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prometto che leggerò bene le opere di sallustio

25/09/2009 di lo scorfano

maledetto sallustio e catilina e giugurta e tutti quelli come loroCosì il Corriere di ieri a proposito del rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola (l’articolo è citato da Peppe Liberti, al cui interessante post vale secondo me la pena di dare una lettura):

«Il punto — prosegue Gavosto (presidente della Fondazione Agnelli, ndb) — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di oggi ». E in questo senso, la programmazione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiettivo per il Paese dovrebbe essere investire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella pedagogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicendo esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

E invece no, secondo me. Ma proprio per niente niente. E invece il problema è che, pur volendo prendere per vere e giustificate le sensazioni di inadeguatezza di molti  giovani colleghi, il punto continua a essere un altro.                  Ed è piuttosto inutile sbandierare, come fa la Gelmini (e come implicitamente fa questo articolo), la necessità di passare dal «sapere al saper fare», quando di «sapere» non se ne parla proprio, da anni.

Perché è proprio la mancanza di sapere disciplinare da parte degli insegnanti (e di quelli più giovani in particolare, ma non solo) che determina poi la sensazione di inadeguatezza; la quale si esprime come senso di distanza dagli studenti, ma solo perché non trova espressione migliore al suo disagio. Perché «sapere di non sapere», da quando la cultura occidentale è cultura occidentale, resta il più difficile dei traguardi: e quando uno sa poco, senz’altro non può sapere di non sapere.

Il punto vero continua, secondo me, a essere quello delle conoscenze disciplinari. Non potrai appassionare nessuno studente a Italo Svevo se non hai letto e riletto e studiato e meditato i romanzi di Italo Svevo; se non li ami e se non desideri che loro li amino. Non ci sarà mai nessun modello pedagogico che tenga, nessuna schematizzazione ti sarà utile, nessun progetto interdisciplinare ti servirà mai a qualcosa. Semplicemente perché conosci male i romanzi di Svevo e i ragazzi se ne accorgono. E se ne accorgono dopo un quarto d’ora e non ti stanno più a sentire; e appena esci ti prendono in giro per i tuoi schemi disegnati alla lavagna (scena vista, pochi mesi fa).

Le università, negli ultimi trent’anni, hanno cominicato a fare studiare i loro studenti sempre di meno; e i laureati, insegnanti compresi, sono usciti dalle facoltà sapendone sempre di meno. E la qualità del loro insegnamento si è rivelata inevitabilmente sempre più bassa, e si è pensato di porre rimedio a questo drammatico ed evidente calo puntando tutto sulla pedagogia e la didattica: ed è stato un errore. Magari in buona fede, ma un errore. Perché la pedagogia e la didattica non suppliscono alle carenze di preparazione.

Forse, tra alcuni dei pochi che leggono, c’è chi ha ancora l’immagine del professore preparato e noioso, lontano come un animale preistorico dalla “vita vera”, capace magari di entrare nei dettagli di qualsiasi argomento della sua materia ma del tutto incapace di avere un rapporto con i giovani ragazzi delle sue classi. È un’immagine che non corrisponde a nessuna realtà. Gli insegnanti oggi sono iscritti a Facebook e hanno i loro alunni come amici; conoscono e chiamano per nome di battesimo tutti i ragazzi delle loro classi; parlano con loro di iPhone e di moda e di musica; scrivono sulla lavagna il proprio indirizzo mail per essere sempre disponibili.

Solo che, per lo più, i ragazzi non sanno che cosa diavolo farsene, della loro disponibilità.

Non sta qui il problema: il problema sta nel fatto che molti di noi sanno male la loro materia, nient’altro. E i ragazzi non hanno bisogno di un adulto che sia loro amico su un social network o che chieda loro come va la storia d’amore con quella tipa di 1D: hanno bisogno di qualcuno che li avvicini sul serio alla poesia di Montale o che faccia loro amare sul serio la matematica. Poi, se potranno anche palrare d’amore, sarà un di più: ma quello è arredamento, il resto sono fondamenta.

Oggi, per esempio, in una mia classe, ho spiegato, in due ore consecutive, prima Sallustio e poi Orazio, per due lavori diversi che stiamo cominciando. Ebbeno io so, lo so con certezza, che la mia lezione su Sallustio faceva quasi schifo, senza il quasi: che dicevo banalità, che non avrei mai potuto interessare nessuno, che addirittura mi vergognavo. I ragazzi di quella classe sono molto educati e nessuno ha detto niente: ma boccheggiavano e aspettavano la fine; e non dicevano niente, appunto.

Poi ho spiegato Orazio, che è forse il poeta che amo di più di tutta la latinità; che ho letto tante volte e in tanti modi; su cui ho studiato saggi e analisi. E so, con altrettanta certezza, che la lezione su Orazio mi è venuta discretamente bene; e ho ascoltato domande e interventi, ho visto occhi che mi guardavano, ho sentito un po’ di positiva tensione nell’aria.

Tutto qui. Non è difficile, secondo me. O si fanno studiare tanto gli studenti all’università o si obbligano gli insegnanti a studiare tanto dopo, quando già lavorano, per tutta la durata della loro carriera. E invece questo non accade mai; e in quindici anni che insegno non è mai accaduto che un dirigente o un ispettore o un chiunque mi abbia chiesto, dall’alto della sua autorità, di studiare bene Sallustio. Che sarebbero le fondamenta.

Una volta costruite le fondamenta, poi potremo anche parlare di altro. E verrà magari fuori che la mia lezione su Orazio, realizzata con l’ausilio di qualche supporto multimediale o di qualche schema che non so nemmeno immaginare o inserita in un bel percorso pluridisciplinare, potrebbe venire ancora meglio. Ma verrà fuori anche che la lezione su Sallustio farebbe schifo comunque, pedagogia o non pedagogia, schemi o non schemi, pluridiscipline o monodiscipline.

Finché non mi decido a leggere per bene, una volta per sempre, le opere di Sallustio, naturalmente.

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Pubblicato in cronache scolastiche, i post degli altri, il giornalaio | Contrassegnato da tag conoscenze disciplinari e insegnamento, fondazione agnelli, gelmini, in quarta, latino, letteratura latina, orazio, pedagogia, prima di tutto sapere le cose, sallustio, scuola | 34 commenti

34 Risposte

  1. su 25/09/2009 a 09:54 Gaia

    D’accordo su tutto. Come sempre, ormai. Io per esempio amo la letteratura italiana – (quasi) tutta. E trovo sia giusto e utile e bello che i ragazzini anche undicenni la conoscano e imparino ad amarla. Loro, siccome mi vedono completamente padrona della materia (e innamorata di essa), prima mi ascoltano come a dire: “Le garba tanto, o come mai? Stiamo a vedere perchè”. Poi cominciano ad avvicinarsi anche loro. Infine, ad amarla. Non tutti, certo, ma una buona parte sì. Uno oggi mi ha detto: “Prof, ma lei sa tutto”. Ora, io assicuro che non so tutto. Ma a loro arriva la mia conoscenza e il mio amore per la trasmissione di essa. E hanno rispetto, attenzione, anche amore.


    • su 25/09/2009 a 09:58 lo scorfano

      Io credo che nell’ingenuità del “prof, ma lei sa tutto” ci stia proprio il segreto di quello che cercavoi di dire. Nessuno di noi sa nemmeno lo 0,5% di tutto, è ovvio. Però il sapere, anche quel poco, diventa passione e la passione diventa trasmissione; se si parte dalla trasmissione, invece, non si ottiene nulla.


  2. su 25/09/2009 a 10:04 aquatarkus

    Questo è un buon inizio.
    L’altra considerazione che farei è: perché con tutto questo parlare di pensiero occidentale se ne trascura poi l’aspetto più importante, ovvero l’approccio scientifico e sperimentale alla natura?
    Perché ci sono tanti laboratori di scienze ancora incellofanati e la maggior parte degli studenti italiani è convinta che ci sia un folletto che fa le magie nel proprio telefonino?


    • su 25/09/2009 a 10:14 lo scorfano

      Vero, senz’altro. E le ragioni sono di ordine economico (non ci sono i soldi per farle funzionare e non c’è nemmeno più il personale, ormai) e anche di ordine culturale: cioè dello stesso ordine di cui parlavo nel post (senza che c’entri Sallustio, naturalmente).


  3. su 25/09/2009 a 10:47 mauro

    sì
    la politica continuerà a dare minuzie alla cultura, briciole alla scuola, mollichine alla ricerca… E noi moriremo appassionati.
    ciao Prof ;-)


    • su 25/09/2009 a 13:54 lo scorfano

      vabbè, meglio che morire inariditi, no?


  4. su 25/09/2009 a 10:53 Peppe Liberti

    Un anno fa ho tenuto un corso di formazione/aggiornamento per i docenti di matematica e fisica di un elefantiaco liceo scientifico calabrese. Struttura moderna, iper-attrezzato. Su 30 docenti del corso solo la metà sapeva dell’esistenza di un laboratorio di scienze pronto all’uso e solo 3 ne aveva varcato la soglia, uno soltanto aveva portato i suoi studenti. E’ però vero che il personale “tecnico” stava a zero e rompere una lampadina voleva dire una lampadina in meno in eterno.
    Al Sud, dove i soldi dell’Europa arrivano copiosi e a volte non si sa che fine fanno, si costruiscono strutture che diventano ingestibili e proliferano i corsi di formazione (PON FSE FERS e chi più ne ha …) con lo scopo aumentare le “competenze” dei docenti sulle nuove (?) tecnologie. Un docente entra a scuola alle prime luci dell’alba e ne esce al tramonto, quasi tutti i giorni. La chiamano formazione continua …


  5. su 25/09/2009 a 11:11 fma

    “quando uno sa poco, senz’altro non può sapere di non sapere.”
    Assolutamente d’accordo.
    Vale per la scuola e per dopo.
    Se hai la responsabilità di un gruppo di persone e il tuo compito non si limita alla pura e banale organizzazione quotidiana del lavoro ma prevede scambi e confronti di conoscenze, la padronanza della materia è fondamentale.
    Il resto è contorno, senz’altro utile ma contorno.


  6. su 25/09/2009 a 12:30 Champ

    Il problema secondo me è mal posto :-)

    Finchè continueremo a mettere in contrapposizione competenze disciplinari e non disciplinari (pedagogiche è riduttivo) non ne usciremo.

    Si deve agire su tre fronti:

    1) fare in modo che il fatto che un laureato (e vale per tutti, mica solo chi deve insegnare) sia laureato ci permetta di dare per scontato che abbia acquisito determinate competenze e conoscenze (e magari anche qualche capacità, ma qui non voglio polemizzare sul “saper fare” chè la cosa si farebbe lunga)

    2) fare in modo che chi vuole insegnare debba acquisire anche altre competenze e capacità (e magari anche qualche conoscenza pedagogica, che non guasterebbe, ma è secondario) oltre quelle disciplinari; capacità e competenze che gli consentano di insegnare meglio

    3) fare in modo che l’insegnante in servizio si aggiorni periodicamente e che questo aggiornamento magari gli consenta di recuperare qualche lacuna anche disciplinare (per te Sallustio, per restare all’esempio)

    Poi c’è un quarto fronte che riguarda le scuole e non gli insegnanti

    4) attrezzare le scuole in modo adeguato affinchè sia possibile fare lezione in modo diverso (laboratori, nuove tecnologie in classe, uffici per i docenti…)


    • su 25/09/2009 a 13:56 lo scorfano

      E’ il tuo punto 1 che non è affatto scontato. E da quello discende il resto. Caro Champ, non è mal posto il problema: è che è l’unico modo di porlo, questo. (mio parere, scusa l’apoditticità)


      • su 25/09/2009 a 14:05 Champ

        io sono quasi sempre altrettanto apodittico… possiamo fare così: io scuso e te tu scusi me :-)

        l’unico modo di porlo – permettimi – è come lo pongo io: solo facendo le tre cose insieme avrai un miglioramento della situazione. Purtroppo non ci sono scorciatoie.


        • su 25/09/2009 a 16:24 lucia

          uno a uno, palla al centro…
          Champ, con tutto l’affetto perché ormai ti conosco un po’ di più e vedo la tua passione, che mi fa perdonare certe intemperanze… ma ogni tanto ti viene in mente che potresti anche aver torto?


          • su 25/09/2009 a 20:18 Champ

            Ogni tanto. Ma tanto tanto :-)


  7. su 25/09/2009 a 12:54 koalanation

    Non c’è davvero niente altro da dire ….davvero niente ! Hai piena ragione su tutta la linea e non sai quante volte , a scuola , al lavoro , mentre guardo la tv , leggo i giornali , ascolto storie di adolescenti sulla loro vita scolastica…quante volte penso :< Santo Cielo , ma se il prof. dice " USCITE I LIBRI " come pensiamo che parleranno i nostri futuri professionisti????????????"

    Un saluto e buona giornata.


  8. su 25/09/2009 a 13:04 eva

    Personalmente trovo che uno dei lati negativi della professione dell’insegnante sia proprio la mancanza di possibilità di continuare a studiare.
    Che poi siamo d’accordo sul fatto che è importante imparare ad usare i mezzi informatici. Ma se parlando di critica di un testo o di un autore si va avanti con Croce e De Sanctis mi cascano le braccia. Che anche la critica letteraria è una scienza che procede e sarebbe il caso di rimanere aggiornati…


  9. su 25/09/2009 a 13:30 semplice

    Condivido tutto: solo con la passione si puo’ trasmettere qualcosa.
    Il problema secondo me è che spesso gli insegnanti sono laureati che non trovando altro lavoro si “buttano” nell’insegnamento, dove bene o male tra pubblico e privato ancora qualcosa si trova.. Ad esempio matematica, quanti insegnanti pensavano all’insegnamento, quando si sono iscritti a Fisica, Chimica, Economia e altro ancora???


    • su 25/09/2009 a 13:58 lo scorfano

      Questo è un altro spaventoso punctum dolens: a insegnare ci vanno quelli che non hanno trovato altro. L’ho giò raccontato in un altro post, qui:
      http://scorfano.wordpress.com/2009/03/06/di-cose-che-prima-o-poi-passano/


      • su 25/09/2009 a 14:06 Champ

        questo problema lo risolvi solo aumentando il prestigio sociale degli insegnanti e aumentandone anche lo stipendio


        • su 25/09/2009 a 14:12 lo scorfano

          Io (e adesso faccio inc.zzare un po’ di gente) non sono molto a favorte dell’aumento di sitpendio agli insegnanti. Cioè, a me. E il prestigio sociale dipende solo dai soldi, sostanzialmente.


          • su 25/09/2009 a 14:26 Champ

            Sulla seconda affermazione sbagli. Non esiste correlazione diretta tra prestigio e soldi. Lo pensano in molti (è un luogo comune), ma non è così.

            Esiste invece correlazione (oggi più di un tempo) tra soldi e “attrattività” di un mestiere

            Esempio banale: magari qualcuno ti dice che vorrebbe fare il gigolò o la escort (si dice così ora, vero?) perchè così guadagnerebbe tanti soldi, ma nessuno di questi è convinto che sia un mestiere prestigioso (certo, ti fa conoscere gente importante… ma non divaghiamo :-) )

            Ma anche senza fare esempi estremi: il bigliettaio guadagna molto più di un insegnante (molto!) ma non è considerato più prestigioso.

            Per questo ho parlato di entrambe le cose: i soldi senza il prestigio non bastano ad attrarre i “migliori”, perchè ci sarebbero comunque professioni intellettuali che anche se remunerate analogamente sarebbero più appetibili; il prestigio senza i soldi non basta (qui sipotremmo dire non basta più) un po’ perchè i tempi sono cambiati, un po’ perchè parliamo comunque di una professione impegnativa e come tale va remunerata (sempre se si vogliono attrarre i “migliori” che mi sembrava il tema posto da semplice


          • su 26/09/2009 a 10:13 laura

            capisco lo sconcerto di tutti, ma anch’io sento come lo scorfano rispetto allo stipendio.
            vorrei che si cambiasse ottica: le risorse per la scuola devono essere adeguate, è la capacità della scuola di rendere efficace l’istruzione che conta, innanzitutto.
            uno stato intelligente deve raccogliere molte risorse per la scuola e dividerle sensatamente in ogni settore: se per avere edifici, classi contenuto in numero, laboratori, anni sabbatici per gli insegnanti (perchè no? per aggiornarsi è molto meglio di 100€ in più sullo stipendio o di mille corsi fasulli), possibilità di trasferte all’estero per scambi culturali, ecc…, se per avere tutto questo il mio stipendio deve rimanere quello che è o aumentare poco, io lo accetto ben volentieri.
            il prestigio verrebbe di conseguenza, credici.


  10. su 25/09/2009 a 13:36 Ipazia Sognatrice

    Sallustio era uno che, poverino, predicava perché non poteva più razzolare e piluccare nell’erario pubblico…
    Tuttavia le sue sono argomentazioni che possono anche riuscire piuttosto attuali… se a scuola si potesse pensare ancora di poter fare politica!

    Vedrai che toglieranno presto Sallustio dai programmi scolastici. E’ evidentemente un autore sovversivo! :-P


  11. su 25/09/2009 a 13:36 lucia

    occorre che ti dica che concordo in tutto? no, credo di no… :-)


    • su 25/09/2009 a 13:58 lo scorfano

      No, obiettivamento no. ;-)


    • su 25/09/2009 a 14:06 laura

      e io lo devo dire?…


      • su 25/09/2009 a 14:12 lo scorfano

        No, sei esentata pure tu…


        • su 25/09/2009 a 16:18 lucia

          me par giusto… :-)


  12. su 25/09/2009 a 14:32 Zoe

    Come dire che la forma non può riempire il vuoto lasciato dalla sostanza.
    (Concordo fino all’ultima virgola) :)


  13. su 25/09/2009 a 15:07 Manuel

    Quando l’insegnante sa bene un argomento i ragazzi se ne accorgono e si appassionano. Quanto è vero.


    • su 25/09/2009 a 15:10 lo scorfano

      Lo so, è la cosa più banale del mondo. Eppure sembra che sia anche la più fuori moda. E non capisco perché.


      • su 25/09/2009 a 15:20 Zoe

        Perché viviamo in un mondo che, detto molto terra-terra, è quasi tutta forma, e quasi niente sostanza!
        (o, detto in modo più barocco: “dove l’ipertrofia della forma si affloscia nella voragine del proprio vuoto sostanziale” ;)


        • su 25/09/2009 a 15:46 lo scorfano

          Può darsi che sia così. Io penso anche che sia più comodo parlare d’altro, quando superare certe difficoltà richiede una discreta fatica.


  14. su 27/09/2009 a 11:48 mariano

    Ancora io. Da tecnico no posso entrare nel tema più di tanto, ma se ho ben compreso, posso proporre il mio punto di vista. Oltre vent’anni di insegnamenti tecnici me ne danno la possibilità. La pratica attuale della professione me lo consente.
    Non ho studiato Sallustio perchè non ho fatto il Liceo, ma ho studiato Dante, poi il Parini, fino a leggere, da adulto, gli autori più vari, man mano che mi incuriosivano. Ecco, quello che mi formato, per la mia professione, è stata la scuola, ma non solo. Mi ha dato gli strumenti per capire, per costruire paralleli, sintesi e similitudini dentro di dentro di me. Anche il “saper fare”, inteso come costruire, trasformare la materia prima in prodotto finito, mi è stato insegnato in noiose, e sottolineo la parola, ore di laboratorio, a ripetere esercizi ciascuno leggermente più difficile dal precedente.
    Ma quando mio figlio maggiore studiava allo scientifico, e l’insegnante di italiano vide che il mio vecchio testo era commentato, se non ricordo male, dal Sapegno, manifestò apprezzamento, che io trasferii subito alla mia insegnate di italiano.
    Queste furono le basi.
    Ma il paragone regge benissimo con quello educativo in una famiglia, nella quale il primo imprinting è dato dalla madre, che deve ispirare curiosità nel bimbo, soddisfacendole. Poi alla materna su questo impianto le cose devono proseguire, insegnando anche che in classe non si disturba, quel po’ d’ordine che serve per lavorare con i colori.
    I bambini, non l’ho detto io sono spugne, alle quali più si insegna ad assorbire, più assorbono. Sono alberelli che vanno orientati verso la giusta luce del sole, affinchè diano il meglio nella loro vita. Poi saranno alberi di pere, di mele ecc.
    Lo studio, per i giovani in generale, sembra sia diventato troppo mnemonico e poco intuitivo. Marconi non era nè scienziato ufficiale, nè laureato. Solo un brevo elettrotecnico che sapeva dell’esistenza delle onde elettromegnetiche teorizzate da altri. Ma apparteneva a quella scuola che formò Fermi e Maiorana, per citarne due. Ma formò anche Scorfano. E, se ci sono insegnanti laureati in lettere, molto più giovani di me, che hanno difficoltà ad effettuare l’accensione del PC, non si possono giustificare con un “non me l’hanno insegnato”. Come un ragazzo non può giustificare una mala interrogazione con “quel giorno non c’ero.
    ciao mariano


  15. su 27/09/2009 a 13:29 mariano

    Aggiungo: è l’esercitazione che ci permette di costruire la pratica sulla teoria, che consente di trovare le banalità e gli inutili intrecci del nostro apprendimento. Non a caso Pascoli subentrò alla cattedra del Carducci. E la Scuola, nella incertezza teorica di chi controlla (dirigenti e Ministero), continua a cercare inutilmente un check list universale per l’insegnamento, l’apprendimento e la valutazione. Probabilmente andrebbero rivalutate altre modalità di apprendimento, quelle ad esempio, che condussero un sempilce elettrotecnico come Marconi, che conosceva l’esistenza della onde elettromagnetiche, ad inventare la modalità della loro trasmissione, o quella con cui studiarono Fermi e Majorana, compagni di suola (coetanei) dei miei insegnanti.
    Ora sto iniziando una nuova avventura lavorativa, non so dove andrò a finire. Ma so che ho acquisito, nel tempo e sulle mie basi scolastiche, le competenze per interpretare correttamente una legge (ne ho avuto le prove) e tecniche per poter intervenire con competenza, sui calcoli per la sicurezza.
    ciao mariano



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