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Posts Tagged ‘in terza’

A proposito di una discussione “educativa” che si sta svolgendo su FriendFeed e che, prendendo spunto dalla delirante e sgrammaticata intervista di Noemi Letizia a Venezia, è arrivata, chissà come mai, a interessare concetti come le “flessioni punitive” e le “punizioni corporali” a fini pedagogici, mi è venuto in mente un episodio, accaduto qualche mese fa, in terza.

C’è Roberto alla lavagna, che prova a tradurre una frase dal latino. A un certo punto gli scappa un’idiozia morfologica senza confini e senza giustificazioni. Io mi alzo e mi avvicino a lui, mimando chiaramente il gesto di dargli un pugno. Lui arretra terrorizzato. Io, sentendomi un po’ in colpa, lo rassicuro e gli dico: «Roberto, guarda che non lo faccio mica… Non posso mica picchiarti, lo sai vero? Se lo facessi, tu potresti denunciarmi, lo sai?»

Lui mi guarda, sempre terrorizzato, e mi dice: «Prof, io non farei mai una cosa del genere».

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essere per natura un animale socialeMe lo chiedono per primi i ragazzi di terza, all’inizio di un’ora di lezione: «Ci viene alla cena di fine anno con noi, prof?» Io rispondo senza esitare, perché è una risposta che ho preparato da tempo: «No, ragazzi, niente di personale, anzi; ma non vado alle cene di classe da molti anni, ormai. Preferisco così». Loro mi guardano non so quanto dispiaciuti, forse solo un po’ sorpresi.

Poi, il giorno dopo, mi ferma una collega nell’intervallo: «Perché hai detto ai ragazzi di terza che non vieni alla cena di classe?» «Perché è vero», le rispondo io. E lei, perplessa: «E perché  non ci vieni, scusa?» «Perché non mi piacciono le cene di classe, mi annoio, trovo che siano una specie di fastidiosa appendice dell’anno scolastico. Non ci vado mai.» E lei mi saluta, e se ne va, ed è più perplessa di prima.

Poi me lo chiedono altri al telefono, amici che a scuola non ci mettono piede da una vita: «Be’, immagino che avrai un sacco di cene di classe: pizza per tutta la prossima settimana, eh?».       (altro…)

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vabbè non è mica nostalgia sappiateloPer fortuna, ci si innamora. E quelli che si  innamorano a sedici anni se ne stanno attaccati a una parete del corridoio a parlarsi l’uno con l’altro, guardandosi negli occhi, e quasi ti spiace che inizi la lezione e che si debbano separare in fretta, per venirti a sentire mentre parli del Bellum Gallicum di Cesare e del passaggio del Rubicone. Che ti immagini quanto gliene possa fregare, in quel momento, del Rubicone.

Per fortuna, quando escono da scuola, si aspettano e li vedi che vanno a casa tenendosi per mano. Si raccontano la mattinata di scuola, immagini. Lui, che è un tuo alunno, magari racconta a lei, che non lo è, qualcuna delle idiozie che hanno detto oggi i suoi insegnanti, tra cui ci sei anche tu.         (altro…)

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scarpe-spaiate-ogni-tanto-fa-beneGià da come sono vestiti, si capiscono tante cose: osserva le scarpe, per esempio. Mentre fanno la loro verifica di latino, io guardo le loro scarpe e vedo che quattro ragazze su dieci hano le ballerine, di vari colori: rosso vivo, bianco avorio, nero con la punta bianca, bianco con la punta nera. Poi vedo che chi ha le ballerine ha anche i jeans di una certa marca; e orecchini ben visibili, e magari qualche altro piccolo gioiello, già da donna.

Altre no. Altre hanno scarpe da ginnastica, alcune pure delle semplici Superga bianche o blu, e sembrano più ragazzine. Ma più di tutte, ti coplisce sempre qualcuna, magari perché è un po’ più particolare, perché vuole esserlo, forse perché non ha paura di distinguersi.     (altro…)

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sospiri-pianti-e-alti-guaiLe ragazze piangono. Prendono i voti brutti, restano deluse, si mortificano, si vergognano, si arrabbiano e quindi piangono.

(Poi si vergognano anche di piangere, ma più della vergogna può sempre la lacrima, non c’è niente da fare; solo le più grandi imparano e vanno a piangere a casa, chiuse in camera; e non so nemmeno se è un bell’imparare.)

È abbastanza tipico di questa stagione, tra aprile e giugno: un po’ è la stanchezza, un po’ la preoccupazione, e le ragazze, quelle più piccole, di terza o di prima, si sciolgono in lacrime. Oggi ne ho viste piangere due in pochi minuti: la prima in terza, interrogata da me in latino, un po’ in difficoltà perché le domande erano forse più complicate di quello che si aspettava, cercava, senza riuscirci, di trattenere le lacrime. Io le facevo domande e lei si mordeva le labbra; e non c’era niente da fare. Non parlava, o diceva pochissimo. E invece piangeva.        (altro…)

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I miei alunni di terza tornano da una settimana di gita a Roma e mi dicono:

che gli è piaciuto tanto l’altare della patria; che i dipinti di Caravaggio in San Luigi dei Francesi sono disposti proprio male e quindi non si vedono come dovrebbero; che i romani sono sgarbati; che il trancio di pizza come lo fanno a Roma è proprio cattivo; che alla sera a Campo dei Fiori non ci sono andati perché glielo hanno proibito; che sì, vabbè, San Pietro, però insomma…

E io penso che la Roma che conosco io è proprio un’altra città, e che magari li hanno depistati e sono andati da un’altra parte, può darsi.

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davanti-al-mareReduce da due interminabili pomeriggi di colloqui con le famiglie, di silenzi e di piccole polemiche sottotraccia, di parole pronunciate con cautela, reduce da tutto questo, che cosa ti resta, questa mattina?

Ti restano gli sguardi preoccupati delle madri e dei padri dei ragazzi di quinta: preoccupati per il futuro, per le scelte universitarie, per il lavoro che avranno o non avranno i loro ragazzi, la paura che sbaglino davanti a un bivio che in questo momento sembra così fondamentale, in un mondo la cui direzione sembra adesso indecifrabile. Ti resta l’ansia delle madri e dei padri dei ragazzini di prima, gli occhi lucidi di quelli a cui fai i complimenti, per come sono educati, per come sanno stare in mezzo agli altri;        (altro…)

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Oggi comincio le lezioni alle nove. Mentre sto entrando a scuola, mi sento chiamare dall’alto: sono i ragazzi di terza, affacciati in cinque o sei dalla finestra della loro aula. Mi urlano festanti i loro saluti. Io mi avvicino e, da sotto, chiedo: «Ma che combinate tutti lì alla finestra? Cosa state facendo?» E loro, tutti allegri: «Filosofia!»

«Ah», penso io.

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laureola-del-prof-per-beneOggi, mentre sto spiegando un po’ di letteratura latina, mi accorgo che una ragazza, Silvia, sta facendo qualcosa di strano. È vero che ha il libro di letteratura ben aperto sopra il banco, ma mi pare che prenda appunti tenendo il quaderno sotto il libro, che non è un gran sistema. Allora mi avvicino, con il sorriso, giusto per capire. Lei fa una faccia piuttosto allarmata. Le chiedo come fa a prendere appunti in quel modo, ma lei non risponde. Le richiedo di farmi vedere cosa sta combinando; Silvia rimane bloccata, esita, dice che però, guardi, insomma… poi finalmente alza il libro e scopro che sta cercando di fare, su quel quaderno seminascosto, i compiti di grammatica latina su cui dovrei interrogare durante l’ora successiva.

A parte l’ingenuità insita nel gesto (copiare latino durante la lezione di latino, insomma…), è ovvio che devo prendere subito provvedimenti, che non posso far passare un gesto del genere come se fosse normale o poco importante. Devo anche tenere conto, però, che Silvia è una ragazza molto timida e forse anche un po’ insicura e che non devo esagerare.        (altro…)

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manzoniano-tumultoQual è il motivo per cui è più facile lavorare in una classe piuttosto che in un’altra? Non si tratta di un motivo unico, ovviamente; spesso è l’incrociarsi di una serie di fattori, che rende più o meno agevole il lavoro;  e ovviamente uno dei fattori sono io medesimo, con le mie qualità e i miei limiti. Ma altri fattori sono meno ovvi; come dimostra questo piccolo esempio di cronaca scolastica:

Oggi, prima di entrare in classe, vengo fermato da un paio di ragazzi di terza, che sono in giro nei corridoi per motivi misteriosi; mi dicono che la versione che avevano da fare era un po’ difficile, «soprattutto le ultime frasi», aggiungono. Gli dico che hanno fatto bene a fermarmi, che la guarderemo insieme.        (altro…)

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Oggi parlo con una mamma di un mio alunno. Mi dice che il ragazzo da qualche settimana va a lezione di latino. Glielo sconsiglio, per tante ragioni. Lei mi dice che, effettivamente, non è molto contenta, visto che la prof delle lezioni private si limita a dare al ragazzo una versione da tradurre e nel frattempo lei fa il sugo o stira le camicie. Io la guardo perplesso. «Ma davvero? fa il sugo?» le chiedo. «Eh sì» mi dice lei.

Io abbasso un po’ lo sguardo.

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il-polemico-di-turnoOgni classe ha le sue dinamiche, si dice. Ed è infatti vero: che in ogni classe ci sono ragazzi diversi, con sensibilità e intelligenze differenti. Ed è un bene, che altrimenti insegnare sarebbe molto più noioso di quello che già è.

Ma alcune dinamiche tendono a ripetersi negli anni, però; e forse si ripetono tali e quali, perché dipendono da chi insegna in quel momento più che dagli studenti, e cioè, nel caso specifico, da me, dall’insegnante. Per esempio, a me succede sempre, a un certo punto della terza o all’inizio della quarta, che un alunno (due al massimo) cominci a cercare con crescente ostinazione di replicare negativamente a tutte le riflessioni che propongo o che faccio in classe (quelle fuori dall’ambito strettamente disciplinare, è ovvio). Questo perché il terzo anno è un anno iniziale, per me che insegno più che altro al triennio; e questo anche perché all’inizio, tra i miei alunni di terza, si genera sempre un certo entusiasmo nei miei confronti, che poi inevitabilmente e giustamente cala un po’, assestandosi su un gradevole e corretto “non è male” (sì, credo che “non è male” sia la definizione giusta del mio lavoro, tutto sommato e tutto sottratto).         (altro…)

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la C di roberto

In terza, spiego e traduco un carme di Catullo. Dopo qualche parola, penso di far leggere l’introduzione che c’è sul loro libro, prima di passare direttamente alla poesia. Chiedo a Roberto se, per cortesia, può leggere lui a voce alta. Lui si blocca subito. C’è da leggere il titolo, che è “carme LXXVIII” e lui non sa come fare. «Non conosci i numeri romani?» gli chiedo io. Lui: «Be’, sì, li conosco… però quella L… boh?». «La L significa 50». Bene, tutto a posto; dopo qualche esitazione, finalmente Roberto dice 78.

Ma a me viene qualche dubbio. Quindi gli chiedo: «E la M sai per cosa sta?» Lui: «Ehm, sì… sta per…» Ma qualcun altro ha già detto «Mille!», e dunque forse Roberto non lo sapeva. Quindi chiedo agli altri di tacere, per favore, guardo Roberto e cambio domanda, subdolamente: «E 100 secondo te come si scrive, in numeri romani?» Lui esita. Io lo guardo incoraggiante; siccome mi sembra facile faccio un gesto con la mano, la muovo verso il suo volto, come a invitarlo, come a dire che la risposta la sa senz’altro. Sono lì con la mano aperta incontro alla sua faccia che gli dico: «100 si scrive… si scrive…»

Lui, con la mia mano rivolta verso se stesso, ingannato, risponde: «…Roberto!»

Ecco, uno dovrebbe restare pedagogicamente molto serio, in queste occasioni.

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foto-di-gruppo1In terza, c’è l’alunno Carlo M. che ormai mi capisce al volo. Gli sono bastati pochi mesi per intuire quello che non sopporto, che ritengo inutile e dannoso, e, siccome è uno sveglio, Carlo M. mi provoca un po’. Se passa la circolare sulla Patente europea del computer, mi guarda con sguardo furbo, e aspetta che io la commenti. Oppure, la mattina in cui sui giornali scoppia la polemica sui 5 in condotta, mi lascia appena sedere alla cattedra e mi dice «Ha visto, prof, che pasticcio con i voti in condotta…» E poi attende la mia reazione. Io taccio, non abbocco all’amo, ma so che lui ha capito lo stesso. Anche quando entra un bidello, magari, e mi porta una qualsiasi comunicazione del preside, e lui mi guarda e mi dice «Tutto a posto?»; e poi aspetta.      (altro…)

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Chiamo una ragazza per interrogarla di latino. Lei sbuffa platealmente. Sono stanco. Le dico di non sbuffare, che altrimenti sbuffo pure io, che ne ho molti più motivi. È una questione di minima educazione, le dico. Ho un tono brusco. Lei arriva alla cattedra con le lacrime agli occhi.

Ci sono giorni in cui è impossibile non sbagliare.

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Oggi entro in terza e tutti sono allegri. Scherzano, sorridono, fanno domande. Anche quando comincio a interrogare in latino, loro non perdono il buonumore. Intervengono, propongono varianti alla traduzione, sono ironici e divertenti. L’ora passa in un attimo. Sono stanco, perché è la quarta ora, ma non me ne accorgo più. Riesco persino a dare un cinque senza sentirmi troppo in colpa e senza mutare l’umore della classe.

E di tutto questo, la cosa più bella è che è tutta un’allegria senza motivo. Una voglia improvvisa di stare al mondo. Così, forse solo perché hanno diciassette anni.

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Oggi, in Terza, comincio una piccola serie di lezioni sulla Commedia di Dante. Non dovrei, visto che ho solo la cattedra di latino, ma ho accettato la proposta della collega di italiano, in qualità, come dice lei, di “esperto”. Parlo di metafora del viaggio, di trasmissione del testo, di numerologia e di allegoria: cioè di argomenti che conosco bene. A sentire la lezione c’è anche un’altra collega, che mi ha ripetutamente chiesto di poter venire. Tutto congiura affinché io mi senta un po’ lusingato e parecchio motivato.     (altro…)

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Entro in Terza, dopo quasi venti giorni di vacanza. Chiedo:«Come state? Come sono andate le feste?». Risponde, come di consueto, un coro: «Bene!». Abbasso, come di consueto, la testa sul registro, poi mi viene in mente che il 23 dicembre, dopo lunghe ed estenuanti trattative, erano riusciti ad accordarsi per andare a mangiare una pizza con la loro prof degli anni precedenti, con cui avevano avuto qualche motivo di screzio, diciamo così.

Allora chiedo: «E ci siete andati poi a cena con la prof XY?». Coro: «Sì!». Io: «E com’è andata la cena?». Coro: «Benissimo!». Io: «In che senso ‘benissimo’?». Attimi di silenzio. Risponde G.M., banco laterale, sulla destra: «Nel senso che la pizza era buona.»

Riabbasso la testa sul registro.

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