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Posts Tagged ‘latino’

maledetto sallustio e catilina e giugurta e tutti quelli come loroCosì il Corriere di ieri a proposito del rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola (l’articolo è citato da Peppe Liberti, al cui interessante post vale secondo me la pena di dare una lettura):

«Il punto — prosegue Gavosto (presidente della Fondazione Agnelli, ndb) — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di oggi ». E in questo senso, la programmazione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiettivo per il Paese dovrebbe essere investire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella pedagogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicendo esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

E invece no, secondo me. Ma proprio per niente niente. E invece il problema è che, pur volendo prendere per vere e giustificate le sensazioni di inadeguatezza di molti  giovani colleghi, il punto continua a essere un altro.                  (altro…)

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Magari qualcuno si ricorda di Ivano.

Che è stato bocciato, com’ era inevitabile, e che si è iscritto in un altro indirizzo della nostra stessa scuola, come gli avevamo consigliato, noi insegnanti, già dopo pochi mesi dell’anno scorso.

Chi se ne ricorda sa anche che Ivano è tutto tranne che un ragazzo antipatico: brillante, capace di stare in mezzo agli altri, sempre educato e finanche affettuoso, ironico quanto basta. È stato un peccato vederlo studiare così poco, l’anno scorso; ma, onestamente, non c’è stato proprio modo di convincerlo. Per cui ha perso l’anno, avrà passato un’estate tranquilla (o almeno lo spero io, visto che si era già da tempo rassegnato) e poi è tornato tra i banchi di scuola, come gli altri.

E infatti, il primo giorno di quest’anno scolastico, la settimana scorsa, mentre camminavo nei corridoi della scuola, mi sono sentito chiamare a gran voce: «Ehi, prof!».                   (altro…)

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da lontanoLivio Andronico era greco; fu fatto schiavo e condotto a Roma; a lui si fa, convenzionalmente, risalire l’inizio della letteratura latina. Ma il suo nome, Livio, era semplicemente quello del suo padrone. Anche Ennio era greco, di Rudiae: scrisse tantissimo; e i suoi Annales rappresentano l’autentico inizio della storiografia romana.

Come Livio Andronico, anche Cecilio Stazio arrivò a Roma come schiavo; veniva dalla  Gallia Insubre, che è dove abito io adesso, più o meno. Nel III secolo a.C. era terra straniera, per i romani. Scrisse commedie di cui ci rimangono soltanto frammenti, ma godette di grandissimo successo tra i suoi contemporanei.

Terenzio, invece, era Africano; il suo cognomen, Afro, non lascia dubbi: veniva da Cartagine, si dice; e anche lui arrivò a Roma come schiavo.        (altro…)

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737-O-074-AD5716Greta ha di nuovo preso 6 in latino. È la seconda volta di seguito che Greta prende 6 nello scritto di latino e quindi mi sento di poter dire che ce l’ha fatta; che l’anno scolastico  le è servito e che finirà bene. Anche perché la verifica era parecchio difficile: traduzione dall’italiano, senza vocabolario. Necessità di ricordarsi le regole, di applicarle, di incrociarle e contemporaneamente necessità di aver memorizzato il lessico di base, i verbi, i paradigmi e i pronomi.

Greta ha di nuovo preso 6, insomma. Ai miei quattro gatti di lettori questo evento non dirà quasi nulla, lo so. E invece è un evento importante, direi quasi decisivo; anche per la nostra scuola pubblica.     (altro…)

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a proposito di simpatiaViene a salutarmi, all’uscita della scuola, Mariano, un ragazzo che era mio alunno l’anno scorso, in quarta, e che è stato bocciato, con 3 di latino e 4 di italiano. È un ragazzo di quelli che hanno sempre qualcosa da dire, qualche battuta o barzelletta da raccontare, magari un po’ cialtrone, ma un vero e proprio simpaticone, con quel suo modo di fare, e senz’altro con nessuna voglia di studiare, mai, niente; uno dei tanti ragazzotti che si faranno, nella vita, e che senza doti particolari sapranno ottenere particolari risultati, lo so già. Comunque è sempre bello rivederli, anche solo per avere la conferma che non si è riusciti del tutto a rovinare la vita a qualcuno, che i giorni passano e che le cose si sistemano; e anche le bocciature.

Mi ferma in corridoio e lo saluto; so che frequenta uno di quegli istituti privati dove paghi molto e fai due anni in uno, anche senza andare a scuola, con il sabato libero e tutta una serie di agevolazioni che io nemmeno riesco a immaginarmi.      (altro…)

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sospiri-pianti-e-alti-guaiLe ragazze piangono. Prendono i voti brutti, restano deluse, si mortificano, si vergognano, si arrabbiano e quindi piangono.

(Poi si vergognano anche di piangere, ma più della vergogna può sempre la lacrima, non c’è niente da fare; solo le più grandi imparano e vanno a piangere a casa, chiuse in camera; e non so nemmeno se è un bell’imparare.)

È abbastanza tipico di questa stagione, tra aprile e giugno: un po’ è la stanchezza, un po’ la preoccupazione, e le ragazze, quelle più piccole, di terza o di prima, si sciolgono in lacrime. Oggi ne ho viste piangere due in pochi minuti: la prima in terza, interrogata da me in latino, un po’ in difficoltà perché le domande erano forse più complicate di quello che si aspettava, cercava, senza riuscirci, di trattenere le lacrime. Io le facevo domande e lei si mordeva le labbra; e non c’era niente da fare. Non parlava, o diceva pochissimo. E invece piangeva.        (altro…)

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nonna-in-cerca-di-falchi-sul-webIl latino genera equivoci, si sa. E alcuni di questi equivoci diventano pure leggenda, che si tramanda di generazione in generazione. E quindi, visto che è venerdì e magari si ha bisogno anche di un sorriso, provo a dare un piccolo contributo, raccontando un increscioso episodio di natura latineggiante di tanti anni fa, avvenuto in una terza liceo.

Stavo introducendo la scuola poetica cosiddetta “siciliana”, quella con cui, più o meno, si può iniziare a parlare di letteratura italiana in senso pieno. Raccontavo di Federico II di Svevia e delle sue passioni. Dicevo, tra le altre cose, che il Federico II aveva scritto un trattato in latino, il De arte venandi cum avibus, importante per definire la molteplicità dei suoi interessi culturali. Chiesi alla classe: «Chi sa tradurre il titolo?» L’alunno Riccardo (oggi avrà circa trent’anni, mi sa) alzò la mano con foga ed entusiasmo, pronto a dare la sua risposta. Lo invitai a farlo, commosso da tanta sollecitudine letteraria; lui mi disse: «L’arte di cacciare con le NONNE!», felice di sapere la difficile risposta. Ne seguì un boato. (altro…)

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una-rana-finaleOggi, in prima, devo spiegare la costruzione delle proposizioni finali in latino.  Comincio appena entrato, che l’argomento è importante, e vorrei riuscire a essere chiarissimo: parlo dell’uso del congiuntivo, delle preposizioni ut e ne, dell’importanza di tenere a mente i tempi in cui tali azioni si svolgono, del rapporto della proposizione finale con la proposizione che la regge.

Sarei quasi fiero di me stesso, se non vedessi una sessantina di occhi (due a testa, che ancora non ne ho cavato nessuno) assolutamente perplessi e smarriti. Mi fermo. Chiedo se c’è qualcosa che non va, ma loro tacciono. Allora vengo fulminato dalla rivelazione pedagogica dell’anno; e chiedo, perentorio: «Ma voi lo sapete cos’è una proposizione finale in italiano, vero?»     (altro…)

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laureola-del-prof-per-beneOggi, mentre sto spiegando un po’ di letteratura latina, mi accorgo che una ragazza, Silvia, sta facendo qualcosa di strano. È vero che ha il libro di letteratura ben aperto sopra il banco, ma mi pare che prenda appunti tenendo il quaderno sotto il libro, che non è un gran sistema. Allora mi avvicino, con il sorriso, giusto per capire. Lei fa una faccia piuttosto allarmata. Le chiedo come fa a prendere appunti in quel modo, ma lei non risponde. Le richiedo di farmi vedere cosa sta combinando; Silvia rimane bloccata, esita, dice che però, guardi, insomma… poi finalmente alza il libro e scopro che sta cercando di fare, su quel quaderno seminascosto, i compiti di grammatica latina su cui dovrei interrogare durante l’ora successiva.

A parte l’ingenuità insita nel gesto (copiare latino durante la lezione di latino, insomma…), è ovvio che devo prendere subito provvedimenti, che non posso far passare un gesto del genere come se fosse normale o poco importante. Devo anche tenere conto, però, che Silvia è una ragazza molto timida e forse anche un po’ insicura e che non devo esagerare.        (altro…)

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manzoniano-tumultoQual è il motivo per cui è più facile lavorare in una classe piuttosto che in un’altra? Non si tratta di un motivo unico, ovviamente; spesso è l’incrociarsi di una serie di fattori, che rende più o meno agevole il lavoro;  e ovviamente uno dei fattori sono io medesimo, con le mie qualità e i miei limiti. Ma altri fattori sono meno ovvi; come dimostra questo piccolo esempio di cronaca scolastica:

Oggi, prima di entrare in classe, vengo fermato da un paio di ragazzi di terza, che sono in giro nei corridoi per motivi misteriosi; mi dicono che la versione che avevano da fare era un po’ difficile, «soprattutto le ultime frasi», aggiungono. Gli dico che hanno fatto bene a fermarmi, che la guarderemo insieme.        (altro…)

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piccoli-gentiluomini-e-ufficiali-un-po-bastardiOggi, in prima, do una valanga di compiti di latino. Lo faccio scientemente, perché so che l’argomento che ho spiegato è parecchio difficile ed è uno di quelli che richiede molto esercizio e tantissima pratica. Meglio evitare fin da subito le tragedie, insomma. Mentre assegno gli esercizi, sento la tensione che sale dai banchi. Quando finisco di dettare l’elenco delle frasi da tradurre, guardo i ragazzi, loro sembrano un po’ scossi e nervosi, e allora dico: «È inutile che mi guardate così. Lo so che sono tanti, i compiti, ma vi servono. Lo decido io che vi servono, e non c’è nient’altro da dire. E lo so che appena uscirò dalla porta penserete “quel bastardo”, lo so già perfettamente. Ma non importa, voi vi fate i compiti e io mi becco quella parola lì, e va benissimo lo stesso».

Nessuno fiata.        (altro…)

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Oggi in prima, all’inizio della lezione, un ragazzo (uno dei ventinove) mi dice: «Ehm, prof… non sono riuscito  a finire i compiti». Io gli chiedo: «In che senso non ci sei riuscito?» Lui: «Beh, non ho fatto alcune frasi…» Io: «E cioè, quante frasi non hai fatto?» Lui, vago: «Beh, alcune frasi del secondo esercizio…» (Gli esercizi erano due, i compiti erano parecchi, assegnati tre giorni prima; l’argomento è importante; le frasi erano brevi ma comunque arrivavano a un totale di circa trenta, che non è poco; lo so che è faticoso, ma bisogna farlo.)       (altro…)

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money_treeOggi correggo, insieme ai miei alunni di prima, delle frasi di latino assegnate per compito. Niente di clamoroso, soltanto un po’ di esercizio per controllare che tutti abbiano capito l’ultimo argomento. Il libro propone alcuni brevissimi estratti da opere di autori famosi, traducibili anche da loro, ma comunque già di fattura letteraria, con le difficoltà che questo comporta. A un certo punto, c’è una frase di Sallustio: è un discorso diretto, in cui il re africano Giugurta inveisce contro Roma chiamandola «urbs venalis», che è come dire “città corrotta” , o meno bene “città in vendita”. Ovviamente l’aggettivo venalis, ha come primo significato quello di «venale», nel senso del “fatto soltanto a scopo di lucro”.

I ragazzi sono in 29 (che sono troppi e un giorno bisognerà anche dire che la qualità di qualsiasi insegnamento dipende in modo inesorabile dal numero degli alunni che si hanno).      (altro…)

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devi-proprio-rompere-le-palle-ehA un certo punto del primo anno di corso di latino, immancabilmente, si verifica l’evento più atteso, quello che in silenzio ha scosso le coscienze degli studenti per troppe settimane. Uno di loro, in genere quello che ha più iniziativa o più consapevolezza o semplicemente quello che ha meno freni inibitori, alza la mano e mi fa la domanda. Quella domanda, quella che giaceva senza risposta da troppo tempo ormai. Di solito, la domanda si accompagna a una breve premessa: «Io lo so che non c’entra molto, ma, mi scusi, se posso, volevo chiederle…» E la domanda è esattamente quella che si deve fare a un certo punto del primo anno di corso, senza eccezioni: «Ma a cosa serve il latino?»     (altro…)

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Quando consegno le verifiche ai ragazzi di prima e le correggo a voce alta, sperando che a qualcosa serva, loro mi dicono che tra le frasi da tradurre c’era un pronome che non avevano studiato. «Non ce lo ha mai spiegato», mi dicono. Mi accorgo che è vero e un po’ mi dispiace; sto già pensando a come rimediare, magari rifacendo i conti sui voti, trovando il modo per alzarli un po’ senza snaturare del tutto la valutazione.      (altro…)

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vincere

Oggi sono al terzo appuntamento del corso di recupero di latino, in prima. Di nuovo due ore, dalle 12 alle 14: tutti stanchi, io e i ragazzi, un po’ storditi dalla mattina, con tanta voglia di andare a casa a pranzo. Penso che devo inventarmi qualcosa, che devo provare a coinvolgerli, anche se il ripasso delle coniugazioni latine non è esattamente l’argomento più appassionante che esista per dieci quindicenni affamati.

Mi viene in mento solo una piccola idiozia ma, dopo un’ora di lavoro senza molti risultati, la propongo, che tanto peggio di così è difficile. Organizzo una specie di champions league dei verbi; sorteggio i gironi e le partite; poi li chiamo a due a due alla lavagna e pronuncio tre o quattro forme verbali latine. Loro devono tradurle in italiano, nel giro di qualche secondo; chi ne azzecca di più, vince e passa il turno.

Non so se è una buona idea.       (altro…)

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Oggi entro in terza e tutti sono allegri. Scherzano, sorridono, fanno domande. Anche quando comincio a interrogare in latino, loro non perdono il buonumore. Intervengono, propongono varianti alla traduzione, sono ironici e divertenti. L’ora passa in un attimo. Sono stanco, perché è la quarta ora, ma non me ne accorgo più. Riesco persino a dare un cinque senza sentirmi troppo in colpa e senza mutare l’umore della classe.

E di tutto questo, la cosa più bella è che è tutta un’allegria senza motivo. Una voglia improvvisa di stare al mondo. Così, forse solo perché hanno diciassette anni.

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reciprocità

Sempre disturbato al telefono, e sempre all’ora di pranzo. Oggi mi chiama al telefono un agente immobiliare di un’agenzia della zona, una di quelle più note, diciamo pure la più nota di tutte. Si presenta rapidamente, poi mi dice: «Sa se c’è qualcuno che sta cercando di vendere casa, lì dalle sue parti?»  Io gli dico: «E lei sa se c’è qualcuno che ha bisogno di traduzioni dal latino, dalle sue parti?» Però lui non coglie, e mi saluta frettolosamente un po’ impacciato.

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E invece lo commento, guarda. Perché non resisto proprio. E perché se lo meritano soprattutto quelli che sotto l’articolo medesimo ci hanno vomitato i loro, di commenti.

E dico subito che a lezione non sono mai noioso quanto vorrei. Che mi lascio trascinare dalla sindrome dell’attimo che fugge e rischio sempre di sembrare, a tratti, brillante o divertente. E me ne vergogno. Tanto, tantissimo. E, quando succede, torno a casa sempre con la sensazione di aver lavorato malissimo. Perché non c’è niente di peggio, credo, del far lezione adeguandosi alla sottocultura imperante del “divertimento”, del “fun” a tutti i costi. Come se solo ciò che diverte fosse degno di essere ascoltato. (altro…)

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