La testimonianza di una giovane immigrata al processo per la rivolta del Centro di Identificazione ed Espulsione di via Corelli, a Milano:
Su tutti, il racconto di Joy, che ricorda in aula di come, una notte dei primi di agosto, l’ispettore-capo del Centro di via Corelli sia entrato nella sua stanza e le si sia gettato addosso palpeggiandola. Già nei giorni precedenti l’ispettore le aveva promesso la libertà in cambio di un rapporto sessuale e sarebbero stati proprio i suoi ostinati rifiuti a concentrare la repressione contro di lei e contro le ragazze della sezione subito dopo la sommossa: manganellata ripetutamente insieme alle sue compagne quando erano già tutte ammanettate, Joy ha ricevuto un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona. Un messaggio chiaro: i guardiani dei Campi vogliono disporre completamente dei corpi che amministrano e recludono, e senza tante storie.
Così, soltanto per sapere di cosa parliamo quando parliamo di centri d’accoglienza «confortevoli» (Silvio Berlusconi, il 15 settembre a Porta a porta).
Io mi ricordo che, quando ero bambino, mi avevano fatto vedere uno sceneggiato trasmesso dalla Rai, la tv pubblica di Stato, che si intitolava Radici. Era una lunga storia di schiavitù, che proseguiva per molte generazioni di schiavi, dal progenitore catturato in Africa e portato nelle piantagioni di cotone dell’America, fino all’ultimo discendente, che guadagnava la libertà grazie alle leggi di Lincoln.
Piccola e banalissima ricerca, relativa agli ultimi quindici giorni di maggio, effettuata su Google News (niente di misterioso, insomma); con il guaio che le segnalate pagine dell’Ansa (tipo
Un articolo del Venerdì di Repubblica di ieri conferma quanto si era già
Oggi entro a scuola alle nove. Mentre sto parcheggiando (con estrema difficoltà, perché gli studenti diciottenni sono molto disinvolti nell’interpretare le righe bianche disegnate sull’asfalto), vedo il mio alunno Sergio, di quinta, che svolta l’angolo e si avvicina all’entrata dell’istituto. Esco dall’auto, lo saluto, lo aspetto. Vorrei chiedergli come mai è in ritardo, ma non faccio in tempo, perché mentre lui si avvicina, mi accorgo che alle mie spalle è arrivato un ragazzo di colore, giovane, avrà vent’anni anche lui (anche, come Sergio), che mi chiama.
