Oggi sono a colloquio con il papà di Guglielmo, che fa la prima (Guglielmo, non il papà) ed è in situazione di piena emergenza. Gli spiego che non sta facendo niente, che studia pochissimo, che le propspettive sono pessime; lui annuisce, lo sa. Poi gli dico che lo chiamerò ai corsi di recupero; ma devo anche confessargli la verità, e cioè che i corsi di recupero non servono a niente. Se uno non trova gli stimoli per studiare (o se io non sono capace di darglieli, che è poi la stessa cosa al fine del risultato) in 60 ore di primo quadrimestre, non li trova di certo in 8 ore di recupero pomeridiano (di cui 2 di verifica), quando è già stanco del lavoro mattutino. «Guardi che, a questo livello, non si tratta di capire o meno» gli dico. «Si tratta di fare o no lo sforzo di concentrarsi e memorizzare; si tratta di assumersene il carico, la responsabilità.» Lui lo sa, annuisce. Poi però mi dice: «Vabbè, almeno viene e fa qualcosa, che a casa comunque non farebbe niente…»
Ecco, questo è uno dei danni dei corsi di recupero, di cui nessuno vuole parlare. Si delega anche la responsabilità dello studio personale a qualcun altro, chiunque egli sia (come la vecchia, non tanto vecchia, lezione privata). «Almeno viene»; «almeno fa qualcosa». Troppo difficile dire oggi al papà di Guglielmo, con tutte quelle insufficienze in pagella, che è meglio niente, proprio niente, piuttosto che un qualcosa sempre guidato da qualcun altro; che è l’autonomia la chiave che farà o meno promuovere suo figlio; che si pone lì, in quel buco tra niente da solo e qualcosa con altri, la differenza tra uno studente in grado di affrontare il percorso delle superiori e uno che non ce la farà o ce la farà inutilmente e soffrendo. Non è l’intelligenza che determina il 6, è lo spirito di autonomia e la voglia di farcela da soli. Ed è anche il senso di responsabilità di fronte al proprio (piccolo, perché hanno quindici anni) dovere.
«Almeno viene» è esattamente il motivo per cui sarebbe meglio che non venisse.
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