Cosa deve pensare un prof di italiano quando scopre che due dei suoi migliori alunni di sempre (sul serio), dopo una laurea in lettere uno e dopo una quasi-laurea in giurisprudenza l’altro, hanno abbandonato la cultura accademica e hanno aperto un ristorante?
Non lo so, cosa deve pensare. Io, personalmente, non ho pensato niente e sono andato a mangiare da loro. E li ho trovati in forma, affacendati in un locale in cui c’è pure un salottino con i libri da leggere e ho mangiato (e bevuto) alla grande… Insomma, sono stato così bene che ho anche promesso loro (dopo avere copiosamente attinto alla loro cantina, e quindi non del tutto in pieno possesso delle mie già scarse facoltà mentali) di scrivere qui che il luogo vale la pena di una deviazione. E quindi, se a qualcuno capitasse di passare vicino a Orzinuovi, provincia di Brescia, potrebbe pensare seriamente di andare a cena al “XVI secolo”, in località Pudiano.
Loro dicono che fanno anche lo “sconto scorfano”, a chi si presenta a nome del blog; ma io non mi fiderei tanto, visto il tipo di studenti che erano…
Magari qualcuno si ricorda di
Archiviato da una settimana l’esame di maturità, alla fine, rimane solo da rendersi conto davvero che si è chiuso un triennio: completamente. Una classe di 23 persone giovani con cui ho passato otto ore alla settimana per tre anni e che non ci sarà più, l’anno prossimo; una serie interminabile di lezioni di italiano e latino finite così, nel caldo e nella stanchezza di luglio, con un saluto scambiato di fretta fuori da una porta di un’aula che si chiude. Perché è il turno del prossimo studente, perché non se ne può più, perché si ha solo voglia di tornare a casa propria. Una fine, insomma; che come tutte le fini trascina con sé malinconia e sollievo.
Oggi è una bella giornata di maggio e ci sono tanti ragazzi nel cortile, all’intervallo (che si chiama «pausa socializzante»: se non lo sapevate, adesso lo sapete); non solo i soliti tossici come me che si fumano la loro dose di pedagogico catrame mattutino, anche quando ci sono 5 gradi sotto zero.
Il latino genera equivoci, si sa. E alcuni di questi equivoci diventano pure leggenda, che si tramanda di generazione in generazione. E quindi, visto che è venerdì e magari si ha bisogno anche di un sorriso, provo a dare un piccolo contributo, raccontando un increscioso episodio di natura latineggiante di tanti anni fa, avvenuto in una terza liceo.
Quando tornano, lo fanno a gruppi di tre o quattro, l’anno dopo la quinta. Restano fermi sulla porta, sembra che non abbiano nemmeno il coraggio di entrare; quelli nuovi, seduti sui loro banchi, li guardano, li riconoscono magari, approfittano della tua distrazione per fare qualcosa d’altro: spingersi, controllare il cellulare, copiare una frase di latino, fregare la penna a quello seduto appena dietro.
Tra le cose che ho imparato durante l’unico corso di metodologia didattica che abbia mai seguito c’è stata senz’altro la necessità di comprendere le reazioni anche silenziose degli studenti, il feedback come lo si ama chiamare, la risposta non verbalizzata che essi danno o meno alle iniziative del docente e che manifesta il loro interesse per un dato discorso.
