente andrò a Bruxelles per un suo concerto. Solo per farti invidia….
Ti ringrazio tanto, e lo dico sinceramnte, per aver ascoltato il mio suggerimento e per avermi dato una conferma. Ne apetto altre, ovviamente.
Son prigioniera anch’io della meccanica del paragone. Il primo che mi è venuto in mente dopo un ascolto dell’album (per questione in parte di atmosfere e in parte del tutto oscura) è Iron & Wine; ma quello un po’ meno folk, quello di “Naked as we come”. Forse lo conosci, forse no. In ogni caso ri-guardare e riascoltare non guasta
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Buona giornata!
Forse me ne parlava qualcuno tempo fa, ma ho paura di confondermi con ” Bread and Wine” di Anthony Reynolds. Comunque ho ascoltato la canzone, assai bella, e ti do ragione. La voce ricorda tanto quella di Lavie. Mi sa che questa fissa del paragone, e grazie anche a te, mi sta facendo bene…
Ah davvero vai a vederlo?
pensavo volessi fare un’intervista (una super intervista)
ad Amsterdam!!
Che dire di Fink, è stato la mia colonna sonora di quest’estate!
con lui innaffiavo anche,la sera….
Per quanto riguarda l’intervista è meglio non dare alcuna anticipazione, caro semicommesso…
Vedo che Fink è stato questa estate la colonna sonora di noi uomini un po’ strani. Parecchio strani.
la copertina è davvero bella.