Ieri è stata la giornata del rapporto Ocse sull’istruzione e la scuola (lo si trova qui, completo di grafici e tabelle); e quindi è stata anche la giornata degli articoli dei quotidiani che commentavano tale rapporto e del ministro che rilasciava dichiarazioni sui numeri di quel rapporto. A ben leggere, però, si trattava sempre degli stessi giornalistici commenti, con le stesse valutazioni e gli stessi dati (quello del Sole 24Ore può valere per tutti): il che è già un bell’indizio di come sia facile parlare di scuola, anche senza spendere troppo del proprio tempo a leggersi il rapporto Ocse per intero.
In più, e anche questo va detto, i numeri sono numeri: parlano, descrivono parte della realtà, ma non possono certo dire tutto, né tantomeno descrivere tutta la realtà. I numeri dicono per esempio che in Italia abbiamo pochi laureati; il che potrebbe anche significare che le università sono troppo selettive e che bisogna assolutamente fare studiare di meno gli universitari. Letti in questo modo, i numeri portano anche dei guai, insomma.
Ma, a parte le inutili premesse, va detto che molto di quanto è stato scritto sui quotidiani risponde al vero. È vero che gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati d’Europa; è vero che manca del tutto un sistema di valutazione del loro operato, che possa garantire la qualità del loro lavoro e la loro personale soddisfazione; è infine vero gli studenti italiani passano molte più ore in classe dei loro coetanei.
Nel rapporto Ocse, però, a leggerlo sul serio, oltre a questi dati, ce ne sono pure altri, altrettanto interessanti. Ne ho scelti alcuni e li ho confrontati con quelli della Finlandia e della Francia. La prima perché è da molto tempo la passione della nostra ministra, che non si stanca mai di citare il sistema finlandese come quello di riferimento; la seconda perché credo che possa assomigliarci di più di quanto non faccia invece la Finlandia, lassù dal’alto della sua Scandinavia.
Nei grafici ho evidenziato l’Italia in giallo, la Francia in verde chiaro e la Finlandia in rosso, per chiarezza; ma ci sono anche tutte le altre nazioni, che magari viene voglia di dare un’occhiata a quel che sta accadendo nella Repubblica Slovacca, per esempio. Va poi tenuto presente che si tratta di dati relativi al 2006 o al 2007: cioè antecedenti a quanto si sta mettendo in atto in questi mesi sul corpo dell’istruzione pubblica. Anche questo è un particolare non trascurabile, perché è in atto un vero piccolo massacro, e i dati del 2009, quando usciranno, potranno essere sensibilmente diversi da questi, appena usciti.
Il primo grafico, quindi.

Il primo grafico è il solito: e dimenticarselo non è proprio il caso, secondo me. Altrimenti si finisce a ragionare come se la nostra spesa nazionale per l’istruzione fosse come quella degli altri paesi sviluppati. Mentre non è affatto così. La spesa per l’istruzione in Italia, in rapporto al Pil, è inferiore a quella di moltissimi altri paesi e di molto inferiore alla media Ocse.
Siamo sotto la Finlandia e sotto la Francia, naturalmente; e le tracce di maggiori investimenti nel campo dell’istruzione negli ultimi dieci sono quasi risibili. Ed è quindi necessario partire da questo dato, prima di avvenuturarci in altre diagnosi complicate. Ancora spendiamo poco, per la scuola. È assurdo ripetere che spendiamo tanto, ma male. Magari male sì: ma anche poco, però.
È quindi altrettanto assurdo, a ben vedere, che il ministro Gelmini dichiari che «l’indagine Ocse conferma le nostre valutazioni»; l’indagine Ocse conferma piuttosto che gli investimenti nel campo dell’istruzione sono decisivi per il futuro dell’Europa e dei singoli paesi che la compongono; e conferma che l’Italia è tra coloro che meno investono nell’istruzione.
Il secondo grafico ci dice che, oltre a spendere meno degli altri paesi per l’istruzione dei ragazzi giovani, lo facciamo avendo ampie risorse a disposizione, non perché siamo strutturalmente più poveri.

Infatti, la spesa per l’istruzione in rapporto alla spesa pubblica complessiva è anch’essa, in Italia, molto più bassa che altrove. Se si tagliano le spese per l’istruzione (ricordo: questi sono dati del 2007, ora è peggio), come si sta facendo, esse scenderanno ancora di più sotto la media UE, inevitabilmente; e la spesa pubblica complessiva non ne trarrà nemmeno un giovamento rilevantissimo, stando a questi dati.
Questo anche perché il terzo grafico ci dimostra che la spesa pubblica dello stato italiano in tutti i servizi (non solo quelli relativi all’istruzione) è una delle più alte del mondo.

Ciò significa che noi spendiamo molto per i servizi vari; ma di questo molto, la percentuale che spendiamo per educare i nostri giovani è inferiore a quella degli altri paesi. Spendiamo soprattutto in altre cose, insomma. E tagliamo però soprattutto sulla scuola, almeno nel 2009.
Il quarto grafico ci dice invece quello che la Gelmini ripete da tempo: e cioè che gli studenti per insegnante, nella nostra scuola sono meno che in Finlandia.

È vero; però è anche vero che non sono tanto meno che in molti degli altri paesi Ocse; e soprattutto va tenuto conto della presenza degli insegnanti di religione, che non sono pochi in Italia, e di quelli di sostegno (una ricchezza del nostro sistema), che sono a carico della Pubblica istruzione in Italia e di altri ministeri all’estero. Anche questi sono numeri e anche questi andrebbero calcolati (i dati dell’anno scorso sono qui; ma un cenno interessante se ne fa anche qui).
Ma è soprattutto un altro, il discorso che va fatto: i nostri ragazzi stanno a scuola molto di più di quelli degli altri paesi (lo hanno scritto tutti, ieri); il maggior numero di personale scolastico si spiega anche con il maggior numero di ore che la scuola copre nella vita di questi ragazzi. Non si può avere più ore di scuola e meno insegnanti. Oppure si può, ma si devono affollare le classi.
Infatti.

Infatti il numero degli studenti in rapporto agli insegnanti è una cosa; il numero degli studenti per classe è tutt’altra cosa. E il grafico qui sopra lo dimostra assai bene: l’Italia non è lontana dai numeri europei, anzi. Per esempio le nostre classi sono leggermente più affollate di quelle finlandesi, per dirne una a caso (ehm). E anzi, con i tagli al personale in atto, diventeranno classi molto diverse da quelle frequentate dai ragazzi di Helsinki. A meno che non ci vogliamo confrontare con il Cile o la Corea o il Messico: perché sono quelli soltanto gli stati con una differenza molto marcata rispetto all’Italia.
Piuttosto mi concentrerei sul dato successivo: perché il rapporto studenti/insegnanti cambia di parecchio se si prende in considerazione la sola università:

Qui siamo tra i più “virtuosi” d’Europa: tanti studenti, pochi insegnanti. E non sarà proprio anche questa “virtù” a determinare l’alto tasso di abbandoni che caratterizza il panorama universitario nazionale? Sono l’unico a cui viene il sospetto che questa peculiarità non possa essere senza conseguenze?
Un’ultima considerazione, per non annoiarvi più di tanto. I tagli sono necessari, si dice. E i tagli consistono nella riduzione del precariato e soprattutto nel non assumere nessuno per anni. Nessun nuovo insegnante, quindi. E però, se c’è un punto su cui ci discostiamo davvero tantissimo da tutti gli altri paesi europei e Ocse è proprio questo. Non il numero di alunni per classe; non le spese complessive (che restano, in ogni caso, molto minori); non il rapporto alunni per insegnante (di poco superiore). La differenza maggiore sta nell’età dei docenti. E non mi sembra che se ne stia tenendo conto come si dovrebbe.

I numeri sono impietosi: gli insegnanti che hanno meno di trent’anni, nel nostro paese, sono una sparuta minoranza, uno su cento. Negli altri paesi sono molto di più, dieci volte tanto. E invece sono tantissimi, in Italia, gli insegnanti con più di cinquant’anni, quelli che nel resto d’Europa sono una minoranza.
Io non riesco a pensare che questo ultimo dato sia ininfluente, anzi. Penso che sia una delle caratteristiche più importanti e più deleterie del nostro sistema scolastico: che lascia fuori i giovani, non raccoglie il loro entusiasmo e la loro energia (che potrebbero essere assai contagiosi), chiude le porte a chi dovrebbe invece spalancarele, per far entrare un po’ d’aria nuova e pulita.
Ci mancano molto gli insegnanti di trent’anni, nella scuola pubblica. Ci mancano più loro di tutto il resto con cui il ministro ci angoscia quotidianamente dall’alto delle sue strategiche dichiarazioni ai giornali. E, non so perché, ma ho l’impressione che manchino molto anche agli studenti, quei ragazzi giovani che potrebbero insegnare loro alcune cose in più.
E non ci mancava per niente il voto in condotta, invece; unico provvedimento, tra quelli che riguardano la scuola superiore, che porti davvero il nome della Gelmini, dopo 14 mesi di ministero. Il resto sono chiacchiere, almeno per ora: e anche questo sarà bene non dimenticarselo.


Devo contraddirti i numeri dicono tutto sono un “linguaggio” oggettivo, e come vedi dicono molte cose sulla scuola a chi li sa leggere.
Ovviamente come tutti i linguaggi sono mediatori di contenuti, il problema è quando i contenuti mancano come nel caso del nostro ministro MaryStar.
Speriamo sono che il circo del Crapa pelada possa smontare le tende il piu presto possibile, del resto manco piu Fini lo tollera!
Crapa pelada la fà i tortei Che nè dà mingha i soi fratei, Oh! oh! oh! oh!
in realtà alle superiori ci sono altri provvedimenti (per esempio il regolamento suio licei e quello su istruzione tecnica e professionale), ma è un dettaglio rispetto ai dati ocse oggetto di questo post (non lo è invece per chi li frequenta o li frequenterà in particolare per il numero di ore che faranno)
su quasi tutti i numeri che metti in risalto nulla da dire.
solo su uno mi permetto di correggerti: non è vero che non verrà più assunto nessuno per anni perchè, essendo la classe insegnante così “anziana”, molti di questi andranno in pensione.
Il problema (relativamente alla questione che poni tu) è tutt’altro, ovvero che verranno sostituiti non da neolaureati, ma da precari. Questo (problema sociale a parte, del quale abbiamo discusso altrove e non mi dilungo) è il nodo da sciogliere se si vuole ringiovanire la classe insegnante (e anche quella dei dirigenti: in quale altro settore i dirigenti sono quasi tutte persone a 5 anni dalla pensione?). Qualunque riforma del reclutamento dovrebbe partire da qui: come fare in modo che si entri in ruolo a 25-28 anni?
Non ho la soluzione perchè i precari esistono e non si può far finta che non sia così (magari sostenendo che esistono “per colpa di chi mi ha preceduto” come dice il ministro: è come se tremonti domani dicesse che non paga più gli interessi sui BOT perchè non li ha emessi lui…), ma capire qual è il problema è il primo passo per trovarla una soluzione
Sì, è vero. Però il problema del precariato c’era anche quando il governo è entrato in carica: volgio dire, non lo hanno scoperto adesso, lo sapevano eccome.
Gli altri provvedimenti di cui parli per la scuola superiore ci sono, è vero; ne ho parlato anch’io, infatti. Però, se mi passi la cavillosità, ancora non sono entrati a regime. Cioè, sempre cavillando, ancora noi non li abbiamo visti.
certo che lo sapevano… loro però ne hanno creato un po’ di più e poi ci hanno messo una pezza peggiore del buco.
Son buoni tutti a non alzare le tasse così: licenzio uno e lo faccio riassumere dalla regione senza aumentare i trasferimenti.
Così le tasse le aumenta Formigoni e Berlusconi può evitarsi il problema
[...] analisi di Davide Profumo dei dati Ocse su scuola e [...]
[...] più letti di oggi elogio di settembredi' qualcosa di destrai numeri dell'ocse 2009 sulla scuola italiana: alcuni appuntimediocrità spacciate per sublimidi tubi che perdono e di cinema italianola cartametafisica del [...]
Oltre a essere d’accordo con Kanzeon (i numeri sono un linguaggio, e come tutti i linguaggi possono servire a mentire o a dire il vero; ma sono un linguaggio che quantifica e sintetizza, e quindi ci aiuta a capiure meglio, se solo lo vogliamo), pignolescamente ti faccio notare che la Finlandia è un Paese nordico ma NON è parte della Scandinavia (e i finlandesi ci s’incazzano pure un po’).
Pignolescamente, hai ragione. Sono di ceppo ugro-finnico, mi pare si dica così. Be’, speriamo che non venga nessun finlandase a incazzarsi fin qui…
grazie per il riassunto esauriente. mercoledì mi ero salvata i links per guardare bene il rapporto, perché so che quello che dicono i giornalisti si basa sui comunicati stampa della ministra e quindi non sono attendibili… mai uno che vada a verificare i fatti. ma non dovrebbe essere la prima cosa da fare, per un giornalista?
Spero non ti dispiaccia se ho allegato questo post come “nota”, nel nostro (professoral) socialNetwork. Nel caso, lo tolgo subito.
Anzi. Sono contento tu abbia apprezzato.
[...] che ci crediamo e non li discutiamo più. Allora, brevemente, dopo avervi rimandato qui, per i numeri più generali, vale la pena di ricordare che la situazione “spesa per [...]