Ho fatto lavori di redazione per una decina di case editrici, nel frattempo. Ho rivisto traduzioni. Ho scritto dozzine e dozzine di risvolti di copertina, nel frattempo. E ho pensato a quanta gente avrà nel frattempo comprato o non comprato un libro a causa di qualche mia parola, messa bene o messa male in quel risvolto di copertina, anticipata o ritardata di qualche riga. Le poche righe che a volte fanno la differenza tra il comprare e il non comprare.
Ho rivisto e corretto traduzioni, nel frattempo. Ho redatto centinaia, forse migliaia, di schede di lettura per gli editori e i librai di tutto il nord Italia (si chiama “copertinario” e pochi sanno che esiste; ma è uno degli impegni più gravosi, in una casa editrice). Ho scritto cataloghi e sinossi, nel frattempo. Ho compilato a mano decine di indici, a volte con migliaia di nomi e di citazioni; ho fatto pasticci e mi sono dovuto scusare. (more…)
L’ultima ora è, per naturale e tautologica definizione, un’ultima ora. Il che prevede ragazzi stanchi, professori altrettanto stanchi, aula calda, puzza di sudore, fatica; e anche penne che cadono ogni due o tre minuti, sguardi stravolti, qualche risatina, distrazione più o meno generalizzata, attesa spasmodica del suono della campanella, estrema difficoltà nel fare lezione, qualunque tipo di lezione.
Leggo il primo capitolo dei Promessi sposi, in classe. Fa sempre effetto la questione delle “gride”: le leggi che ci sono ma non vengono rispettate; le leggi che minacciano e le minacce a cui non segue nulla; è una questione che provoca domande e riflessioni anche sull’oggi. Però è molto difficile che i ragazzi riescano a cogliere la beffarda ironia che sta dietro il lungo elenco dei nomi e dei titoli nobiliari dei promulgatori delle leggi; è un’ironia contro il potere, in tutte le sue forme, ma è un’ironia troppo adulta per loro, e a quindici anni si preferiscono le cose più serie. Gliela faccio notare, ci provo; dico loro: «Questa è l’ironia di Manzoni». Ma loro mi guardano e scrivono sul loro quaderno degli appunti «ironia di Manzoni», ma si vede benissimo che, tranne forse un paio, non capiscono quel che significhi.
Così
Il libro di storia adottato nel mio liceo si intitola Sulle spalle dei giganti. È un bel titolo. Quindi, quando mi tocca la prima lezione di storia in seconda, per prima cosa spiego loro il significato e l’origine quel titolo, che mi sembra il minimo e mi sembra anche interessante.
Ci sono ragazzi silenziosi, in ogni classe. Sono persone forse timide, forse semplicemente un po’ riservate, nel loro stare in mezzo agli altri. I più sono anche studiosi: li chiami e sono preparati; svolgono test e verifiche con ordine, alcuni in modo eccellente, altri semplicemente in modo sufficiente. Fanno sempre i compiti. E se per caso, un giorno, non li hanno potuti fare, te lo dicono con grande ansia malcelata, aspettando che tu li punisca in modo definitivo e perentorio.
Magari qualcuno si ricorda di
Greta, durante le lezioni fa fatica a restare concentrata, e a volte quasi si addormenta; Caterina, invece, ha genitori che la assillano, che ancora le controllano i compiti, che ogni giorno verificano se sul libretto è comparso un voto nuovo e che, appena vedono un 6-, la vogliono mandare a lezione privata; e quindi Caterina è sempre nervosa e irritabile; Michele ride per niente, tutto il tempo, almeno dieci volte a lezione; così poi gli altri ridono perché ha riso lui e io devo riportare la calma senza innervosirmi, che non serve a nulla; la mamma di Serena, invece, non si è proprio mai vista: noi le spediamo lettere, lei le firma, nessuno ne sa mai niente; e Serena sembra davvero un po’ abbandonata a se stessa, quando prende 4 come quando prende 7; Veronica deve sempre andare in bagno, invece: se non la lasci andare mette il muso; se la lasci andare non sai quando torna…
Poi ci sono Giovanni che patisce l’aggressività, Elio che invece, se non sei un po’ aggressivo, non fa proprio niente, Michela che deve essere continuamente spronata, Elena che deva essere lasciata indipendente, perché lavora bene solo quando si sente autonoma, Eugenia che interviene a sproposito ma che è anche molto fragile e se glielo fai notare non studia più per un mese…
La resurrezione della carne crea scompiglio, nelle classi basse (cioè tra i quindicenni, per intenderci).
Non si fa politica a scuola, dice il ministro. Che non si capisce esattamente cosa debba significare, come espressione: non si parla di Berlusconi in classe? Sono d’accordo. Non si parla nemmeno di Obama, quindi? Non lo so, l’anno scorso ne ho parlato un sacco, mi pareva importante come evento storico. O forse semplicemente non si parla di lei, del ministro in carica, e delle sue riforme? Molto difficile, francamente. I ragazzi occupano, scioperano, ti chiedono opinioni… Davvero difficile non rispondere ai ragazzi.
Entro in classe, in seconda. Li guardo, li saluto, loro salutano me, sono diversi. Sembrano altri ragazzi, non più quelli dell’anno appena passato.
Noi cominciamo a contare dal due, ragazzi. E voi che siete lì seduti sui vostri banchi lo capite benissimo, il perché di questa scelta; e non ci sarebbe bisogno di nessuna spiegazione, potrei anche stare zitto, per una volta.
“Sugli insegnanti di religione sono assolutamente d’accordo con il Vaticano”
Se esistesse il ruolo di commentatore ufficiale dei comunicati stampa della Gelmini e del suo ministero, giuro che mi piacerebbe candidarmi: perché più li leggo, più mi rendo conto della precisione certosina con cui sono scritti e del ruolo decisivo che hanno nel fare arrivare alla stampa un distorto ritratto della scuola, come si vorrebbe che fosse e come non è (per fortuna, a volte).
No, scherzavo in realtà.
Niente mi angoscia di più della carta, niente.
Io non sono d’accordo con quasi nulla di quello che ha dichiarato
Quando è venuto l’antennista a casa mia, gli ho chiesto se poteva fare in modo che i cavi della parabola passassero direttamente dentro i muri, insieme a quelli dell’antenna normale. Lui mi ha risposto che proprio non si poteva, per una ragione che non ho capito, ma mi è sembrata davvero inutile. Allora io ho pensato: «Ce l’ha con me… Questo tizio sconosciuto ce l’ha con me!»
L’altro ieri, un po’ scherzando, un po’ lamentandomi, un po’ chiedendo aiuto, un po’ facendo lo scemo (che è la cosa che mi viene meglio di tutte, sempre), ho scritto un post sulla geografia. Perché devo insegnarla, perché non l’ho mai fatto prima, perché mi sto chiedendo quale strada prendere per cercare di fare un lavoro decente, che riesca in qualche modo a ottenere il risultato di non fare odiare la materia ai miei futuri studenti (che dio li perdoni, per il male che senz’altro mi faranno).
Il meccanismo è così elementare che stupisce un po’ che non sia ormai chiaro a tutti, in tutti i contesti. Il meccanismo ha infatti due soli ingredienti: un’asticella da saltare, come nel salto in alto, ma posta però sempre più in basso; e qualcuno (chiunque) che ti dica che sei bravo anche se l’asticella è messa così in basso. Basta che che fai finta.
Fate conto di essere un appassionato di letteratura e di aver voluto, nella vostra spensierata e ignobile giovinezza, fare l’insegnante al solo scopo di parlare di letteratura, di diffondere il verbo letterario, di cercare di trasmettere questa malattia ad altri innocenti. Mettete anche in conto il fatto di non esserci quasi mai riuscito, ma questo non è comunque importante, non adesso.
Comincio dai numeri, perché è più facile: i precari che senza dubbio non avranno da lavorare nella scuola, quest’anno,
Ecco, io rimango assolutamente allibito, sappiatelo. Come se venissi da un altro pianeta, come se fossi stato chiuso in un monastero per trent’anni (il che non è accaduto, fidatevi). E mi succede ogni volta che
C’è qualcosa di rassicurante nei riti, no? Servono anche a quello, no: a rassicurare le persone semplici…
Gentile ministro Gelmini,
Possiamo davvero discutere di tutto, per quanto riguarda la scuola. Possiamo accanirci sui prezzi degli zainetti e degli astucci; possiamo anche raccontarci splendide e meravigliose bugie su come l’insegnamento sia una missione e altre simili amenità; possiamo parlare fino allo sfinimento dei nuovi criteri di reclutamento dei dirigenti scolastici e degli insegnanti (che nessuno sta reclutando, in questo momento, ma chi se ne importa); possiamo insomma discutere di tutto lo scibile scolastico fino alla fine dei tempi e possiamo farlo anche con padronanza di idee e di lessico e di punteggiatura…
Entro a passi leggerissimi
Archiviato da una settimana l’esame di maturità, alla fine, rimane solo da rendersi conto davvero che si è chiuso un triennio: completamente. Una classe di 23 persone giovani con cui ho passato otto ore alla settimana per tre anni e che non ci sarà più, l’anno prossimo; una serie interminabile di lezioni di italiano e latino finite così, nel caldo e nella stanchezza di luglio, con un saluto scambiato di fretta fuori da una porta di un’aula che si chiude. Perché è il turno del prossimo studente, perché non se ne può più, perché si ha solo voglia di tornare a casa propria. Una fine, insomma; che come tutte le fini trascina con sé malinconia e sollievo.
Arriva luglio e, tutti gli anni, quasi immancabilmente, mi viene lo stesso terribile pensiero. E mi viene proprio dal fatto che arriva luglio e comincio a comprare libri, a leggerli, a cercare titoli nuovi e interessanti, a prendere in mano i classici come se avessi una voglia pazzesca di rileggerli tutti, da Dante a Virgilio a Tasso. E allora mi viene il pensiero che devo scacciare.
Uno non sa più cosa sperare, ve lo confesso. Intendo dire che uno come me, che dopo quindici anni di insegnamento si ritrova, con la sua bella quarantina d’anni, a essere comunque uno degli insegnanti più giovani della sua scuola (che ha un corpo docenti di ben più di 1oo persone) dovrebbe ovviamente sperare che arrivino al più presto forze giovani, capaci di un po’ di entusiasmo, capaci di portare una nuova ventata in questo mondo asfittico, pronte a scommettere sul loro futuro e a coinvolgere in questo loro entusiasmo anche i quarantenni.
