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Archive for the ‘musica’ Category

(di Gionata)

la juderia

Ricordo che a una certa ora in fondo al cortile cinque o sei donne cominciavano a pregare.

Ero piccolo quando aggrappato alla ringhiera del balcone le sentivo balbettare sillabe appartenenti a una litania e a una musica interiore. Erano i giorni in cui i miei genitori, con i nonni, condivano con il pesto. Allora io me ne stavo in balcone perché non ne sopportavo l’odore. E le sentivo pregare e le vedevo con la testa china snocciolare il rosario. Quelle visioni dall’alto del balcone hanno suggerito una dimensione del sacro che ancora oggi ritrovo in certe occasioni, alla presenza di un’immagine, di un suono o di altro incastro quotidiano. E l’occasione si è ripresentata, sempre riportandomi ai quei minuti che sanno di pesto e preghiera, con una canzone di Yamin Levy, La alegria. Poi è venuta la scoperta di tutto il resto.

Il flamenco, i suoni del medio oriente, lo stile che ha il passo di una preghiera o di una ballata e, infine, anche se la sensazione è che non ci sia mai fine, il ladino come lingua per dire.              (altro…)

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(di Gionata)

morrisseySteven Patrick Morrissey, nato a Manchester un cinquantina di anni fa, è stato leader e cantante del gruppo pop The Smiths negli anni ottanta, dal 1984, con l’album d’esordio The Smiths, fino al 1987, con Strangeways here we come. La chitarra talentuosa di Johnny Marr, i testi ironico-disperati e la voce profonda di Morrissey sono ciò che crearono uno stile. Stile Smiths, si dirà da allora in poi. Ma a metterci il carico sarà lo stesso Morrissey, ridicolizzando la monarchia di casa, (Disprezzo la famiglia reale. E’ un nonsense fiabesco, l’idea stessa della loro esistenza in giorni come questi, durante i quali la gente muore quotidianamente perché non ha abbastanza denaro per pagarsi il riscaldamento, secondo me è immorale) o l’allora Primo Ministro Margaret Thatcher (L’unica cosa che può salvare la politica inglese è l’omicidio di Margaret Tatcher), servendosi ancora di citazioni di Wilde e di fiori per acchiappare il pubblico, oppure non uscendo di casa invece di frequentare gli ambienti modaioli di Londra e beccandosi così dello snob.               (altro…)

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(di Gionata)

oren lavieIl compositore e cantautore israeliano ci aveva già provato con una piccola casa discografica un paio di anni fa, ma senza conoscere, almeno in termini di vendite, particolare successo. All’inizio di quest’anno ha ripreso la sua manciata di canzoni, le ha riarrangiate, ne ha composte di nuove e poi, e più precisamente a maggio, si è rimesso in discussione con The Opposite Side of the Sea, mantenendo così il titolo originario del progetto musicale.

Ha fatto bene a ributtarsi nella mischia? Ha fatto benissimo, a mio avviso. Le undici canzoni del disco sanno muoversi in ambienti raffinati e per niente ruffiani, toccando corde soft-jazz con Don’t Let Your Hair Grow Too Long, puramente pop con Her Morning Elegance (unica canzone che in questi anni è rimasta a galla), e ancora atmosfere sinfoniche o semplicemente scarne ed essenziali.       (altro…)

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(di Gionata)

samsaLavoro in una libreria e l’altro giorno è venuto in cassa un signore per pagare una guida turistica della Mongolia. «Si prepara ad un bel viaggio», gli dico; «Sì, però vedi di farti i cazzi tuoi», mi risponde lui. Quella risposta mi ha gelato, tanto che anche nelle ore successive sono rimasto muto e con il cervello fermo, agile solo per i movimenti meccanici che richiede il mio lavoro di libraio. Guastato, ho rifiutato un invito serale di alcuni amici, guastato, sono tornato a casa, ho mangiato, ho terminato la mia rilettura di un libro di Kafka (serata esemplare), in rete ho cercato qualche informazione in più sullo scrittore praghese e infine, con sorpresa guasta, ho scoperto che esiste un gruppo musicale americano che di nome fa Gregor Samsa. Come il tizio che si sveglia scarafaggio.

Per pura curiosità, allora, mi sono procurato Rest, un loro album del 2008, e per autentica passione l’ho riascoltato un centinaio di volte, consigliandolo a chiunque mi capitasse a tiro e diventando un essere morboso e infrequentabile, come sempre divento quando una cosa mi piace tanto.       (altro…)

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(«Non hai più scritto niente di musica», mi hanno detto due dei miei quattro lettori, di recente. «Lo so» ho risposto io, un po’ innervosito. Ma siccome senza musica non si può stare, uno di loro – di quelli che avevano notato l’assenza – si è anche offerto di rimediare. E io ho accettato con gratitudine: e quindi, da oggi, con cadenza saltuaria – quando ne avrà voglia lui, insomma – ci sarà di nuovo qualche post sulla musica che ascoltiamo. Si chiama Gionata, il musicofilo: se ci sarà musica, su questo blog, il merito andrà attribuito tutto a lui.)

finkSuccede che con lo stesso amico passo un po’ troppe sere in macchina per andare da qualche parte. Succede che il morale di entrambi non è alto e che facciamo finta di essere uguali. Ma succede anche che, per riparare la malinconia estiva, di musica ne ascoltiamo tanta e con questa un poco riusciamo a tenere la schiena dritta. Una sera, allora, in macchina sento per la prima volta Fink e, mi dice l’amico, il suo nuovo lavoro, Sort of Revolution.

Fink è inglese, ha vissuto gli anni novanta a Bristol, dove nascevano i Massive Attack e i Portishead per intenderci, e si è avvicinato alla musica elettronica come dj, incidendo anche un paio di dischi.         (altro…)

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beppe-quiriciMagari la sua faccia non vi dice niente. Però sono sicuro che tra i vostri dischi ce ne sono diversi a cui lui aveva collaborato, come arrangiatore o anche come semplice strumentista. Lui è Beppe Quirici, che è morto oggi, all’età di 55 anni. Tra gli artisti con cui lavorò ci sono De Andrè, Fossati e tantissimi altri; ma qui vi lascio, se ne avete voglia, una canzone bellissima di un artista meno noto,  Carlo Fava, nella quale la mano sapiente di Quirici si sente fortissima. Era bravo, Beppe Quirici.

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madeleine peyroux

madeleineÈ uscito da qualche giorno il nuovo disco di Madeleine Peyroux, che si intitola Bare Bones. È, al solito, un disco raffinatissimo, impreziosito da arrangiamenti millimetrici e dalla stupenda voce di lei, un po’ Billie Holiday e sempre misurata e caldissima. È un disco forse un po’ più virato al pop rispetto ai precedenti, ma che non dimentica le sonorità jazz, blues e country, che ne sono la cifra musicale più interessante. Già al primo ascolto ho adorato la traccia numero tre, Damn the Circumstances, cantata in punta di voce e saltellante su un ritmo lento e leggerissimo. Ma anche il brano successivo, River of Tears, cattura l’orecchio nel giro di pochi secondi, nella sua pacata suggestione; così come mi è subito sembrata perfetta I must be saved, la penultima delle undici tracce complessive, piccola e affascinante quasi-filastrocca, ritmata con dolcezza da un accompagnamento strumentale ricco e mai invadente.

Insomma è di nuovo un bel disco, questo lavoro di Madeleine Peyroux; forse ha il solo limite di non discostarsi mai molto dai precedenti, di proseguire su una linea ben collaudata, senza rischiare nulla. Ma se avesse rischiato, magari, sarei stato il primo a criticarla… Per cui va bene così, me lo ascolto in questi pomeriggi di inizio primavera, è una colonna sonora quasi perfetta  per le prime luci un po’ più lunghe dell’anno, e mi piace che sia quella sua voce così particolare a farmi compagnia.

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