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Archive for the ‘metafisiche’ Category

mai una gioja

Non mi soffermo sullo stadio, sul calcio, sugli ultras; non me ne importa niente, per oggi. Nemmeno voglio soffermarmi sullo striscione in sé e per sé (è divertente, non è divertente, ce ne sono altri più divertenti… non importa.) E vorrei anche trascurare il pur non trascurabile fatto che la squadra di calcio a cui si riferisce la foto è una squadra che qualche anno fa perdeva davvero tanto, con imbarazzante continuità, e ha rischiato da vicino la retrocessione. No, il punto su cui mi soffermo è un altro.

Ed è l’uomo.          (altro…)

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perfetto disordineSistemare i libri.

Sistemare i libri non è un lavoro che si possa fare in una mezz’ora, quando si ha tempo, quando si è finito di pranzare e non c’è niente di bello alla tv. Sistemare i libri è un’operazione che richiede fatica e giorni di lavoro, di dedizione, di attenzione. E richiede anche la voglia e il coraggio di ripiegarsi un po’ su  di sé, per comprendersi. Per capire quanta strada si è fatta dall’ultima volta che si erano sistemati i libri.

Perché è vero, il primo ed essenziale criterio dev’essere quello della reperibilità; perché un giorno, uno di quei libri servirà a qualcosa e dovremo pure ritrovarlo. Ma non può bastare. Altrimenti li metteremmo per ordine di editore e di collana, con i colori che si amalgamano, con la memoria visiva che prevale su quella intellettuale, e ripescarli sarebbe questione di un attimo. Ma sarebbe anche un peccato:              (altro…)

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io non riesco nemmeno a guardarlo non so voiLa mia vita è cambiata due anni fa, in meglio. Perché dopo vent’anni di alloggio in affitto, senza interruzioni, con fissa decurtazione mensile di 500 euro dallo stipendio e con conseguente fatica per arrivare alla fine di ogni mese, due anni fa ho comprato casa. E siccome la vita sa essere originale e le combinazioni che ella crea sanno sfiorare l’imponderabile, grazie a un paio di situazioni fortunate, l’ho comprata pure senza accendere nessun mutuo. Mai più decurtazioni mensili dallo stipendio, insomma; e prospettive future di benessere assicurato.

Ci ho messo tanto a sceglierla: ne ho viste almeno cinquanta. E poi ho preso questa, in cui abito, che era la più piccola e anche la più cara. Ma aveva una vista lago strepitosa. E ho pensato che lì dentro ci sarei stato bene, e che avrei guardato il lago, quando sarei stato triste, e che il lago mi avrebbe consolato. L’ho arredata, con il poco che mi era avanzato, e poi ci sono entrato; e sono quasi due anni.

La prima notte è stata incredibile:            (altro…)

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avanzi di estate

Entro in casa dopo un mese di assenza: appoggio le valigie sul pavimento, in un angolo del soggiorno; apro la finestra, guardo il lago. Con una rapida occhiata riprendo nota e possesso dei libri lasciati sul tavolino prima di partire, del portacenere vuoto, della posta lasciata in un angolo dalla signora che fa le pulizie, e delle altre stanze, caldissime. Poi apro il frigo. Che è naturalmente vuoto, o quasi.

Ed è in quel momento, solo in quel momento, che so finalmente di essere tornato a casa. In piedi, davanti al frigo vuoto.

Non mi è chiaro il motivo, nemmeno ora, dopo cinque giorni; non so di preciso se c’è davvero un motivo. Eppure è il frigo vuoto a darmi la secca e asciutta consapevolezza del rientro.               (altro…)

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come ferite aperte nella volta del cielo«È una similitudine senza il ‘come’», ti dicono quando sei piccolo. E tu ci credi, perché è facile crederci e perché ti fidi. Poi cresci e ti rendi conto che non può bastare: cerchi altre definizioni, ma nessuna ti soddisfa davvero, nessuna è la vera definizione, quella che dovrà pur esserci da qualche parte, su qualche libro, su qualche imperfettibile manuale.

E invece no, non c’è, da nessuna parte. Manca sempre qualcosa, c’è sempre qualcosa che sfugge alle parole che vogliono circondarla. Perché la metafora sguscia via, come un’anguilla, si accende un attimo, come una stella cadente, ti sembra di averla impressa e capita: ma è già troppo tardi, che è già caduta, che non hai avuto nemmeno il tempo di esprimere il tuo desiderio, quello che cade dalle stelle anche lui, dal silenzio degli astri, «de sideribus».

Quanta strada ha fatto una metafora per arrivare fino a te?        (altro…)

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tempo5Ah, ragazzi miei, miei piccoli uomini, piccole donne di prima liceo, che mi chiedete per la decima, la centesima volta una precisazione sulle coniugazioni dei verbi latini… Latini o italiani non fa differenza, non riuscite a capirlo? Sono verbi, sempre verbi, infinitamente e indefinitamente verbi. Nient’altro che maledetti verbi da coniugare, da smontare e rimontare, senza mai azzeccare la combinazione esatta. Perché costruiamo sempre e solo verbi, in realtà; da quando il linguaggio è diventato grammatica e sintassi, da quando ha smesso di essere grugnito per articolarsi in suoni e parole e relazioni di causa ed effetto. Ognuno alla ricerca del suo verbo, del modo e del tempo e della forma di quel verbo, che era in principio e che probabilmente non sarà mai più; se non alla fine del tempo, quando i tempi non saranno più, e neanche le coniugazioni.

Perché in principio era il verbo non coniugato, potete starne certi; e ora invece è solo quello coniugato, anche all’infinito, che è pur sempre una sottile e nascosta forma del coniugare. E c’è qualcosa, in quel «coniugare», verbo anche lui, che è minaccioso:        (altro…)

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questa-non-e-una-bussolaEcco uno strumento che non serve più a niente, che è diventato un oggetto da esposizione, un soprammobile. È una bussola: me l’hanno regalata, una sera, due amici e io l’ho guardata come si guardano gli oggetti un po’ curiosi, non sapevo nemmeno usarla bene, finché non me lo hanno spiegato. Poi l’ho messa su una mensola, in soggiorno, non lontano dalla biopalla, e l’ho lasciata lì. E ogni tanto la guardo.

Perché mi mette malinconia la bussola?        (altro…)

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