A proposito di una discussione “educativa” che si sta svolgendo su FriendFeed e che, prendendo spunto dalla delirante e sgrammaticata intervista di Noemi Letizia a Venezia, è arrivata, chissà come mai, a interessare concetti come le “flessioni punitive” e le “punizioni corporali” a fini pedagogici, mi è venuto in mente un episodio, accaduto qualche mese fa, in terza.
C’è Roberto alla lavagna, che prova a tradurre una frase dal latino. A un certo punto gli scappa un’idiozia morfologica senza confini e senza giustificazioni. Io mi alzo e mi avvicino a lui, mimando chiaramente il gesto di dargli un pugno. Lui arretra terrorizzato. Io, sentendomi un po’ in colpa, lo rassicuro e gli dico: «Roberto, guarda che non lo faccio mica… Non posso mica picchiarti, lo sai vero? Se lo facessi, tu potresti denunciarmi, lo sai?»
Lui mi guarda, sempre terrorizzato, e mi dice: «Prof, io non farei mai una cosa del genere».
Me lo chiedono per primi i ragazzi di terza, all’inizio di un’ora di lezione: «Ci viene alla cena di fine anno con noi, prof?» Io rispondo senza esitare, perché è una risposta che ho preparato da tempo: «No, ragazzi, niente di personale, anzi; ma non vado alle cene di classe da molti anni, ormai. Preferisco così». Loro mi guardano non so quanto dispiaciuti, forse solo un po’ sorpresi.
Per fortuna, ci si innamora. E quelli che si innamorano a sedici anni se ne stanno attaccati a una parete del corridoio a parlarsi l’uno con l’altro, guardandosi negli occhi, e quasi ti spiace che inizi la lezione e che si debbano separare in fretta, per venirti a sentire mentre parli del Bellum Gallicum di Cesare e del passaggio del Rubicone. Che ti immagini quanto gliene possa fregare, in quel momento, del Rubicone.
Già da come sono vestiti, si capiscono tante cose: osserva le scarpe, per esempio. Mentre fanno la loro verifica di latino, io guardo le loro scarpe e vedo che quattro ragazze su dieci hano le ballerine, di vari colori: rosso vivo, bianco avorio, nero con la punta bianca, bianco con la punta nera. Poi vedo che chi ha le ballerine ha anche i jeans di una certa marca; e orecchini ben visibili, e magari qualche altro piccolo gioiello, già da donna.
Le ragazze piangono. Prendono i voti brutti, restano deluse, si mortificano, si vergognano, si arrabbiano e quindi piangono.
Reduce da due interminabili pomeriggi di colloqui con le famiglie, di silenzi e di piccole polemiche sottotraccia, di parole pronunciate con cautela, reduce da tutto questo, che cosa ti resta, questa mattina?
Oggi, mentre sto spiegando un po’ di letteratura latina, mi accorgo che una ragazza, Silvia, sta facendo qualcosa di strano. È vero che ha il libro di letteratura ben aperto sopra il banco, ma mi pare che prenda appunti tenendo il quaderno sotto il libro, che non è un gran sistema. Allora mi avvicino, con il sorriso, giusto per capire. Lei fa una faccia piuttosto allarmata. Le chiedo come fa a prendere appunti in quel modo, ma lei non risponde. Le richiedo di farmi vedere cosa sta combinando; Silvia rimane bloccata, esita, dice che però, guardi, insomma… poi finalmente alza il libro e scopro che sta cercando di fare, su quel quaderno seminascosto, i compiti di grammatica latina su cui dovrei interrogare durante l’ora successiva.
Qual è il motivo per cui è più facile lavorare in una classe piuttosto che in un’altra? Non si tratta di un motivo unico, ovviamente; spesso è l’incrociarsi di una serie di fattori, che rende più o meno agevole il lavoro; e ovviamente uno dei fattori sono io medesimo, con le mie qualità e i miei limiti. Ma altri fattori sono meno ovvi; come dimostra questo piccolo esempio di cronaca scolastica:
Ogni classe ha le sue dinamiche, si dice. Ed è infatti vero: che in ogni classe ci sono ragazzi diversi, con sensibilità e intelligenze differenti. Ed è un bene, che altrimenti insegnare sarebbe molto più noioso di quello che già è.
In terza, c’è l’alunno Carlo M. che ormai mi capisce al volo. Gli sono bastati pochi mesi per intuire quello che non sopporto, che ritengo inutile e dannoso, e, siccome è uno sveglio, Carlo M. mi provoca un po’. Se passa la circolare sulla Patente europea del computer, mi guarda con sguardo furbo, e aspetta che io la commenti. Oppure, la mattina in cui sui giornali scoppia la polemica sui 5 in condotta, mi lascia appena sedere alla cattedra e mi dice «Ha visto, prof, che pasticcio con i voti in condotta…» E poi attende la mia reazione. Io taccio, non abbocco all’amo, ma so che lui ha capito lo stesso. Anche quando entra un bidello, magari, e mi porta una qualsiasi comunicazione del preside, e lui mi guarda e mi dice «Tutto a posto?»; e poi aspetta. 
