No, scherzavo in realtà.
Non è mica del tutto vero quello che ho scritto ieri, e cioè che la carta è l’unica cosa che mi angoscia dell’anno scolastico che dopodomani ricomincia. Non è solo quella, insomma. L’altra cosa che mi angoscia, e che forse mi angoscia ancora di più, ve lo dico senza preamboli, sono le otto di mattina.
Non le sette, ora in cui mi alzo e mi lavo la faccia; no, proprio le otto. Il problema non è mica alzarsi: anche d’estate o la domenica non mi succede più di alzarmi tanto tardi. È la vecchiaia, credo; il tempo che comincia ad avere una fine e che diventa un peccato buttare via. Sono proprio le otto che mi angosciano: e cioè è l’ora in cui la scuola inizia.
Perché, lo sapete tutti, la scuola non può essere solo trasmissione asettica di conoscenze e di nude informazioni, no? Lo dicono anche i giornalisti e i ministri e gli psicologi al sevizio dei ministri (e anche quelli al servizio di nessuno, lo dicono). La scuola è prima di tutto passione; (more…)
Greta ha di nuovo preso 6 in latino. È la seconda volta di seguito che Greta prende 6 nello scritto di latino e quindi mi sento di poter dire che ce l’ha fatta; che l’anno scolastico le è servito e che finirà bene. Anche perché la verifica era parecchio difficile: traduzione dall’italiano, senza vocabolario. Necessità di ricordarsi le regole, di applicarle, di incrociarle e contemporaneamente necessità di aver memorizzato il lessico di base, i verbi, i paradigmi e i pronomi.
Io me lo immagino benissimo che non ve ne possa fregare di meno; e non vi biasimo. Però, anche se non ve ne frega nulla, sappiate che sul benedetto voto di condotta non è nemmeno detta l’ultima parola. Cioè, a oggi, mentre la ministra rilascia interviste su interviste a proposito di tutto e di più, non c’è ancora una circolare ministeriale che chiarisca se il voto di condotta farà media o no nel calcolo del credito scolastico di uno studente (il punteggio che ogni ragazzo ottiene negli ultimi tre anni di scuola).
Ci sono anche cose facili da fare, nel mio mestiere di insegnante, praticamente facilissime. Talmente facili che finiscono per essere dimenticate, o ritenute superflue, o forse, non so, credute troppo facili e quindi un po’ snobbate, come si fa con i giochi dell’infanzia. E invece si preferiscono tutte le cose complicate, articolate secondo criteri psicopedagogici precisi e mirati, inattaccabili dal punto di vista legale, burocraticamente ineccepibili, firmate, controfirmate e protocollate.
Me lo dico da solo, perché so per esperienza decennale che è l’unico sistema, e quindi so che non me lo dirà nessun altro: ieri, la lezione sulla poesia dei crepuscolari e di Guido Gozzano mi è venuta benissimo. Ne sono proprio convinto: benissimo.
Tra le cose che ho imparato durante l’unico corso di metodologia didattica che abbia mai seguito c’è stata senz’altro la necessità di comprendere le reazioni anche silenziose degli studenti, il feedback come lo si ama chiamare, la risposta non verbalizzata che essi danno o meno alle iniziative del docente e che manifesta il loro interesse per un dato discorso.
Un episodio minimamente esemplare, di qualche anno fa: avevo frequentato con profitto (nel senso che vi avevo conosciuto colleghi molto bravi e giovani e pieni di entusiasmo e avevo avuto con loro interessanti discussioni sulla bellezza e sulla letteratura; nessun altro profitto) un corso abilitante riservato a chi, com’ero io, aveva alle spalle già diversi anni di insegnamento senza avere però una cattedra; quasi tutti rappresentanti della categoria cosiddetta dei “precari”, io invece insegnante di scuola privata.
