Greta, durante le lezioni fa fatica a restare concentrata, e a volte quasi si addormenta; Caterina, invece, ha genitori che la assillano, che ancora le controllano i compiti, che ogni giorno verificano se sul libretto è comparso un voto nuovo e che, appena vedono un 6-, la vogliono mandare a lezione privata; e quindi Caterina è sempre nervosa e irritabile; Michele ride per niente, tutto il tempo, almeno dieci volte a lezione; così poi gli altri ridono perché ha riso lui e io devo riportare la calma senza innervosirmi, che non serve a nulla; la mamma di Serena, invece, non si è proprio mai vista: noi le spediamo lettere, lei le firma, nessuno ne sa mai niente; e Serena sembra davvero un po’ abbandonata a se stessa, quando prende 4 come quando prende 7; Veronica deve sempre andare in bagno, invece: se non la lasci andare mette il muso; se la lasci andare non sai quando torna…
Poi ci sono Giovanni che patisce l’aggressività, Elio che invece, se non sei un po’ aggressivo, non fa proprio niente, Michela che deve essere continuamente spronata, Elena che deva essere lasciata indipendente, perché lavora bene solo quando si sente autonoma, Eugenia che interviene a sproposito ma che è anche molto fragile e se glielo fai notare non studia più per un mese…
Sono persone, insomma. Anche se hanno quindici anni (e alcuni nemmeno quelli), sono persone, con i loro pregi e i loro difetti, ognuno con il suo modo di essere e di stare al mondo, ognuno con le sue antipatie. Sono persone il cui essere persona farà inevitabilmente attrito con il tuo essere persona. E quindi, se sei l’insegnante di ventitré persone così diverse, la tua fatica starà tutta nell’insegnare la tua disciplina a tutte e ventitré contemporaneamente, dedicandoti un giorno a uno e un giorno all’altro, un quarto d’ora dicendo le cose che devi dire in un modo e il quarto d’ora dopo dicendole nel modo opposto, spronando chi deve essere spronato, incoraggiando chi deve essere incoraggiato.
Non ci riuscirai, se sei un insegnante; ed è normale così, devi saperlo fin dall’inizio e non abbatterti. Forse l’importante non è nemmeno riuscirci sempre, ma provarci, perché quei 23 ragazzi sono persone e, nonostante le apparenze, capiscono se ci stai provando; e quindi ti perdonano un po’, anche se non ci riesci. Basta che ci provi.
Ma tutto questo, che è elementare e ordinaria esperienza che chiunque potrebbe raccontarvi, spesso sfugge a chi ti spiega come dovresti insegnare. Tutti i libri dei pedagositi, degli esperti di didattica e di psicologia, degli studiosi della formazione, tutti parlano di apprendimento individuale. Nessuno se lo fa scappare, come concetto: perché è un concetto attraente.
Ma poi, arrivati al dunque, a quello che si deve realmente fare, nessuno se ne ricorda più. E pare che di questa questione dell’individualità nessuno sappia bene cosa farsene. E allora ti forniscono ricette generiche, schematiche, elementari, che andrebbero bene se un quindicenne fosse un quindicenne e non una persona. Se i quindicenni fossero una categoria omogenea: che è lo stesso che si fa quando si parla di “extracomunitari”, quando si parla di “evasori fiscali”, quando si parla di “intellettuali da salotto”, di “elettori di Berlusconi”, di “insegnanti”.
Ragionare per categorie è facile, è comodo e consolatorio: e se ne producono “modelli” teorici straordinari. E sulle pagine dei libri degli psico-pedagogisti (o sulle slide dei loro corsi di aggiornamento) diventa facilissimo fare il mestiere di insegnante: e l’incapace sei solo tu; e loro sarebbero bravissimi se fossero al tuo posto. Dove non sono, però.
Il che rende loro agevole lo scordarsi che questo è un mestiere che non si fa in teoria, ma in pratica. E la pratica sono gli umori tuoi e dei tuoi alunni, che variano ogni giorno, quasi ogni ora. La pratica è un’interazione tra un adulto e un non-adulto, che è una delle relazioni più difficili del mondo. La pratica è il procedere per approssimazioni successive, sbagliando e correggendoti, finché non avrai trovato il modo giusto; e a quel punto, magari, ti cambiano la classe e devi ricominciare.
Non tenere conto di tutto questo, fare dei quindicenni una categoria omogenea e poi raccontare che basta poco a interessarli o a colpire la loro intelligenza emotiva è un bluff. Che funziona finché davvero non ci si scontra con l’emotività di un ragazzo di quindi ci anni, la quale spesso non è affatto intelligente.
Ogni mattina, quando entro in classe, io vedo le facce dei miei quindicenni (che sono quelli lì, proprio loro, con i loro ventitré nomi e le loro ventitré facce diverse, non ventitré quindicenni in teoria) e so già che sarà difficile; e so che qualunque mio tentativo di insegnare loro il latino o la storia si scontrerà contro il loro modo di vedere e di stare nel mondo e di non avere voglia di fare fatica per imparare il latino. E che tutto sarà un continuo e terribile attrito, tra me e loro, tra la mia volontà e la loro, tra la mia emotività e la loro. Io lo so, e tutte le mattine entro in classe ancora deciso a provarci. Perché sono pazzo?
No, molto più semplicemente perché amo quell’attrito. Perché quello è lo scontro e l’incontro tra le persone: perché l’insegnamento non è un mestiere che si svolge dentro il vuoto pneumatico, ma nella realtà, e quindi fa attrito. Perché le persone che si incontrano (se davvero hai voglia di riconoscere che sono persone e non categorie umane) generano attrito, sempre: che è fatica, che è fallimento, che è anche insuccesso. Ma che a volte è anche semplicemente la bellezza di un incontro.
Toglietemi quell’individualissimo attrito e questo mestiere inizierà davvero a fare schifo; a me e ai miei alunni, potete scommetterci.


Il libretto? Ma sei passato a insegnare in università, o adesso c’è il lilbretto anche al Liceo?
E’ ormai uso comune che si scrivano i voti di verifiche e interrogazioni sul libretto, quello che una volta serviva solo per le assenze… La comunicazione detta le sue regole.
Se il loro modo di vedere le cose si scontra con il tuo i casi sono due: o loro si adeguano a te (soluzione ottimale, ma che personalmente non so quali risultati possa portare) oppure tu ti “adegui” a loro; sempre mantenendo un livello alto, chiaramente. Però magari cercando di insegnare in maniera “alternativa”, un po’ come per la geografia, della quale si parlava qualche tempo fa.
Sta a te trovare la maniera di equilibrare le due cose, magari trovando un comun denominatore tra tutti i ragazzi! Ma sono sicuro che, anche senza questi “stratagemmi” riuscirai lo stesso nel tuo lavoro!
L’attrito c’è e ci sarà sempre, come c’è con chiunque abbia con noi un rapporto quotidiano. L’attrito viene però accettato e gestito positivamente da tutti, alunni e insegnante, se l’insegnante riesce a dare di sè l’immagine di una persona affidabile ed emotivamente stabile, alternativo o tradizionale che sia il suo metodo di lavoro. Gli alunni reagiscono male se hanno di fronte un insegnante lunatico, che a volte lascia correre tutto, e altre volte fa invece scene turche per cose di poco conto, che a volte punisce e altre no.
Oppure ogni mattina, o quando senti forte l’odore dell’attrito, potresti direi ai tuoi ragazzi queste parole:
Caro mio, se glielo faccio ogni mattina, un discorso del genere, mi viene un infarto dopo una settimana…
Il mio commento ha subito una crescita anomala e probabilmente è andato fuori dal seminato, perciò ho pensato di pubblicarlo qui.
Ho letto il tuo post. Ci ho trovato alcune idee che avevo già, altre su cui non avevo mai riflettuto ma che comunque mi sento di condividere, altre ancora un po’ esagerate. Per esempio gli studenti non sono quasi mai “pacchi”: è una similitudine un po’ spiccia. Ma è vero che non c’è una vera politica del “recupero” (serio) come non c’è nessuna politica della valorizzazione.
Poi, questi (quelli che in qualche modo indichi tu) sono obiettivi. Quale sia la strada o quali possano essere le strategie per avvicinarli, te lo confesso, rimane oscuro anche a me.
La similitudine coi pacchi non ti sembrerebbe spiccia, se ne sapessi di pacchi quanto ne sai di scuola
Le aziende di trasporti minori sono come gli istituti scolastici: ciascuna non effettua tutti i passaggi di un trasporto, ma si limita a fare la raccolta, la consegna o una qualsiasi azione di smistamento tra queste due. Affinchè il sistema dei trasporti funzioni, l’importante è evitare che ci siano intoppi: ciascuno deve fare la sua parte nel tempo prestabilito, pur non avendo una cognizione complessiva del trasporto.
Così il pacco passa di mano tre o quattro volte prima di arrivare al destinatario e all’interno di ciascuna azienda, ci sono almeno 6-7 entità diverse che gestiscono quel “collo”.
La similitudine dei pacchi è tutta qui: l’essenziale è che lo studente arrivi più velocemente possibile e senza attriti a destinazione, ovvero al mercato del lavoro.
Le politiche del “tutti promossi” adottate da Moratti & Gelmini vanno in questa direzione: l’UE ci dice che non abbiamo abbastanza diplomati? Abbassiamo l’asticella, affinchè non ci siano intoppi.
Il ministero dell’Economia dice che costano troppo?Aumentiamo il numero di pacchi per ogni camion, pardon di studenti per classe.
Quest’anno ci siamo indignati perchè una studentessa irregolare non poteva diplomarsi senza il codice fiscale, ma subito dal ministero hanno fatto sapere: non è una questione di discriminazione, è che il codice fiscale è il nostro tracking number per sapere che fine fanno gli studenti (o i pacchi?).
Potrei andare avanti all’infinito: il fatto è che la struttura del sistema è stata progettata in quel modo lì e chi ci lavora può solo adattarsi, pedissequamente o con qualche grugnito.
è proprio in questo attrito la bellezza e la fatica del nostro lavoro, lo sprone e lo stress, la gratificazione e la frustrazione.
credo che nessun altro mestiere sia esposto come il nostro a questi due poli opposti. è un lavoro in cui questo attrito te lo porti a casa, e devi imparare a gestirlo, a evitarlo, a sopportarlo, ma non troppo, perchè se lo annulli, se fai il vuoto spinto, questo lavoro non ha più senso. perchè è grazie all’attrito che riusciamo a lasciare una traccia, lieve come un dito sulla sabbia o profonda come una valle alpina.
PS – e poi, chi glielo spiega a tutti quei sapientoni che magari vengono nelle nostre classi a tenere dei bellissimi e seguitissimi interventi, in cui tutte le facce sono silenziose e mute, che al loro intervento manca una cosa, fondamentale per creare quell’attrito: l’aspetto della valutazione.
Sì, hai detto benissimo. E anche con un tono che rende giustizia a molte delle fatiche di tutti. Grazie.
Un post che mi commuove. Lo so il perché. Lo spieghi bene tu.
Lo linko, se permetti.
Mi fa anzi molto piacere. Grazie
Post bellissimo. Ci trovo echi della mia vita passata (personale e familiare: mia madre è insegnante) e presente: penso che lo stesso discorso sia applicabile anche all’attività ospedaliera, dove hai a che fare con tanti pazienti diversi. Le malattie sono sempre le stesse, ma ogni persona è malata a suo modo: a qualcuno devi solo instillare un po’ di serenità (perchè magari non vuole veramente sapere di stare alla fine dei suoi giorni), ad un altro devi dire tutto quello che gli sta accadendo. Alcuni, alle volte, li devi anche sgridare. Nessuno, però, ti insegna tutto questo: all’Università ti riempiono di tabelle e flow-chart per affrontare ogni patologia, ma quando chiudi la porta di una camera sei solo con degli individui sofferenti.
Mi piace moltissimo questo tuo commento. Perché è cosa che ho sempre pensato anch’io ed è fatica (di dottori e infermieri e di personale sanitario tutto) che ho sempre torvato improba e terribile. Ogni volta che un mio alunno mi dice che vuole fare il medico, provo, anche solo in tre parole, a dirgli che avrà molto a che fare con le persone. Non serve a nulla, credo, ma almeno ci ho provato.
Ti ringrazio. E’ il bello della medicina (come dell’insegnamento).
Vorrei far leggere questo post, così bello, a chi l’altro giorno discutendo, denigrava il lavoro dei nostri professori, delle nostre scuole pubbliche…
Non sopporto i generalismi!
Grazie. Poi c’è anche molto da cambiare, questo è indiscutibile. Ma ci sono anche risorse da cui partire, però.
Forse non bisogna cercare una categoria per stabilire cosa sia questo attrito, certo è che questa tensione costruisce.
Grazie per le belle riflessioni, arrichiscono e sono un pieno di fiducia
Grazie a te, invece: per tutti i tuoi commenti, quelli che concordano e quelli che, sempre con educata puntualità, discordano.
Complimenti!!! avevo intuito fin da subito (era maggio quando ho letto per la prima volta un tuo post), che dietro questo tua maschera da duro, albergava un cuore “umano”. E’ vero che con semplici post non si può conoscere una persona, ma come un puzzle, tu ti stai manifestando a tutti noi piano piano. L’attrito lo conoscono bene anche i genitori, ogni giorno, con i propri figli, solo che noi ci siamo abituati, ed è bello leggere che questo ci sia anche fra persone che non necessariamente si vogliono bene, in rapporti che come dici tu “è solo un mestiere”.
In fondo però io sono sempre dell’idea che chi ha a che fare con le persone non svolga un “mestiere”. C’è un’altra definizione?
Secondo me è un mestiere. Nell’accezione migliore del termine, come ho scritto alcuni mesi fa.
Che tra l’altro si impara a fare con gli anni, ad avercene voglia.
E già, è proprio come per i genitori, si impara a fare con gli anni, anche se alcuni giorni non ne hai proprio voglia…
Alcuni?
I miei professori non erano poi tanto entusiasti dell’attrito tra me e loro, chissà perchè… bah!