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Posts contrassegnato dai tag ‘genitori’

catene in tutti i sensiCe n’è una sola, per fortuna. Anche se io non ne ho mai viste tante come quest’anno, onestamente. Tante, tantissime mamme, tutte preoccupate, tremanti, fuori dalla porta, che mi guardavano per avere anche solo un piccolo segno, alcune anche in lacrime, sempre in ansia per i loro figli. È stata la maturità delle mamme, per certi versi.

In realtà, a pensarci, nessuna di loro è entrata direttamente nell’aula dell’esame; l’ingresso lo hanno lasciato agli amici, ai morosi e alle morose, ai compagni di scuola. La maggior parte si è fermata fuori, nel corridoio, ad aspettare, magari parlando con la bidella, o con alcuni altri ragazzi che erano lì, in attesa anche loro; o parlando con altre mamme, ovviamente. Come ai giardini pubblici, quando i ragazzi erano bambini.

E lo so benissimo anch’io che sarebbe facile uscirsene adesso con il più ovvio  e ragionevole dei commenti:             (more…)

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le gioie della paternitàOggi, forse, vi faccio arrabbiare. Non lo so, poi magari no… Ma se lo faccio, credetemi, non è quella la mia intenzione: è solo che se voglio scrivere della  mia vita a scuola, che è quello che voglio, devo dire anche la verità, non posso continuare a tacere. Che se l’obiettivo era tacere, bastava non aprire il blog, come felicemente ho fatto per quindici anni, tacendo appunto.

Dunque, tanto per provare a dire un po’ di quella che a me pare la verità, preciso subito che il post di oggi nasce da quello dell’altro ieri, dalla discussione che ne è seguita e in particolare da un commento a quel post, il commento di Lucia. La quale, insegnante anche lei, raccontava di come succede normalmente che i ragazzi, al momento delle interrogazioni, escano da scuola con  improbabili giustificazioni firmate da loro stessi o dai loro genitori; o che non ci vengano proprio, a scuola, perché c’è l’interrogazione. E che comunque, quando si chiama la famiglia, questa confermi sempre le inverosimili tesi dei figli.

Anch’io, come Lucia, per diversi anni, ho fatto il professore che chiamava a casa le famiglie.         (more…)

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abbiamo tutti una mamma che ci proteggeIo non accetto che i miei studenti si presentino senza i compiti fatti. È una questione su cui insisto molto, soprattutto al biennio, quando sono più piccoli e devono imparare. E io vorrei che imparassero subito che il lavoro è lavoro, e che bisogna farlo e che devono loro per primi considerarlo un dovere irrinunciabile.

Poi, siccome so che a volte possono capitare davvero degli imprevisti, lascio loro la possibilità di usare una specie di jolly, per un massimo di 4 volte in un anno, il quale jolly deve essere dichiarato appena entro in classe; in quel caso, li ritengo per quel giorno esentati da ogni forma di controllo o di interrogazione. Nelle altre occasioni, invece, non transigo; e non accetto neppure le famose giustificazioni della mamma sul diario. Perché credo che debbano essere loro ad assumersi, già a quattordici anni, le loro piccole responsabilità di studenti.

E ieri mattina, alle 8, mi è capitato di trovare un ragazzo di prima senza i compiti fatti.       (more…)

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(via il blog di barbara)

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danni-chimiciIl mio collega Arturo era un vero disastro. Non sapeva fare scuola, non sapeva stare con i ragazzi, non sapeva bene nemmeno cosa insegnare. Io lo conobbi tanti anni fa, quando lavoravo in una scuola privata, e lo trovai insopportabile fin dal primo giorno. Poi piano piano la mia avversione si trasformò in compassione e alla fine quasi in affetto.

Perché il mio collega Arturo davvero non si rendeva conto di quello che combinava. Entrava in classe, bastava che qualche studente avesse un atteggiamento che a lui pareva “sfrontato” (era la parola che amava di più) e via: un’interrogazione senza senso, punizioni ineseguibili e un 3 sul registro. Fino al riempirlo, il registro.      (more…)

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un-cappio-al-collo-e-viaQuando un argomento è in grado di scatenare anche piccoli dibattiti, è evidente che si tratta di un argomento delicato, su cui vale la pena di tornare. È per questo che torno volentieri sulla questione della valutazione degli insegnanti, che qualche giorno fa ha suscitato più di un commento in varia misura perplesso e qualche misurata discussione interna al blog.

Ci torno e dico subito, con chiarezza, che sono assolutamente favorevole alla valutazione dell’operato degli insegnanti. Che anzi, lo ritengo uno dei passi decisivi in direzione di una scuola pubblica di maggiore qualità (l’altro passo, se mi è permesso, consisterebbe nell’avere classi poco numerose, non più di 20-22 alunni: è una misura costosa, lo so, ma è anche l’unica garanzia vera di insegnamento attento al singolo studente; anche perché comunque, nella scuola, per motivi idioti, di soldi se ne spendono già parecchi).

Naturalmente, valutare gli insegnanti è un’operazione complessa, che non può ridursi a un semplice voto buttato dal primo che passa addosso al malcapitato prof di turno. A me, finora sono venuti in mente quattro criteri, che credo dovrebbero essere applicati contemporaneamente. Li espongo uno per uno, lasciando in coda quello che mi pare essere il più delicato.      (more…)

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cattive compagnie

Secondo un’indagine della Symantec, il 25% dei giovani che frequentano  Feisbuk ha tra i suoi amici virtuali anche i genitori. A me fa ridere proprio.

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davanti-al-mareReduce da due interminabili pomeriggi di colloqui con le famiglie, di silenzi e di piccole polemiche sottotraccia, di parole pronunciate con cautela, reduce da tutto questo, che cosa ti resta, questa mattina?

Ti restano gli sguardi preoccupati delle madri e dei padri dei ragazzi di quinta: preoccupati per il futuro, per le scelte universitarie, per il lavoro che avranno o non avranno i loro ragazzi, la paura che sbaglino davanti a un bivio che in questo momento sembra così fondamentale, in un mondo la cui direzione sembra adesso indecifrabile. Ti resta l’ansia delle madri e dei padri dei ragazzini di prima, gli occhi lucidi di quelli a cui fai i complimenti, per come sono educati, per come sanno stare in mezzo agli altri;        (more…)

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voti-a-casoVoti da assegnare. Voti da ricevere e da motivare. Voti da giustificare. Voti da concepire con il prezioso strumento delle griglie di valutazione. Voti da riportare sul registro, poi sul pc della scuola, poi sulla carta, poi sulla lettera di comunicazione alle famiglie, poi sul registro personale, negli appositi spazi, che sono tutti su pagine diverse, finché la biro non finisce e ce ne hai un’altra nella borsa; voti da riportare e da pesare e da mediare, costantemente. Voti da meditare. Voti da ripensare. Medie da calcolare senza la calcolatrice, che non si fa, ma da calcolare lo stesso, che gli studenti lo fanno e poi ti contestano, calcoli alla mano. Medie di voti con cui tutelarsi, difendersi, aggredire. Voti da cambiare durante lo scrutinio finale, perché il preside e i colleghi votano contro la tua proposta, e i voti tu li devi cambiare. Voti da proporre, infatti. Voti da prendere e da mandare. Voti, numeri, cifre decimali, crediti, sei su dieci, come dieci su quindici, come sessanta su cento, che è come il vecchio trentasei su sessanta; ma anche trenta su trenta che poi diventa, ma solo alla fine, centodieci su centodieci, secondo un calcolo che si impara a fare, perché certe cose si devono imparare; e alla fine, forse, la lode, in aggiunta, se sei stato così bravo che i numeri non bastano più.

Ma sono sempre numeri, a ben vedere.       (more…)

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la stagione delle mamme

come-va-mmmmmmmmio-figlioLa “stagione” può essere quella della caccia; oppure quella calcistica, se si amano i colori delle maglie di una squadra; o anche può essere la “stagione dell’amore”, se si è dei fan di Franco Battiato. Ma per chi, come me, è un dipendente del ministero della Pubblica istruzione con mansioni didattiche, la “stagione” è sempre e solo quella dei colloqui con le mamme, la quale si apre spaventosamente oggi e si chiuderà ancor più spaventosamente a fine maggio, quando il dolore e la sofferenza delle italiche genitrici,  al suo culmine parossistico, avrà raggiunto e impietosito finanche il Dio che è nei cieli.

Quindi mi preparo, perché da questa settimana non si può più scherzare: le mamme sono all’erta dietro ogni angolo, fuori da ogni porta di ogni aula, in ogni parcheggio, davanti a qualunque automobile, pronte a fermare ogni casuale insegnante con il loro urlo tragico e melanconico: «Come va mio figlio?»; con un «mio» che dura cinque minuti e non è più soltanto un pronome possessivo (molto possessivo), ma piuttosto un lungo lamento, un grido disperato, uno stringersi angosciato di labbra che fa tremare la terra sotto i piedi e i corridoi della scuola; lungo i quali, serenamente e con sano menefreghismo giovanile, il suddetto figlio passerà di lì a poco, lieto dell’intervallo scolastico e fanciullescamente ignaro della sofferenza che sta causando.         (more…)

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Quando consegno le verifiche ai ragazzi di prima e le correggo a voce alta, sperando che a qualcosa serva, loro mi dicono che tra le frasi da tradurre c’era un pronome che non avevano studiato. «Non ce lo ha mai spiegato», mi dicono. Mi accorgo che è vero e un po’ mi dispiace; sto già pensando a come rimediare, magari rifacendo i conti sui voti, trovando il modo per alzarli un po’ senza snaturare del tutto la valutazione.      (more…)

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aguzzate la vista

La scuola enigmistica

I due episodi hanno alcuni particolari in comune. Sapete riconoscerli?

1. Chioggia, 16 febbraio 2009: un tredicenne ha accoltellato l’insegnante di musica. L’insegnante lo aveva rimproverato per il suo scarso impegno. Quando si è voltato, forse ingannato da un tranello dello stesso studente, il ragazzo lo ha aggredito alle spalle e lo ha colpito con il coltello che si era portato da casa. L’arma è rimasta conficcata nella schiena dell’insegnante, che è stato poi soccorso da un collega e portato all’ospedale.  Pare non fosse la prima volta che il ragazzo, «che proviene da una stimata famiglia di piccoli imprenditori» (sic, su ilsole24ore), veniva invitato a impegnarsi di più. E sembra anche che i rapporti con l’insegnante fossero molto difficili. Il consiglio di classe dovrà ora riunirsi per stabilire quale sanzione comminare allo studente. La ministra youtube-Gelmini si è detta sgomenta per quanto accaduto e ha telefonato al professore accoltellato.      (more…)

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tutto-il-mondo-scolastico-e-paeseLa storia è di qualche tempo fa. Comincia in un tetro consiglio di classe (tetro, perché tutti i consigli di classe lo sono: sapevàtelo). Mentre si discute tra colleghi del profilo generale di una classe, io dico, senza pensarci troppo e senza sospettare di dire qualcosa che solleticherà l’attenzione di chicchessia, che a me quella sembra una classe di «discreti esecutori di ordini». Dopo di che, avrei anche finito e passerei a parlare di altro.

Ma naturalmente non ho fatto i conti con il collega Pancrazio, che fa dell’uscita inopportuna una delle sue specialità assolute, a livello mondiale. Quando entrano i genitori, infatti, il Pancrazio, che è l’addetto alle comunicazioni tra insegnanti e famiglie, a un certo punto, guardandomi, dice alle poche mamme presenti: «Come ha detto il prof. Scorfano, questa è una classe di discreti esecutori di ordini».

Una delle mamme capisce sul serio. Cioè capisce le implicazioni che quella definizione vuole avere. E quindi si rivolge direttamente a me, mi chiede spiegazioni. Io, innervosito, gliele do, senza addolcire nessuna pillola, anzi. Lei insiste, un po’ acida. Io replico acidissimo. Acidamente, la discussione si protrae per un paio di minuti. La mamma in questione si offende e alla fine del consiglio di classe se ne va senza salutare.       (more…)

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faccia da scorfano

La mamma di Alessia, classe prima, arriva a colloquio. Si siede. Siccome la figlia, che è peraltro molto brava, all’ultima interrogazione era un po’ distratta e ha preso 5, mi chiede a bruciapelo: «Ma cos’è successo?». E però, con l’espressione e con la tensione delle mani, in realtà, mi sta dicendo: «Ma, lei, come diavolo si è permesso ?!?».

Io la guardo e comincio a dire:  «Ma non è mica niente di grave, figuriamoci, un piccolo incidente, ci mancherebbe ancora… ecc. ecc.». Ma con l’espressione del volto e con le mani, le sto urlando: «Ma come si permette lei?!?». E, siccome sono uno scorfano, la faccia mi viene piuttosto bene ed è molto cattiva e la mamma di Alessia, che ora non dice più niente, un po’ si spaventa. E la prossima volta verrà a trovarmi con più miti propositi.

Sono le soddisfazioni del mestiere, mica poco.

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Oggi sono a colloquio con il papà di Guglielmo, che fa la prima (Guglielmo, non il papà) ed è in situazione di piena emergenza. Gli spiego che non sta facendo niente, che studia pochissimo, che le propspettive sono pessime; lui annuisce, lo sa. Poi gli dico che lo chiamerò ai corsi di recupero; ma  devo anche confessargli la verità, e cioè che i corsi di recupero non servono a niente. Se uno non trova gli stimoli per studiare (o se io non sono capace di darglieli, che è poi la stessa cosa al fine del risultato) in 60 ore di primo quadrimestre, non li trova di certo in 8 ore di recupero pomeridiano (di cui 2 di verifica), quando è già stanco del lavoro mattutino. «Guardi che, a questo livello, non si tratta di capire o meno» gli dico. «Si tratta di fare o no lo sforzo di concentrarsi e memorizzare; si tratta di assumersene il carico, la responsabilità.» Lui lo sa, annuisce. Poi però mi dice: «Vabbè, almeno viene e fa qualcosa, che a casa comunque non farebbe niente…»

Ecco, questo è uno dei danni dei corsi di recupero, di cui nessuno vuole parlare. Si delega anche la responsabilità dello studio personale a qualcun altro, chiunque egli sia (come la vecchia, non tanto vecchia, lezione privata). «Almeno viene»; «almeno fa qualcosa». Troppo difficile dire oggi al papà di Guglielmo, con tutte quelle insufficienze in pagella, che è meglio niente, proprio niente, piuttosto che un qualcosa sempre guidato da qualcun altro; che è l’autonomia la chiave che farà o meno promuovere suo figlio; che si pone lì, in quel buco tra niente da solo e qualcosa con altri, la differenza tra uno studente in grado di affrontare il percorso delle superiori e uno che non ce la farà o ce la farà inutilmente e soffrendo. Non è l’intelligenza che determina il 6, è lo spirito di autonomia e la voglia di farcela da soli. Ed è anche il senso di responsabilità di fronte al proprio (piccolo, perché hanno quindici anni) dovere.

«Almeno viene» è esattamente il motivo per cui sarebbe meglio che non venisse.

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bravi bambini

Il breve commento di Gilioli sui fatti di Nettuno e sulla relativa intervista ai genitori di un aggressore pubblicata oggi su Repubblica non solo mi piace. Mi conforta e mi incoraggia parecchio, anche.

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Io, le mamme dei primini, non le farei più venire a colloquio con gli insegnanti. Proporrei piuttosto alla ministra, che è youtube e dunque può capire, un’innovazione in linea con il nuovo accattivante profilo tecnologico del ministero: filmare gli alunni uno per uno durante un intervallo o un cambio dell’ora qualsiasi. E poi inviare le immagini via web alle mamme di ognuno di loro.

Così le mamme medesime potrebbero finalmente vedere i loro figli in una prospettiva molto (molto) diversa, rispetto a quella che hanno guardandolo a casa. Magari rimarrebbero un po’ perplesse da certi atteggiamenti. E forse si renderebbero conto che il bambino di cui mi parlano ai colloqui  non è esattamente la stessa persona di cui in quel momento sto parlando io.

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