Leggo il primo capitolo dei Promessi sposi, in classe. Fa sempre effetto la questione delle “gride”: le leggi che ci sono ma non vengono rispettate; le leggi che minacciano e le minacce a cui non segue nulla; è una questione che provoca domande e riflessioni anche sull’oggi. Però è molto difficile che i ragazzi riescano a cogliere la beffarda ironia che sta dietro il lungo elenco dei nomi e dei titoli nobiliari dei promulgatori delle leggi; è un’ironia contro il potere, in tutte le sue forme, ma è un’ironia troppo adulta per loro, e a quindici anni si preferiscono le cose più serie. Gliela faccio notare, ci provo; dico loro: «Questa è l’ironia di Manzoni». Ma loro mi guardano e scrivono sul loro quaderno degli appunti «ironia di Manzoni», ma si vede benissimo che, tranne forse un paio, non capiscono quel che significhi.
Poi arriva Don Abbondio e invece ridono tutti. Prendo tre ragazzi e faccio loro recitare la scena del viottolo e dell’incontro con i “bravi”: Giorgio è Don Abbondio, Tiziano e Federico, con atteggiamento truce che viene loro benissimo, sono gli sgherri che devono spaventarlo. Seduti al loro posti tutti gli altri studenti della classe li guardano e ridono. E rido anch’io, perché la scena viene bene, perché sono pure abbastanza bravi a recitarla. E Giorgio è bravissimo a fingere spavento e codardia.
Ma mi rimane, come ogni volta che ho letto questo primo episodio del romanzo manzoniano in una classe, mi rimane qualcosa che non mi piace, nella testa; forse più che nella testa è un qualcosa che mi rimane nel modo in cui torno stanco a casa e che la testa nemmeno riesce a pensare, talmente è una sensazione sottile e inconsistente.
Mi rimane il disagio di prendere in giro Don Abbondio, ecco che cosa. Che mi sembra una specie di atto freudiano, un esorcismo contro se stessi e il proprio disagio di stare al mondo. Vorrei chiedere ai ragazzi perché fa tanto ridere e che cosa avrebbero fatto al posto di Don Abbondio: ma so che mi darebbero risposte molto sensate, come quelle di Perpetua. Ma so anche, mentre torno a casa e mi dispiace di quella scenetta recitata, che sono risposte false, date perché hanno quindici anni, perché sono molto seri, date perché non costano niente.
Mentre, più umana e amara, la verità è che in tanti, in tantissimi, avremmo fatto più o meno come Don Abbondio, mentendo a noi stessi e gli altri, fin quando possibile. Lo facciamo tutti i giorni, in realtà. Ce la prendiamo con Renzo e Lucia, penalizzaziamo i due giovani sposi promessi, perché sono i più deboli e non possono reagire. Non sanno nemmeno il latino, tra l’altro. Ce la prendiamo con chi possiamo e obbediamo quando il non obbedire è cosa che costa cara. Nei dettagli, non nelle questioni importanti. Forse nelle cose importanti sapremmo anche essere coraggiosi: ma nei dettagli è più difficile; e nei dettagli si nasconde spesso quel che non vogliamo vedere.
E torno a casa con questa strana sensazione di ipocrisia che mi prende a ripensare agli aggettivi che il povero Abbondio si prende annualmente da noi insegnanti, dalle idiotissime analisi di testo che qualche mentecatto ha scritto alla fine del primo capitolo, dai temi e dalle risposte degli studenti.
Vile, debole, vigliacco, pusillanime, pauroso, malvagio, codardo, mediocre, colpevole.
Ecco, colpevole. Torno a casa con la sensazione che ho fatto ridere i miei studenti soltanto grazie alla percezione della nostra colpevolezza, quella di tutti quanti; grazie alla nostra debolezza e alla nostra viltà. Torno a casa e non so più se Alessandro (Manzoni) volesse davvero quelle risate per il suo povero curato o ci abbia invece chiesto qualcos’altro, che nella nostra cecità non siamo più in grado di dargli. Non lo so.
Ma so con certezza, mentre salgo le scale, che ridiamo di noi, quando ridiamo di Don Abbondio: perché è facile farlo, perché aiuta, perché allontana lo specchio di quello che siamo, lo deforma, perché bisogna pur sopravvivere. E perché indossare i panni di Don Abbondio, atteso dai bravi al bivio della sua solita passeggiata con una minaccia e uno di quei nomi potenti contro cui nulla sembra possibile, be’, è tutt’altro che facile.
Ed è più facile ridere, di quei panni un po’ patetici. Finché non ci accorgiamo che sono anche i nostri, è più facile.


questo è un link un po criptico.
Vero che ci farai un post per ciascun capitolo? Vero?
Il link lo avevo quasi previsto, ieri, mentre scrivevo. Che siamo pieni di “grida” anche oggi, questo è certo.
Sul post per ciascun capitolo, non ci giurerei. A volte le mattinate di scuola sanno essere molto noiose; e non ci si cava niente, ahimè.
forse dovremmo cominciare a frequentare gente normale
))
Eppure a me è sempre rimasta la sensazione che Don Abbondio sia stato fatto diventare apposta una macchietta da don Lisander, nonostante sia di gran lunga il più umano degli intellettuali raffigurati. Almeno lui si ferma a chiedersi chi diavolo sia questo Carneade.
Personalmente mi riconosco più in lui che negli altri personaggi.
Mi sa che sei tu il caso raro, però. O forse anche tu, a quindici anni, non ti riconoscevi…
Ma figurati! a quindici anni non sopportavo Manzoni esattamente come il 99% degli studenti. Uno dei miei rarissimi temi in cui non presi la sufficienza fu quello obbligato sui Promessi Sposi. Poi me li sono riletti con calma a diciott’anni: visto che non me li avrebbero più chiesti, potevo permettermelo.
Bisogna dire che il mio professore del biennio non aiutava certo a interessarsi al libro. Domanda alla prima interrogazione scritta: “scrivere quanto più testo si ricordi dell’incipit”. Interrogazione al sottoscritto, ultima domanda: “Quando Renzo, Tonio e Gervaso entrano nell’osteria al capitolo VII, c’è in corso una partita di morra. Qual è il numero che si sente pronunciare?”
Be’, un pazzo. Se io facessi cose del genere sarei già stato denunciato. O tempora o mores
persino io, che mi picco di conoscere l’opera quasi a memoria, non saprei rispondere. Direi otto o nove per la “o”, ma adesso vado a vedere.
e difatti era un sei; però convenite che sarebbe suonato molto meglio “la bocca ancora aperta, per un gran otto” piuttosto che “la bocca ancora aperta, per un gran sei”
“sei”. (per la cronaca, tirai a indovinare e lo beccai, peccato che pronunziai il numero titubando)
Ma la cosa che mi colpì di più fu che una quindicina d’anni dopo il buonanima del Giampaolo Dossena spiegò che la morra è un gioco molto veloce, e spesso i giocatori non riescono a coordinare la mano con la lingua; quindi magari mostri due dita, dici “otto”, e ti prendono per i fondelli.
Visto che nella morra classica, dove non puoi mostrare il pugno chiuso, qualunque numero tu mostri il sei è un’opzione valida, allora è molto facile sentir pronunciare “sei”.
Quando mi son reso conto che probabilmente Manzoni è andato a vedere e sentire gente che giocava alla morra per rendere più veritiero il suo romanzo, ci sono rimasto…
Rammento mio padre che giocava alla morra nei magazzini del vino, in Planargia; e come mi sembrava impossibile che si potesse capire chi vinceva e chi perdeva, con quella velocità.
mah! E’ certo che anche allora era più facile fare il cardinale che il parroco di campagna; e che Manzoni avesse più affinità con un Bertone qualsiasi piuttosto che con un Pino Puglisi, mi pare altrettanto vero.
Chiaro. Manzoni era pure cresciuto a Parigi, ben lontano dal paesello in cui si trova a dover sopravvivere il Don.
L’ironia ha bisogno di un solido aggancio con la realtà. Non si ride di ciò che non si conosce… Se non fosse che il tempo è poco, le cose da fare tante, e che i promessi sposi continuano oltre il primo capitolo, sarebbe interessante sapere come i ragazzi reagirebbero se tu chiedessi, a bruciapelo: ma voi, al posto del don, che avreste fatto?
Fatto. Non quest’anno, in realtà ma fatto altre volte. Le risposte in genere si focalizzano attorno al concetto di prendere un’arma e andare a uccidere Don Rodrigo con l’aiuto di Renzo. Troppo Bruce Willis?
Più che altro, troppo ‘scuola di polizia’… Ti immagini quel che avrebbe combinato quell’incapace di Renzo? Scusa, ma sai, io non l’ho mai digerita che Lucia si sia lasciata scappare quel gran figo che era l’Innominato per uno spiantato capponaio!
Beh, non è che Lucia fosse poi ‘sta donna meravigliosa: certo meno scema di Renzo (un po’ lo Zeno Cosini del XVII secolo, se me lo passate), ma noiosaaaa…
Su Don Abbondio: ho sempre pensato che, al suo posto, mi sarei comportato da vigliacco esattamente come lui (il che forse è pure merito di Manzoni, per come ha costruito credibilmente il personaggio). Già saperlo è un passo avanti, almeno.
Sono passati degli anni da quando a scuola ho letto i Promessi Sposi…mi sembra di ricordare che a noi non ci faceva ridere Don Abbondio….e non c’è effettivamente molto da ridere.
Forse ridete per la recitazione in classe. L’imbarazzo puo’ portare alle risate a prescindere dal testo.
E’ una macchietta, come ha scritto .mau.: per questo si ride anche. Non solo, ci mancherebbe.
mmmhhh… non l’ho detto l’altro giorno, confessando il mio scarso entusiasmo per Dante, ma a me non piacciono nemmeno i promessi sposi… don abbondio fa rabbia, più che far ridere, è un molliccio opportunista. la mia omonima è una sciocchina che non sa che pesci pigliare e il suo promesso un salame che agisce e parla prima di essersi assicurato che il cervello sia connesso. si salvano solo i cattivi: la monaca,
l’innominato… scusa se dico eresie. però ti risparmio quelle su dante
Guarda, io adoro Dante, ma Manzoni non mi è mai piaciuto più di tanto. E forse adesso ho realizzato perché: è uno snob…
No, non mi metto a difendere Manzoni, perché oggi non ne ho la forza. Però, secondo me, vi sbagliate. Aspetto che arrivi qualcuno più bravo di me a dimostrarvelo…
io lo difenderei, ma certo non posso pensare di essere più bravo del tenutario
Proviamo a farlo difendere da Carlo Emilio Gadda, che è più bravo di tutti:
Don Alessandro, alcuno mai non ci farà dono di una nuova edizione della vostra storia! Ma, se fosse, vi chiederemmo: “Don Alessandro, non fotografate così spietatamente le magagne di casa; non interpretate così acutamente, ai fini di un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere espressione nella retorica del giorno. Che Renzo sia un libertino un po’ in gamba, mettetegli almeno una cravatta di quelle che portano i terribili comunardi della vostra Parigi. Che Lucia non sia così modesta, così legata, così facile ai rossori, da attirarsi le beffe degli assi della tiratura romanzesca.
Oppure camuffate Renzo da guidatore su pista e fategli declamare Nietzsche, svestite Lucia e fatele leggere Margueritte. Allora soltanto potrete sperare un posto in Parnaso; mentre così, Don Alessandro (ma che avete mai combinato) vi relegano nelle antologie del ginnasio inferiore, per uso dei giovinetti un po’ tardi e dei loro pigri sbadigli.
Che cosa avete mai combinato, Don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell’indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?”
C.E.Gadda, Apologia manzoniana, in Il tempo e le opere, Adeplhi 1982 (ed. orig. in “Solaria” 1927).
Lo Scorfano che difende Manzoni è un po’ come se Di Pietro difendesse Berlusconi (son sicuro ne sarebbe felicissimo!)
Eh mi sa invece che è proprio il contrario dello snob, l’Alessandro…
A quindici anni, come .mau., come tutti, anch’io lo trovavo noioso, mi sembrava veramente patetico dedicare una vita intera a scrivere un romanzo che poi, in fondo, ha una trama così così.
Eppure, non so, i Promessi Sposi sono un libro così pieno di amore, di tenerezza verso quei poveri sfigati (in questo hai ragione, Lucia, sono tutti un po’ sfigati, tranne probabilmente l’Innominato e Federigo Borromeo) che davvero, l’unica cosa di cui non si possa accusare Manzoni è l’essere snob.
E l’ironia. E la scrittura…
Diventerebbe lunga, a raccontare tutte le ragioni per le quali considero i Promessi Sposi uno dei libri più belli che abbia mai letto, e non mi riuscirebbe neanche bene, mi sa.
Quindi, passo la palla…
Tralasciando il giudizio sul Promessi Sposi, dico solo che anche a me, come a Lucia qua sopra, Don Abbondio non fa per niente ridere. Caso mai mi fa rabbia, o pena, e non mi identifico minimamente con lui, né amo intrattenere rapporti con chi vi somiglia: se la situazione sociale e politica del nostro paese è quella che è, credo che lo dobbiamo proprio ai milioni di Don Abbondio in circolazione, e fa bene il Manzoni a ridurlo a macchietta.
È amaro constatare che si tratta di una minoranza, ma a questo mondo esistono anche i “Frate Cristoforo”, per Diana!
Poi, giuro, la smetto. Volevo solo dire che è pericoloso far parlare i personaggi dei Promessi Sposi. Perché, a ben guardare, Fra Cristoforo è un omicida.
Però la smetto, prometto!
Fra’ Cristoforo è un pentito, per la precisione
Omicida pentito, vi va bene come definizione?
Un omicida pentito (ma non un delatore, come oggidì si intende la parola “pentito”
), e… con due coglioni come nemmeno venti Don Abbondio!
Promessi Sposi più attuali che mai
Io ho digerito i “Promessi sposi” solo con una dose del trio Solenghi-Marchesini-Lopez
idem
gran bel post.