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Archive for the ‘cronache scolastiche’ Category

libri su libri su libri su nienteHo fatto lavori di redazione per una decina di case editrici, nel frattempo. Ho rivisto traduzioni. Ho scritto dozzine e dozzine di risvolti di copertina, nel frattempo. E ho pensato a quanta gente avrà nel frattempo comprato o non comprato un libro a causa di qualche mia parola, messa bene o messa male in quel risvolto di copertina, anticipata o ritardata di qualche riga. Le poche righe che a volte fanno la differenza tra il comprare e il non comprare.

Ho rivisto e corretto traduzioni, nel frattempo. Ho redatto centinaia, forse migliaia, di schede di lettura per gli editori e i librai di tutto il nord Italia (si chiama “copertinario” e pochi sanno che esiste; ma è uno degli impegni più gravosi, in una casa editrice). Ho scritto cataloghi e sinossi, nel frattempo. Ho compilato a mano decine di indici, a volte con migliaia di nomi e di citazioni; ho fatto pasticci e mi sono dovuto scusare.                  (altro…)

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non importa l'etàL’ultima ora è, per naturale e tautologica definizione, un’ultima ora. Il che prevede ragazzi stanchi, professori altrettanto stanchi, aula calda, puzza di sudore, fatica; e anche penne che cadono ogni due o tre minuti, sguardi stravolti, qualche risatina, distrazione più o meno generalizzata, attesa spasmodica del suono della campanella, estrema difficoltà nel fare lezione, qualunque tipo di lezione.

Oggi, all’ultima ora, studiamo un po’ di storia. Parliamo delle difficoltà che l’impero di Roma ha sempre avuto in Palestina, della riottosità di quelle popolazioni, delle sanguinose repressioni del I secolo d.C. da parte degli imperatori Vespasiano e Tito. Poi studiamo anche la distruzione del tempio di Salomone ad opera dell’esercito romano e del Muro del pianto, unico vestigio che ne rimane.

Provo, in poche parole, a spiegare loro la difficoltà che ebbero i romani ad accettare religioni come quelle ebraica e cristiana, il loro monoteismo.                  (altro…)

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quando ridere è facileLeggo il primo capitolo dei Promessi sposi, in classe. Fa sempre effetto la questione delle “gride”: le leggi che ci sono ma non vengono rispettate; le leggi che minacciano e le minacce a cui non segue nulla; è una questione che provoca domande e riflessioni anche sull’oggi. Però è molto difficile che i ragazzi riescano a cogliere la beffarda ironia che sta dietro il lungo elenco dei nomi e dei titoli nobiliari dei promulgatori delle leggi; è un’ironia contro il potere, in tutte le sue forme, ma è  un’ironia troppo adulta per loro, e a quindici anni si preferiscono le cose più serie. Gliela faccio notare, ci provo; dico loro: «Questa è l’ironia di Manzoni». Ma loro mi guardano e scrivono sul loro quaderno degli appunti «ironia di Manzoni», ma si vede benissimo che, tranne forse un paio, non capiscono quel che significhi.

Poi arriva Don Abbondio e invece ridono tutti. Prendo tre ragazzi e faccio loro recitare la scena del viottolo e dell’incontro con i “bravi”: Giorgio è Don Abbondio, Tiziano e Federico, con atteggiamento truce che viene loro benissimo, sono gli sgherri che devono spaventarlo. Seduti al loro posti tutti gli altri studenti della classe li guardano e ridono.             (altro…)

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maledetto sallustio e catilina e giugurta e tutti quelli come loroCosì il Corriere di ieri a proposito del rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola (l’articolo è citato da Peppe Liberti, al cui interessante post vale secondo me la pena di dare una lettura):

«Il punto — prosegue Gavosto (presidente della Fondazione Agnelli, ndb) — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di oggi ». E in questo senso, la programmazione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiettivo per il Paese dovrebbe essere investire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella pedagogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicendo esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

E invece no, secondo me. Ma proprio per niente niente. E invece il problema è che, pur volendo prendere per vere e giustificate le sensazioni di inadeguatezza di molti  giovani colleghi, il punto continua a essere un altro.                  (altro…)

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specchio delle mie brameIl libro di storia adottato nel mio liceo si intitola Sulle spalle dei giganti. È un bel titolo. Quindi, quando mi tocca la prima lezione di storia in seconda, per prima cosa spiego loro il significato e l’origine quel titolo, che mi sembra il minimo e mi sembra anche interessante.

Dico che devono anche loro considerarsi nani (faccio qualche corrosiva battuta sulla loro altezza e sulla mia, per non far loro mancare niente…); poi dico che però, grazie ai giganti che li hanno preceduti, possono provare a vedere più lontano e anche a migliorare un po’ il mondo. Poi mi fermo, mi sento improvvisamente un inviato segreto di Barack Obama, e obbedisco all’istinto.

E chiedo: «In che cosa vorreste migliorarlo, quindi, il mondo?»                   (altro…)

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nessun successo in nessun luogo maiCi sono ragazzi silenziosi, in ogni classe. Sono persone forse timide, forse semplicemente un po’ riservate, nel loro stare in mezzo agli altri. I più sono anche studiosi: li chiami e sono preparati; svolgono test e verifiche con ordine, alcuni in modo eccellente, altri semplicemente in modo sufficiente. Fanno sempre i compiti. E se per caso, un giorno, non li hanno potuti fare, te lo dicono con grande ansia malcelata, aspettando che tu li punisca in modo definitivo e perentorio.

È difficile che questi ragazzi siano persone brillanti; è molto difficile anche che lo diventino. Non intervengono mai durante le lezioni e le discussioni, non sono capaci di fare la battuta giusta al momento giusto, non sanno nemmeno fare un po’ di polemica, neppure quando avrebbero ragione e potrebbe loro convenire; non sono mai vestiti troppo alla moda, non godono di nessun successo presso i loro coetanei, in particolare presso i coetanei dell’altro sesso. Hanno il loro piccolo giro di amici, sempre gli stessi due o tre, con cui si chiamano al pomeriggio, con cui a volte si incontrano per fare insieme gli esercizi di matematica. Non saranno mai rappresentanti di classe o di istituto, per il semplice motivo che nessuno li voterà mai.

A volte, alcuni di loro vengono indicati con il titolo spregiativo più tipico di quell’età: «Sono sfigati» (o alcuni anche «secchioni», che si usa di meno, però).               (altro…)

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Magari qualcuno si ricorda di Ivano.

Che è stato bocciato, com’ era inevitabile, e che si è iscritto in un altro indirizzo della nostra stessa scuola, come gli avevamo consigliato, noi insegnanti, già dopo pochi mesi dell’anno scorso.

Chi se ne ricorda sa anche che Ivano è tutto tranne che un ragazzo antipatico: brillante, capace di stare in mezzo agli altri, sempre educato e finanche affettuoso, ironico quanto basta. È stato un peccato vederlo studiare così poco, l’anno scorso; ma, onestamente, non c’è stato proprio modo di convincerlo. Per cui ha perso l’anno, avrà passato un’estate tranquilla (o almeno lo spero io, visto che si era già da tempo rassegnato) e poi è tornato tra i banchi di scuola, come gli altri.

E infatti, il primo giorno di quest’anno scolastico, la settimana scorsa, mentre camminavo nei corridoi della scuola, mi sono sentito chiamare a gran voce: «Ehi, prof!».                   (altro…)

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facce 1Greta, durante le lezioni fa fatica a restare concentrata, e a volte quasi si addormenta; Caterina, invece, ha genitori che la assillano, che ancora le controllano i compiti, che ogni giorno verificano se sul libretto è comparso un voto nuovo e che, appena vedono un 6-, la vogliono mandare a lezione privata; e quindi Caterina è sempre nervosa e irritabile; Michele ride per niente, tutto il tempo, almeno dieci volte a lezione; così poi gli altri ridono perché ha riso lui e io devo riportare la calma senza innervosirmi, che non serve a nulla; la mamma di Serena, invece, non si è proprio mai vista: noi le spediamo lettere, lei le firma, nessuno ne sa mai niente; e Serena sembra davvero un po’ abbandonata a se stessa, quando prende 4 come quando prende 7; Veronica deve sempre andare in bagno, invece: se non la lasci andare mette il muso; se la lasci andare non sai quando torna…

facce 2Poi ci sono Giovanni che patisce l’aggressività, Elio che invece, se non sei un po’ aggressivo, non fa proprio niente, Michela che deve essere continuamente spronata, Elena che deva essere lasciata indipendente, perché lavora bene solo quando si sente autonoma, Eugenia che interviene a sproposito ma che è anche molto fragile e se glielo fai notare non studia più per un mese…

Sono persone, insomma. Anche se hanno quindici anni (e alcuni nemmeno quelli), sono persone, con i loro pregi e i loro difetti, ognuno con il suo modo di essere e di stare al mondo, ognuno con le sue antipatie.  Sono persone il cui essere persona farà inevitabilmente attrito con il tuo essere persona.           (altro…)

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resurrezione di parecchia carneLa resurrezione della carne crea scompiglio, nelle classi basse (cioè tra i quindicenni, per intenderci).

Facile, quindi, immaginare che quando io ho bisogno di creare un po’ di scompiglio in una classe di quindicenni mezzi addormentati, perché è quasi l’una o perché hanno appena fatto una verifica di matematica e quindi non mi stanno a sentire, tiro fuori la questione della resurrezione della carne, con una scusa o con l’altra. E poi aspetto lo scompiglio, che arriva.

All’inizio si creano alcuni secondi di attonito sbigottimento… Come a dire: «Non ho mica capito bene…»; oppure: «Che cosa sta dicendo quel vecchio lì davanti?» Poi, improvvisa e collettiva, arriva l’obiezione: «In che senso, il corpo, scusi?»           (altro…)

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Forse qualcuno si ricorda di questo vecchio post. Forse qualcuno si ricorda di quando raccontavo di aver parlato con alcuni miei studenti, nell’intervallo, e di aver loro consigliato di informarsi bene, prima di scegliere la loro sede universitaria, di cercare in giro le migliori opportunità, anche lontano da casa, in luoghi che dessero loro qualche possibilità in più, qualche stimolo vero e nuovo.

Chi per caso se ne ricorda, sa anche che il post finiva male; con mia ira e fastidio.

Ma la realtà, per fortuna, è meglio dei post, a volte.           (altro…)

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Eh, lo so, lo so benissimo che già dal titolo avete pensato che non se ne può più, che sono noioso e che scrivo sempre delle stesse cose. Io vi prometto che è l’ultima volta, quindi. Ma devo anche addurre a mia giustificazione che in nove giorni (da quando i dati dell’Ocse sono stati resi pubblici) il ministro Gelmini ha pronunciato la stessa frase quattro volte in quattro interviste diverse. E, si sa, la realtà è quella che si dice che sia, nella società delle comunicazioni di massa, non quella che è; soprattutto se nessuno degli intervistatori si va a dare, prima, un’occhiata ai numeri dell’Ocse per non lasciarsela raccontare impunemente.

Dunque, l’ultima dichiarazione del ministro, in ordine di tempo, è questa di oggi, sul Mattino. Dice Mariastella Gelmini, con invidiabile perentorietà:

L’Italia non spende meno degli altri paesi europei, anzi. L’Ocse ci dice che la nostra spesa per studente è superiore alla media.

Ecco, se nessuno smentisce questi dati, tra un po’ ci crederemo tutti; e tireremo le nostre conclusioni a partire da questi dati; che però non sono propriamente veri. Ed è esattamente quello che il ministro vuole: che ci crediamo e non li discutiamo più.             (altro…)

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un'età fatta di domandeNon si fa politica a scuola, dice il ministro. Che non si capisce esattamente cosa debba significare, come espressione: non si parla di Berlusconi in classe? Sono d’accordo. Non si parla nemmeno di Obama, quindi? Non lo so, l’anno scorso ne ho parlato un sacco, mi pareva importante come evento storico. O forse semplicemente non si parla di lei, del ministro in carica, e delle sue riforme? Molto difficile, francamente. I ragazzi occupano, scioperano, ti chiedono opinioni… Davvero difficile non rispondere ai ragazzi.

E davvero difficile anche non rispondere ai genitori che ti chiedono perché la scuola faccia certe cose e ne trascuri invece certe altre. Ci sono delle regole da spiegare, insomma, non si può fare finta di niente. E, in qualche modo, anche solo di striscio, si finisce per fare politica, alla fine, in un modo o nell’altro. Che è quello che ha scritto un paio di giorni fa Leonardo, proprio a proposito di genitori, e che dunque è inutile ripetere.

Ma i ragazzi, poi, sono i ragazzi; e anche se non si fa politica perché si vuole fare un po’ di letteratura, il mondo, che è appena fuori dai muri delle aule, bussa alle porte, le apre, entra dalle finiestre aperte e richiede spiegazioni.      (altro…)

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i quattrocento colpi una strada che cominciaEntro in classe, in seconda. Li guardo, li saluto, loro salutano me, sono diversi. Sembrano altri ragazzi, non più quelli dell’anno appena passato.

Sono rimasti in 23, da 29 che erano l’anno scorso, in prima: ne abbiamo persi per strada tanti ed è sempre un piccolo tuffo al cuore rendersene conto, quando si entra in una classe dopo una lunga estate. In cinque hanno perso l’anno; di questi, soltanto uno si è iscritto di nuovo in una prima liceo scientifico; gli altri quattro hanno cambiato indirizzo scolastico ed è, questo, un piccolo conforto per il mio tuffo al cuore: penso che è stato un bene per loro, voglio pensarlo; che li abbiamo aiutati a trovare la loro strada. Poi c’è una ragazza che ha cambiato scuola anche se era stata promossa; lo ha fatto per scelta propria, ha preferito un altro indirizzo, aveva molti impegni pomeridiani e lo studio del liceo le pesava troppo.

E quindi mi ritrovo lì, in un’altra aula un po’ più piccola, con i 23 reduci di una delle prime più difficili di tutta la mia carriera. Li guardo ancora e mi sembrano cresciuti, tantissimo.             (altro…)

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soprattutto 2Noi cominciamo a contare dal due, ragazzi. E voi che siete lì seduti sui vostri banchi lo capite benissimo, il perché di questa scelta; e non ci sarebbe bisogno di nessuna spiegazione, potrei anche stare zitto, per una volta.

Ma noi cominciamo a contare dal due proprio perché oggi gli auguri non ve li farà nessuno. Non ve li farà la mamma, mentre uscite di casa, non ve li farà l’autista del pullman, con cui arrivate la mattina, non ve li faranno i giornali e i telegiornali; oggi nessuno parlerà di voi, la televisione non intervisterà nessuno che abbia meno di vent’anni, e sarà così fino al giorno degli esami, per chi li avrà, o fino al giorno delle pagelle, per chi è più piccolo. E nemmeno il ministro avrà qualche messaggio speciale per voi, oggi: lei che ieri invece vi ha detto che: «La scuola è una cosa bella, a scuola si conoscono i migliori amici della tua vita» (ma non poteva copiare una frase dal discorso di Obama, eh? Che ne dite? Glielo insegnate voi a copiare un po’ dai più bravi?).

Ecco, noi oggi, invece, cominciamo davvero. Non c’è nemmeno più il piacere di rivedersi, di salutarsi, nemmeno l’imbarazzo del raccontare qualche scemenza su come sono state le vacanze. «Tutto bene, prof.» Eh già, tutto bene… Oggi invece si tirano fuori i libri e c’è qualcuno che verrà alla lavagna a fare un po’ di ripasso di latino. Non ci saranno ancora i voti, ma bisognerà comunque cominciare di nuovo a ricordarsi l’uso dei congiuntivi nella proposizione finale e la costruzione del cum narrativo.              (altro…)

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mariostello“Sugli insegnanti di religione sono assolutamente d’accordo con il Vaticano” ha poi aggiunto il ministro Mariastella Gelmini. “A loro vanno garantite le stesse condizioni degli altri insegnanti, e credo che l’ora di religione debba avere pari dignità rispetto alle altre materie. L’Italia non può non riconoscere l’importanza della religione cattolica nella nostra (sic) storia e nella nostra tradizione”.

Benissimo, dico io: prendiamone atto e non fermiamoci qui, però. E facciamo le cose sul serio, quindi, e smettiamola con le semplici dichiarazioni alla stampa. E lasciamo magari perdere il Vaticano, che è uno stato estero e non credo che abbia molti titoli per parlare della scuola di un altro stato, che è il nostro. Però, facciamo quel che si deve fare, insomma. Anche perché questa menata degli insegnamenti alternativi è diventata un’ipocrisia così stucchevole che non se ne può più sentir parlare.

Pertanto, aboliamoli del tutto gli insegnamenti alternativi (non li fa e non li organizza nessuno, comunque). Rendiamo obbligatoria l’ora di religione, invece: obbligatoria, sul serio.              (altro…)

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message in the bottleSe esistesse il ruolo di commentatore ufficiale dei comunicati stampa della Gelmini e del suo ministero, giuro che mi piacerebbe candidarmi: perché più li leggo, più mi rendo conto della precisione certosina con cui sono scritti e del ruolo decisivo che hanno nel fare arrivare alla stampa un distorto ritratto della scuola, come si vorrebbe che fosse e come non è (per fortuna, a volte).

Per esempio, di nuovo nel comunicato stampa del 10 settembre, riportato in questi giorni pari pari da molte testate nazionali, si leggono queste mirabili parole:

Dall’anno scolastico 2009/2010 tutte le scuole potranno organizzare sistemi per avvisare via sms i genitori quando i ragazzi sono assenti, come avviene già in molte scuole del Paese.

Che è una frase minacciosa e sibillina ed equivoca nello stesso tempo.             (altro…)

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magariNo, scherzavo in realtà.

Non è mica del tutto vero quello che ho scritto ieri, e cioè che la carta è l’unica cosa che mi angoscia dell’anno scolastico che dopodomani ricomincia. Non è solo quella, insomma. L’altra cosa che mi angoscia, e che forse mi angoscia ancora di più, ve lo dico senza preamboli, sono le otto di mattina.

Non le sette, ora in cui mi alzo e mi lavo la faccia; no, proprio le otto. Il problema non è mica alzarsi: anche d’estate o la domenica non mi succede più di alzarmi tanto tardi. È la vecchiaia, credo; il tempo che comincia ad avere una fine e che diventa un peccato buttare via. Sono proprio le otto che mi angosciano: e cioè è l’ora in cui la scuola inizia.

Perché, lo sapete tutti, la scuola non può essere solo trasmissione asettica di conoscenze e di nude informazioni, no? Lo dicono anche i giornalisti e i ministri e gli psicologi al sevizio dei ministri (e anche quelli al servizio di nessuno, lo dicono). La scuola è prima di tutto passione;                 (altro…)

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A proposito di una discussione “educativa” che si sta svolgendo su FriendFeed e che, prendendo spunto dalla delirante e sgrammaticata intervista di Noemi Letizia a Venezia, è arrivata, chissà come mai, a interessare concetti come le “flessioni punitive” e le “punizioni corporali” a fini pedagogici, mi è venuto in mente un episodio, accaduto qualche mese fa, in terza.

C’è Roberto alla lavagna, che prova a tradurre una frase dal latino. A un certo punto gli scappa un’idiozia morfologica senza confini e senza giustificazioni. Io mi alzo e mi avvicino a lui, mimando chiaramente il gesto di dargli un pugno. Lui arretra terrorizzato. Io, sentendomi un po’ in colpa, lo rassicuro e gli dico: «Roberto, guarda che non lo faccio mica… Non posso mica picchiarti, lo sai vero? Se lo facessi, tu potresti denunciarmi, lo sai?»

Lui mi guarda, sempre terrorizzato, e mi dice: «Prof, io non farei mai una cosa del genere».

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sconfitte annunciateNiente mi angoscia di più della carta, niente.

Dell’anno scolastico che sta per iniziare, intendo. Non mi angosciano gli impegni e le lezioni e la disciplina e i voti in condotta e certi alunni che ancora non capisco che ci stanno a fare a scuola e i loro genitori e le valutazioni da mettere e le interrogazioni da fare e le riunioni pomeridiane senza costrutto e con costrutto (rare) e i discorsi nei corridoi e le maldicenza e il girare l’angolo non sapendo cosa succede alla tue spalle e la musica nell’autoradio la mattina e il caffè orrbile delle macchinette e il parcheggio impossibile quando è giorno di mercato e lo svegliarsi all’alba e il freddo che farà e il caldo che farà (nelle aule) e l’influenza che mi prenderò e gli starnuti degli allievi e le sigarette che ancora fumerò senza riuscire a smettere e i cattivi umori e i cattivi odori e le pareti già scrostate dell’edificio nuovo e quelle ampiamente scrostate dell’edificio vecchio;             (altro…)

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Ieri è stata la giornata del rapporto Ocse sull’istruzione e la scuola (lo si trova qui, completo di grafici e tabelle); e quindi è stata anche la giornata degli articoli dei quotidiani che commentavano tale rapporto e del ministro che rilasciava dichiarazioni sui numeri di quel rapporto. A ben leggere, però, si trattava sempre degli stessi giornalistici commenti, con le stesse valutazioni e gli stessi dati (quello del Sole 24Ore può valere per tutti): il che è già un bell’indizio di come sia facile parlare di scuola, anche senza spendere troppo del proprio tempo a leggersi il rapporto Ocse per intero.

In più, e anche questo va detto, i numeri sono numeri: parlano, descrivono parte della realtà, ma non possono certo dire tutto, né tantomeno descrivere tutta la realtà. I numeri dicono per esempio che in Italia abbiamo pochi laureati; il che potrebbe anche significare che le università sono troppo selettive e che bisogna assolutamente fare studiare di meno gli universitari. Letti in questo modo, i numeri portano anche dei guai, insomma.

Ma, a parte le inutili premesse, va detto che molto di quanto è stato scritto sui quotidiani risponde al vero.           (altro…)

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fino alla fineIo non sono d’accordo con quasi nulla di quello che ha dichiarato il pedagogista Aidan Chambers qualche giorno fa, sulla Stampa, a proposito del leggere i libri e dell’insegnare a leggere i libri.

Non sono d’accordo innanzitutto perché è un pedagogista, categoria che mi indispone in modo pregiudiziale (e questo non è un argomento, lo so: e però non è che si possa sempre avere degli argomenti buoni o quasi buoni, per tutto; questa è antipatia e a me basta; se non basta a voi, vuol dire che siete un po’ antipatici anche voi, tutto qui).

Poi, non sono d’accordo anche perché i suoi argomenti mi paiono molto approssimativi e scontati. E però, comunque, c’è una frase, tra quelle da lui pronunciate,che mi ha fatto invece quasi esultare. È questa:

Perché il problema oggi è proprio questo, che gli insegnanti non conoscono abbastanza i libri. Ma per conoscerli bisogna averli e spesso le biblioteche scolastiche non sono adeguate.

Dico subito che parlo di insegnanti di lettere e di materie umanistiche, che degli altri non saprei nemmeno bene cosa dire. Ma, entro questa limitazione, Chambers ha, purtroppo, tutte le ragioni. Gli insegnanti non leggono; o leggono pochissimo, che è uguale ed è tristissimo.           (altro…)

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ce l'ha con tuttiQuando è venuto l’antennista a casa mia, gli ho chiesto se poteva fare in modo che i cavi della parabola passassero direttamente dentro i muri, insieme a quelli dell’antenna normale. Lui mi ha risposto che proprio non si poteva, per una ragione che non ho capito, ma mi è sembrata davvero inutile. Allora io ho pensato: «Ce l’ha con me… Questo tizio sconosciuto ce l’ha con me!»

Poi sono uscito e sono andato a comprare il giornale. L’edicolante mi ha detto che il giornale c’era ma il supplemento che a me interessava era appena finito. Io ho comprato solo il giornale, l’ho salutato gentilmente, ma dentro di me ho pensato: «Questo bastardo di edicolante ce l’ha con me, perché non compro il giornale da lui tutti i giorni… Sicuramente alla mia vicina di casa avrà dato il supplemento, e senza dire nemmeno una parola. Tutto questo, semplicemente perché ce l’ha con me».

Quindi, tornando a casa, mi sono fermato a fare benzina. E mi si è presentato un bel problema:               (altro…)

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strumenti sempliciL’altro ieri, un po’ scherzando, un po’ lamentandomi, un po’ chiedendo aiuto, un po’ facendo lo scemo (che è la cosa che mi viene meglio di tutte, sempre), ho scritto un post sulla geografia. Perché devo insegnarla, perché non l’ho mai fatto prima, perché mi sto chiedendo quale strada prendere per cercare di fare un lavoro decente, che riesca in qualche modo a ottenere il risultato di non fare odiare la materia ai miei futuri studenti (che dio li perdoni, per il male che senz’altro mi faranno).

Ho ricevuto suggerimenti. Ho ascoltato e letto con attenzione, perché alcuni consigli erano interessanti e mi hanno offerto degli spunti e delle idee. E poi, a metà pomeriggio, ho ricevuto una mail con tante preziose indicazioni. Ho risposto, ringraziando.  E allora ne ho ricevute delle altre, sempre dalla stessa persona, con altre indicazioni, altre idee, altri consigli: con documentazioni e con progetti didattici di tutti i tipi. E mi sono fermato, come se si fosse trattato di qualcosa di imprevisto. Ho risposto di nuovo,  ho ringraziato la collega che mi regalava il suo tempo e il suo lavoro. Ma ho cominciato a pensare, anche. E a cercare di trovare un modo semplice per capire quello che stava succedendo.        (altro…)

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gira la ruotaIl meccanismo è così elementare che stupisce un po’ che non sia ormai chiaro a tutti, in tutti i contesti. Il meccanismo ha infatti due soli ingredienti: un’asticella da saltare, come nel salto in alto, ma posta però sempre più in basso; e qualcuno (chiunque) che ti dica che sei bravo anche se l’asticella è messa così in basso. Basta che che fai finta.

A scuola non ci sono asticelle da saltare, naturalmente. Però ci sono obiettivi da raggiungere e se tu ridimensioni sempre e continuamente tali obiettivi, nessuno ci crederà più che si può fare meglio di così. Diventerà normale fare poco, sempre meno, pochissimo; ed è quindi diventato assai normale che l’asticella sia posta clamorosamente in basso.

Nessuno è senza colpe, come nelle migliori storie tragiche della tradizione. Gli insegnanti (mi ci metto anch’io, con un po’ di riluttanza, francamente, perché ho sempre lottato per evitarlo; ma senza riuscirci, e quindi non basta);        (altro…)

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sentirsi pazzoFate conto di essere un appassionato di letteratura e di aver voluto, nella vostra spensierata e ignobile giovinezza, fare l’insegnante al solo scopo di parlare di letteratura, di diffondere il verbo letterario, di cercare di trasmettere questa malattia ad altri innocenti. Mettete anche in conto il fatto di non esserci quasi mai riuscito, ma questo non è comunque importante, non adesso.

Ora, mettete pure in conto che, proprio poche settimane dopo che avete dichiarato pubblicamente questo vostro inossidabile amore per la letteratura e per il vostro insegnamento, vi ritroviate, nel luogo di lavoro in cui per anni tale missione avete portato avanti con spregio del pericolo e soprattutto del ridicolo, ecco, fate conto che invece di letteratura vi tocchi insegnare dell’altro. Così, di colpo. Perché qualcuno lo ha deciso al vostro posto; perché si accorpano le ore e voi ci restate sotto. Dopo quindici anni di onorevoli insuccessi.

E poi, in sovrammercato, mettete in conto il fatto che il quest’altro che quest’anno vi toccherà insegnare sia nientemeno che la geografia.       (altro…)

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fino a qui tutto beneComincio dai numeri, perché è più facile: i precari che senza dubbio non avranno da lavorare nella scuola, quest’anno, sono quasi 18.000. Ma quest’anno è in realtà solo l’inizio: perché nei prossimi tre anni, i posti che dovranno essere tagliati saranno 130.000. Che è un numero grande, enorme (a proposito, quanti erano i dipendenti dell’Alitalia?). È praticamente la popolazione di una città, come Salerno, o come Ferrara, o come Rimini.

Naturalmente, però, ad aver paura in questo momento non sono in centomila persone, ma ben di più, perché la situazione è poco chiara. Ad aver paura sono tutti i precari iscritti nelle graduatorie: circa 280.000 persone, di età che si aggira intorno ai quarant’anni, abilitati all’insegnamento. Persone che hanno tenuto in piedi la scuola pubblica (dello Stato) in tutti questi anni, tappando i buchi e facendo il loro lavoro come meglio potevano (e non era facile, fare il proprio lavoro, senza sapere mai dove saresti andato a finire l’anno successivo).

E poi ci sono anche tutti i giovani, che non sono compresi in queste cifre, i ragazzi neolaureati iscritti nelle graduatorie di istituto: sono quasi 500.000, e sono quelli di cui forse ci sarebbe un gran bisogno, e tra i quali speriamo che che ce ne siano tanti che nel frattempo hanno iniziato a fare altro e che non ci sia nessuno che sente dentro di sé un’autentica vocazione all’insegnamento. Perché, vista la situazione, non sarebbe più una vocazione, ma una condanna.

E non è neppure finita:        (altro…)

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Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una «lista elettronica», fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet, che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell’intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti. Liste note da tempo tra gli adolescenti…

baciarsi in corridoio magariEcco, io rimango assolutamente allibito, sappiatelo. Come se venissi da un altro pianeta, come se fossi stato chiuso in un monastero per trent’anni (il che non è accaduto, fidatevi). E mi succede ogni volta che leggo articoli come questo (ce ne sono stati altri simili, nel recente passato). Provo a dirmi che sono cose che capitano solo nelle grandi città: che la mia scuola è in un piccolo paese in mezzo a tanti altri piccoli paesi e che quindi non può assolutamente succedere; ma non è consolazione preziosissima, questa. Provo allora a dirmi che magari si tratta di quartieri particolarmente degradati, di casi limite, di situazioni di disagio profondissimo, ma sono io stesso il primo a non crederci; e anche questa sarebbe consolazione triste, in verità.

Quindi provo a ricordarmi che i giornali devono vendere copie ed esagerano, senz’altro.     (altro…)

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riti segreti della scuola settembrinaC’è qualcosa di rassicurante nei riti, no? Servono anche a quello, no: a rassicurare le persone semplici…

Ecco, sì. Per cui, stamattina, in omaggio al sollievo che ogni rito reca inevitabilmente con sé, stamattina mi alzo presto, faccio rapidamente colazione con un caffè in tazza grande e un paio di biscotti secchi, mi lavo ritualmente  la faccia e i denti, mi metto finanche una camicia, ritualmente fumo la prima sigaretta del giorno sul terrazzo guardando un po’ di lago indifferente e prendo l’auto.

Poi  ritualmente guido per sei chilometri, ritualmente imprecando contro tutti quelli che superano i limiti di velocità in qualsiasi punto della strada statale lacustre che percorro; poi parcheggio nel solito parcheggio; e alla fine entro a scuola.         (altro…)

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sette non è dieci teniamone contoGentile ministro Gelmini,

in merito al comunicato stampa da Lei diffuso nella giornata di ieri, mi permetta, in tutta chiarezza d’intenti e senza alcun sospetto di provocazione, di rivolgerLe alcune (sono solo sette, per la precisione) domande, riguardo ai concetti da Lei espressi sui nuovi sistemi di reclutamento degli insegnanti.

Premetto fin da ora che si trattava di un regolamento necessario, anche urgente; e che quindi siamo tutti felici che finalmente sia stato pubblicato; inoltre, aggiungo volentieri che la sostituzione delle Ssis con sistemi nuovi e più snelli di reclutamento mi trova senza dubbio d’accordo; e che già soltanto per questo motivo vorrei congratularmi con Lei e con il Suo staff.

Ma alcuni dubbi, già a una prima lettura, mi sono sorti spontanei e approfitterei di questo spazio che da solo mi sono ritagliato per porgerli alla Sua cortesissima attenzione. Ecco, dunque, i miei dubbi e le relative sette domande:     (altro…)

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quanti saremo domani qui dentroPossiamo davvero discutere di tutto, per quanto riguarda la scuola. Possiamo accanirci sui prezzi degli zainetti e degli astucci; possiamo anche raccontarci splendide e meravigliose bugie su come l’insegnamento sia una missione e altre simili amenità; possiamo parlare fino allo sfinimento dei nuovi criteri di reclutamento dei dirigenti scolastici e degli insegnanti (che nessuno sta reclutando, in questo momento, ma chi se ne importa); possiamo insomma discutere di tutto lo scibile scolastico fino alla fine dei tempi e possiamo farlo anche con padronanza di idee e di lessico e di punteggiatura…

Ma finché non prendiamo atto che grandissima parte del lavoro che un insegnante può fare in una classe dipende solo da due variabili, saranno tutte discussioni inutili. E le due variabili sono, a mio parere, queste: 1. la sua personale preparazione, disciplinare e didattica (il che chiama in causa l’università e la scuola stessa, a bene vedere, e di cui non ho voglia di parlare, perché è agosto e mi sento clamorosamente impreparato, anche quest’anno); 2. il numero di alunni che tale insegnante ha di fronte nel momento in cui entra in classe e deve seguirne la formazione individuale. Dove individuale è ovviamente la parola chiave, quella a cui non si dovrebbe rinunciare.

Ecco perché trovo che quanto sta accadendo all’inizio di questo nuovo anno di scuola sia molto grave e che sia grave che nel frattempo si stia discutendo di zainetti e di tutt’altro;            (altro…)

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allarmi stagionali

E mi dispiace, ma non riesco proprio a commuovermi. E, ovviamente, nemmeno a scandalizzarmi. Un po’ perché tutti gli anni, quando arriva la fine dell’estate, ci si ricorda che esiste anche la scuola e non solo i coni gelato e i pedalò, e tutti gli anni, alla fine dell’estate, si ricicla lo stesso articolo giornalistico o lo stesso comunicato stampa cambiando (di poco) le cifre. E un po’ perché le spese per i libri scolastici, lo dico con franchezza, non mi sembrano affatto alte.

Intendiamoci: io lo so perfettamente che gran parte degli editori scolastici sono dei farabutti. So benissimo che le nuove edizioni sono identiche a quelle vecchie, a parte il colore in cui è stampato il titolo dei capitoli. E so anche che la gran parte dei libri di testo è di una qualità bassissima, a volte anche vergognosa. E però non ho sentito mai nessuno lamentarsi di quanto siano semplici e banali e diseducativi i nostri testi liceali, mai. Perché, finché non sono difficili, va tutto bene.

E d’altronde so anche benissimo che il concetto stesso di libro di testo potrebbe e dovrebbe essere del tutto sorpassato.       (altro…)

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il voto di quello che conta di piùEntro a passi leggerissimi  nella già rapidamente archiviata questione dei prof di religione, che il Tar del Lazio aveva estromesso dalle valutazioni conclusive del Consiglio di Classe e che il Regolamento per la valutazione degli alunni pubblicato pochi giorni fa dal Ministero riammette senza eccezioni. Lo faccio senza troppo addentrarmi nella questione della laicità della scuola pubblica, che è argomento molto più complesso di questo, che non può essere ridotto a una questione tecnica come questa e che quindi richiederebbe assai più ponderate parole e passi ben meno leggeri.

Quello che, in termini miseramente ed esclusivamente pratici, resta invece da dire è che gli alunni che opteranno per l’insegnamento della religione cattolica godranno di un piccolo vantaggio numerico. Il quale forse non sarà nemmeno così piccolo, in certi casi. (O, se preferite, com’è più corretto: resta il fatto che coloro che decideranno di non avvalersi dell’insegnamento della religione ne riceveranno in cambio uno svantaggio numerico di proporzioni variabili).        (altro…)

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io amo tu amo voi amiArchiviato da una settimana l’esame di maturità, alla fine, rimane solo da rendersi conto davvero che si è chiuso un triennio: completamente. Una classe di 23 persone giovani con cui ho passato otto ore alla settimana per tre anni e che non ci sarà più, l’anno prossimo; una serie interminabile di lezioni di italiano e latino finite così, nel caldo e nella stanchezza di luglio, con un saluto scambiato di fretta fuori da una porta di un’aula che si chiude. Perché è il turno del prossimo studente, perché non se ne può più, perché si ha solo voglia di tornare a casa propria. Una fine, insomma; che come tutte le fini trascina con sé malinconia e sollievo.

Ripensare a tutte le cose dette e fatte è impossibile; e non ha nemmeno senso ricordarsene, naturalmente. Era il mio mestiere, tutto qui; ho fatto solo il mio lavoro, che altro dovevo fare? Non l’ho nemmeno fatto benissimo, lo so; troppe cose potevo fare meglio di così, pazienza.       (altro…)

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la fiamma della passioneArriva luglio e, tutti gli anni, quasi immancabilmente, mi viene lo stesso terribile pensiero. E mi viene proprio dal fatto che arriva luglio e comincio a comprare libri, a leggerli, a cercare titoli nuovi e interessanti, a prendere in mano i classici come se avessi una voglia pazzesca di rileggerli tutti, da Dante a Virgilio a Tasso. E allora mi viene il pensiero che devo scacciare.

E che è questo: che forse bisognerebbe che la scuola aiutasse con tutte le sue forze ogni ragazzo studente a riconoscere le proprie passioni, i propri talenti, la propria vocazione; e che poi, una volta riconosciute tutte queste cose, gli imponesse di fare un mestiere il più lontano possibile dalle sue vere passioni. Ti piace l’astronomia? Benissimo, ti iscriviamo di autorità a giurisprudenza. Ti senti portato per la matematica? Ancora meglio, una laurea in lettere classiche è quello che ci vuole per te.

O forse no, la laurea la si può anche lasciare alla libera scelta; che tanto sempre di studio si tratta. È proprio il mestiere che bisognerebbe riorientare del tutto.       (altro…)

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impugnare con cautelaUno non sa più cosa sperare, ve lo confesso. Intendo dire che uno come me, che dopo quindici anni di insegnamento si ritrova, con la sua bella quarantina d’anni, a essere comunque uno degli insegnanti più giovani della sua scuola (che ha un corpo docenti di ben più di 1oo persone) dovrebbe ovviamente sperare che arrivino al più presto forze giovani, capaci di un po’ di entusiasmo, capaci di portare una nuova ventata in questo mondo asfittico, pronte a scommettere sul loro futuro e a coinvolgere in questo loro entusiasmo anche i quarantenni.

E infatti, mediamente, è quello che spero anch’io, quarantenne quasi splendido. Quando leggo quello che scrive Ipazia, per esempio, spero che un giorno arrivi lei nella mia scuola a portare un po’ della sua spigolosa e acuta giovinezza; e così per altri come lei. Ma è anche vero che è quasi inutile sperarlo, innanzitutto. Basta leggere l’articolo pubblicato sul Sole24Ore di oggi, che è spietato ma purtroppo veritiero:         (altro…)

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