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Posts Tagged ‘crisi economica’

Proprio perché sono uno che di economia ci capisce un beatissimo nulla, sono sempre andato a caccia di qualche semplificazione che mi aiutasse un po’ a comprendere che cosa sta accadendo nel mondo e in Italia, perché c’è la crisi, che cosa significa questa crisi, se farò in tempo ad accorgermene prima che sia troppo tardi (devo ammetterlo: per me, infatti, da quando c’è la crisi, non è cambiato niente, se non che qualche mio amico è un po’ in difficoltà al lavoro e il prezzo della benzina è sceso).

Ieri ho letto l’articolo di Luca Ricolfi sulla Stampa; e ho creduto di capire un po’ di questioni (relative all’inflazione, per esempio). Per cui ve ne lascio alcuni ampi estratti; magari vi incuriosce a e andate a leggervelo anche voi. E poi mi dite, quelli che ne capiscono infinitamente più di me, se è uno scenario verosimile o no, benché semplificato, quello raccontato da Ricolfi:

Finora la crisi ha attraversato tre fasi fondamentali. La prima è durata circa un anno, dall’estate del 2007 (crisi dei mutui subprime) alla primavera del 2008. (…) (altro…)

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Tra le 50 ospiti di villa La Certosa, almeno una ventina hanno garantita una sorta di diaria da 1.500 euro al giorno. Per tutte poi, prima della notte di Capodanno, è stata organizzata una visita agli shopping center della zona dove gli uomini della sicurezza del leader del Pdl coprono le spese delle ospiti fino a 2 mila euro.

Lo so che la vicenda non può avere alcuna rilevanza politica. Lo so che trattasi di festa privata e di regali del tutto privati. Lo so che la crisi econimica non c’entra niente e che non si deve mescolarla a queste cronache rosa shocking. Lo so che ognuno dei suoi soldi fa quello che gli pare e che le leggi di mercato sono leggi di mercato. Lo so.

E però non avete idea di quanto quei 1500 euro al giorno mi facciano incazzare lo stesso; così, di una incazzatura tutta mia, privatissima. Di dipendente pubblico di questa cosa pubblica qui.

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Il mio collega Pancrazio, oltre a essere insegnante, è il titolare di una piccola azienda che produce pezzi di ricambio per non so bene quale tipo di macchinari industriali. Oggi mi diceva che non ha praticamente più lavoro da sei mesi. Dei tredici operai che aveva l’anno scorso, ne sta mantenendo all’opera soltanto quattro; gli altri nove godono della cassa integrazione in “deroga”, quella per le piccole imprese artigiane.

Cioè, “godono”, si fa per dire: per ora hanno solo fatto richiesta, perché i soldi non sono mai arrivati. E nel frattempo gliela sta pagando lui, di tasca sua, la cassa integrazione in deroga, e aspetta i soldi, sperando. «Questi hanno dei figli», mi dice; «Non posso mica avere sulla coscienza delle famiglie intere.»

Mi spiega che lavorando nella scuola non ci rendiamo conto di cosa sta succedendo fuori; di che cosa possa voler dire la crisi; e che ci vorranno secondo lui tanti anni perché tutto torni come prima. Anzi, mi ha detto stamattina, «secondo me niente tornerà più come prima».

Io volevo dirgli che così non va bene, che il suo è un atteggiamento profondamente sbagliato e negativo per la nostra società… che il premier ha parlato chiaramente che si tratta di una «crisi psicologica»; e ha  anche ribadito che ci vogliono «fiducia e ottimismo». Però, non so come mai, in quel momento ho avuto paura che mi spaccasse la faccia, se glielo dicevo.

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liberati dalla crisi

La crisi economica globale produce anche frutti inattesi. Uno di questi è la smobilitazione delle forze d’occupazione russa in Cecenia: 20.000 soldati russi se ne stanno tornando a casa. E su Le Monde non hanno dubbi: la Russia non ha più i mezzi economici per mantenere la Cecenia sotto il suo stretto controllo.

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Oggi mi fermo a parlare nei corridoi con la mia collega Martina. Mi accorgo subito che è preoccupata. Mi racconta che hanno messo suo marito in cassa integrazione, due settimane fa. Che hanno due figlie, entrambe studentesse, la prima all’università, la seconda ancora alle medie. Che nel frattempo è dovuta andare dal dentista e che questo le ha fatto un preventivo di spesa intorno ai 3000 euro. Che devono anche pagare un mutuo consistente, che si porta via una bella fetta di stipendio. Mi dice che non avrebbe mai immaginato di trovarsi a cinquant’anni con prospettive così incerte per il futuro suo e dei suoi figli.

Cerco di sorriderle, di essere positivo, le dico: «Mio padre ha sempre sostenuto che quando un problema si può risolvere con i soldi, significa che non è un problema grave». Lei non mi sorride. «Dipende dalla quantità dei soldi», mi dice. La saluto, entro in quinta e penso che la crisi la vedi bene solo quando ce l’hai vicina, altrimenti è una parola confusa tra le altre, senza faccia.

Da oggi, la crisi avrà, per me, la faccia che aveva stamattina la mia collega Martina.

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