Il grande nemico dice poche cose, ma con lucida chiarezza; le ripete, come un mantra; il grande nemico sa che questa ossessione del ripetere gli fa guadagnare terreno, un giorno dopo l’altro, un centimetro dopo l’altro.
Il grande nemico dice che non ne vale la pena. Che arrovellarsi per questo lavoro è stupido, e che invece la cosa più intelligente da fare sarebbe adeguarsi, fare quello che ti si chiede di fare, tornare a casa sereno. E che in fondo lo sai che tu, quello che andrebbe fatto: quanti colleghi vedi che già lo fanno? Più giovani di te, più spiritosi di te, più intelligenti di te.
Il grande nemico ha le facce di tutti questi tuoi colleghi. Che entrano in classe, spiegano qualcosa, alcuni anche bene, non badano a chi li sta a sentire e a chi no, poi interrogano, danno sempre la sufficienza, in consiglio di classe si lamentano e sparano a zero sugli studenti, ma poi tornano in classe ed è tutto come prima. Bei voti, nessun problema, nessuna polemica, nessun male allo stomaco. Sono i bei voti l’unico sistema, tutto a quello si riduce. (more…)
Io, personalmente, venni a sapere del voto finale che avevo preso all’esame di maturità ancora prima di guardare il tabellone finale con i risultati esposti. Mi ricordo che ero andato a Genova con mia madre e mia sorella, la mattina in cui uscivano i voti. Quindi arrivai a scuola molto tardi, all’ora di pranzo, ben più tardi di tutti gli altri. Mia madre mi lasciò dietro l’angolo, io scesi dalla macchina e non feci a tempo a fare due passi che mi fermarono alcuni amici, di un’altra quinta della mia scuola, e mi fecero i complimenti.
Qualche giorno fa ho un lungo colloquio con il dirigente scolastico (a voi forse non sembra una notizia, e invece lo è: le cose sono cambiate parecchio negli ultimi quindici anni; per me, insegnante di un istituto comprensivo molto grande, avere un colloquio con il mio dirigente è cosa rara, che prevede appuntamento, telefonate di conferma ecc.). Durante il colloquio, io parlo di come è andato il mio anno scolastico, rilevo alcune difficoltà dovute a scelte secondo me rivedibili, rispondo ad alcune sue curiosità sull’andamento del liceo e in particolare dell’insegnamento di lettere.
Oggi entro a scuola alle nove. Mentre sto parcheggiando (con estrema difficoltà, perché gli studenti diciottenni sono molto disinvolti nell’interpretare le righe bianche disegnate sull’asfalto), vedo il mio alunno Sergio, di quinta, che svolta l’angolo e si avvicina all’entrata dell’istituto. Esco dall’auto, lo saluto, lo aspetto. Vorrei chiedergli come mai è in ritardo, ma non faccio in tempo, perché mentre lui si avvicina, mi accorgo che alle mie spalle è arrivato un ragazzo di colore, giovane, avrà vent’anni anche lui (anche, come Sergio), che mi chiama.
Qualche giorno fa, in quinta, c’è stata la simulazione di prima prova. Vale a dire che tutte le classi quinte dell’istituto si sono fermate e per 6 ore hanno svolto il cosiddetto tema, che adesso non è più un tema ma un’analisi di testo, oppure un saggio breve, oppure un articolo di giornale, oppure una trattazione di argomento storico. Ma tra di noi lo si continua a chiamare «tema», che fa tanto casa nostra e ci piace di più.
Un paio di settimane fa decido di fare un piccolo esperimento, in quinta. Sto chiudendo il programma di letteratura e devo però ancora interrogare tutti; dovrei fare come faccio sempre, e cioè interrompere le lezioni per una settimana o dieci giorni, stabilire una serie di date ravvicinatissime e interrogare i ragazzi dopo aver assegnato loro una data e un orario: «Tu e tu il giorno 15 alle 9, invece tu e lei il giorno 16 alle 11, eccetera». Ma so che è un periodo pesante, anche per loro; so che hanno molte discipline da studiare e che sono parecchio preoccupati. So che anch’io sono stanco e che interrogare così, in serie ravvicinata, mi pesa tantissmo, e magari posso risparmiare un po’ di energie pure io.
In quinta, i ragazzi si odiano tra di loro (già in terza, cominciano; ma in quinta la faccenda si manifesta con una lampante e allarmante chiarezza). In modi più o meno visibili, ma si odiano. Lo si vede dai piccoli particolari, dai dettagli di comportamenti quotidiani su cui si potrebbe sorvolare, se non si sommassero settimana dopo settimana. Per esempio.
Finisce la lezione, in quinta, e comincia l’intervallo. Sto per uscire dall’aula, ho già il pacchetto di sigarette in mano, ma vedo che mi si avvicina Sergio, con un’aria un po’ strana, come preoccupata. Mi fermo e lo guardo. Lui mi dice qualcosa, che non ricordo, poi aggiunge: «Non ho proprio idea di cosa fare dopo, guardi». «Intendi all’università?» gli chiedo io. E lui «Sì», con aria preoccupata. E io capisco subito che niente sigaretta, questa mattina.
Oggi cerco di immaginarmi questa cosa: e cioè che mi prendano, alle otto di mattina, e che insieme a me prendano venti tra i miei amici e conoscenti (persone con cui vado d’accordo, con cui c’è comunanza di intenti e di vedute, persone con cui parlo volentieri anche se, magari, solo sporadicamente) e che ci mettano tutti e ventuno in una stanza, diciamo una stanza di quaranta metri quadrati. Cinque metri di lunghezza e otto di larghezza. Che ci facciano accomodare su una sedia scomoda e dura, davanti a una scrivania piccola e bassa. È mattina presto e noi aspettiamo: scherziamo un po’ tra di noi, parliamo dei fatti nostri, della politica, delle veroniche di turno, di calcio.
Che cosa significa quando i tuoi alunni ti fanno un regalo il giorno in cui compi gli anni e tu non trovi nemmeno le parole per ringraziarli e ti commuovi e ti vengono anche le lacrime agli occhi e cominci a balbettare e poi spari qualche cazzata di quelle che non avresti mai voluto dire (non in classe, non durante un’ora di lezione) e intanto resti lì, in mezzo all’aula, con il regalo in mano e hai pure dei giramenti di testa e non sai come fare a guardarli in faccia e pensi di essere rosso e continui a dire scemenze e non riesci a spiegare niente di quello che dovevi e vaghi in mezzo ai banchi con l’aria di uno scemo finché non suona la campanella e l’ora è finita? Che cosa significa?
Quando entro in classe, alla prima ora, Paolo è già seduto al suo posto. E questa è già una notizia incredibile, se vi fosse sfuggito: perché Paolo è sempre in ritardo alla prima ora, per motivi non chiari, visto che abita nello stesso paese dove ha sede la scuola e ci viene a piedi. Ma è comunque sempre in ritardo, con una precisione asburgica. Ed è brutto dirlo, ma ci si abitua, anche se non si dovrebbe: e si accetta che lui arrivi sempre un po’ in ritardo, con il fatalismo con cui si accettano i riti e le pratiche misteriose.
A un certo punto del quinto anno, succede, immancabilmente. Ti prende una strana agitazione serale e non riesci più a dormire. Nella testa ti frullano le immagini di tutte le loro facce, quelle dei tuoi studenti di quinta, quelli che per tre anni sono stati ad ascoltarti (la tua maledetta letteratura, i versi e i capoversi), seduti al loro posto, facendo più o meno fatica, crescendo. E sono cresciuti, infatti. Talmente cresciuti che tra qualche settimana se ne andranno, e tu ripartirai da capo.
Mi piacciono le persone che dicono «buongiorno», quando entrano in un posto. Mi piace dirlo, «buongiorno», quando entro io in un posto. Mi piacciono le persone che chiedono «mi scusi», quando ti urtano per sbaglio per la strada. «Scusi lei», rispondo io, subito e cerco di sorridere. Mi piacciono le persone che mi chiamano al telefono e mi chiedono, per prima cosa, «ti disturbo?»; cerco di ricordarmi sempre di farlo io, quando chiamo qualcuno. E ogni volta rispondo: «Ma figurati…!»
Oggi una mia alunna mi ha chiesto se le prestavo il libro con tutte le poesie di Gozzano. Mi ha detto che lo ha cercato nella libreria del nostro paese e nella biblioteca di un altro paese senza trovarlo. Questo tanto per smentire tutte le considerazioni
Ricordo un tema fatto da tantissimi studenti di una seconda liceo, più di dieci anni fa. Insegnavo in una scuola privata, in quel periodo. Alla ventina di ragazzi che avevo davanti tutti i giorni, diedi una traccia che parlava di amicizia, ma che cercava di evitare il solito tema su quanto è bello avere degli amici, e senza gli amici la vita sarebbe triste, e io e i miei amici ci divertiamo tanto insieme.
Reduce da due interminabili pomeriggi di colloqui con le famiglie, di silenzi e di piccole polemiche sottotraccia, di parole pronunciate con cautela, reduce da tutto questo, che cosa ti resta, questa mattina?
Me lo dico da solo, perché so per esperienza decennale che è l’unico sistema, e quindi so che non me lo dirà nessun altro: ieri, la lezione sulla poesia dei crepuscolari e di Guido Gozzano mi è venuta benissimo. Ne sono proprio convinto: benissimo.
In Francia, una decina di anni fa, hanno fatto un rapido conto e hanno deciso che diverse migliaia di morti all’anno su strade e autostrade erano assolutamente troppi.
In quinta c’è il tema. Io giro tra i banchi, per vedere un po’ quale traccia hanno scelto i ragazzi, se hanno bisogno di aiuto, se tutti stanno lavorando sul serio o se stanno perdendo tempo, come spesso accade, anche in quinta. Quando arrivo in fondo all’aula, nell’ultimo banco, vedo che Alberto tiene vicino al foglio su cui sta scrivendo il suo tema anche il pagellino, che gli è stato consegnato l’ora prima da un collega. Gli dico, tanto per capire qualche umore e per vedere qualche reazione: «Allora, il tuo pagellino? cosa ne dici?»
Sempre in quinta, sempre alle prese con Pirandello. Oggi, dopo aver letto nei giorni scorsi qualche novella, parlo dei romanzi. Comincio con L’esclusa, in teoria. In pratica faccio appena in tempo a pronunciare soltanto il titolo, che già si alzano le prime mani.
Ogni volta, in ogni quinta, succede così: quando arrivo a spiegare Pirandello, l’attenzione degli studenti improvvisamente si accende. Cominciano ad alzarsi mani e a fioccare domande, interventi, brevi dibattiti, risposte alle domande precedenti. Pirandello stimola; forse non piace poi così tanto, alla prova dei fatti (che è leggersi tutto un suo libro) ma senz’altro stimola. E questo nonostante io cerchi di mantenere, durante la spiegazione, un profilo ancora più basso del solito, senza insistere sulle questioni più scontate, per cercare invece di spostare l’attenzione su quelle meno ovvie e banali.
Trovo per puro caso (ve lo giuro: per puro caso) (vabbè, non ve lo giuro che non ce n’è bisogno, diciamo che ve lo assicuro) (ma poi cosa ve lo assicuro a fare? vi fidate no? è per caso, quasi per caso, insomma). Dunque, trovo quasi per caso la pagina web personale di un mio alunno. La scorro rapidamente e vedo che c’è una sezione dedicata ai suoi miti: e lì, in mezzo a foto di attori e di eroi, guarda guarda, c’è anche la mia (!!!). LA MIA FOTO. Tra i suoi miti. Resto per qualche secondo inebetito davanti allo schermo, con un’espressione di gongolante vanità nello sguardo e il volto sapientemente atteggiato alla Robert De Niro in «Heat – La sfida».
Qualche giorno fa, mentre in classe parlo di Italo Svevo e del suo romanzo La coscienza di Zeno (e qualcuno ne parla con me, perché qualcuno, mirabilmente, lo ha letto), bussano alla porta. Dico: «Avanti!» Entra una studentessa che non ho mai visto prima, proveniente da chissà quale altra classe, e dice: «Buongiorno. Può, per cortesia, lasciar uscire per cinque minuti i “guardiani della luce”, che abbiamo bisogno di loro?» Due dei miei studenti di quinta si alzano ed escono, mentre io resto immobile e attonito come stette la terra all’annunzio della morte di colui che fu. Dunque erano loro, quei due miei alunni, i «guardiani della luce». Ma che cosa vuol dire «guardiani della luce»? Non lo saprò mai.

l’acqua che è altra acqua che è acqua
Postato in cronache scolastiche, tagged commentare la poesia, fortini, in quinta, leggere la poesia, spiegare la poesia, ungaretti il giorno 29/05/2009 | 12 Commenti »
(E come Marta ce ne sono tanti di studenti e di studentesse così: ragazzi di cui si rischia di sentire la voce soltanto durante le interrogazioni, che altrimenti non intervengono mai e non dicono mai niente. Per esempio, con Marta io ho parlato per la prima volta solo qualche sabato fa, dopo tre anni di lavoro insieme: un gruppo di ragazze mi ha chiesto di andare a mangiare un panino con loro, per discutere dell’università. C’era anche lei: (more…)
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