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Posts Tagged ‘libri’

Effettivamente, anche a me era venuto questo leggero timore il giorno in cui sono partito per un mese scrivendo sul blog che partivo per un mese. Poi mi sono rassicurato pensando al fatto che, dentro casa mia, non c’è niente da rubare, a parte qualche migliaio di libri. E che, visto che non ho il camino in cui bruciarli, anche quella del furto poteva essere una discreta soluzione… E quindi non mi sono nemmeno assicurato.

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65.000 libri pubblicati nel 2008 in Italia; di questi, l’85% non è arrivato a vendere neppure 500 copie. Anche perché il lettore medio italiano legge 4 libri all’anno, e quindi…

E quindi il marketing deve essere asfissiante e onnipervasivo. È uno dei motivi per cui qualche tempo fa avevo promesso a me stesso che non avrei mai letto nulla che non fosse invecchiato di almeno vent’anni. Trattando i romanzi come le bottiglie di vino pregiato.

Ma poi non ho mantenuto la promessa, naturalmente.

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Gli inglesi sono come noi, almeno qualche volta. E, secondo quel che dicono le ricerche, fingono di aver letto libri che in realtà non hanno mai letto, forse nemmeno aperto. Il più dichiaratamente millantato è, secondo una ricerca di worldbookday.com, 1984 di George Orwell. Sì, quello del Grande Fratello, che dio lo fulmini.

Chissà in Italia. In molti dicono, per esempio, che stanno «giusto in questi giorni rileggendo Calvino»; e io ho tutte le volte la sensazione che si tratti di una prima rilettura. Ma sono cattivo (e ho letto 1984, in aggiunta). E per quanto mi riguarda, in ogni caso, è Baricco il mio preferito autore non-letto e millantato. Mi sono bastate, anni fa, tre pagine di Novecento e un paragrafo di Oceano mare, per convincermi a fare sempre finta, durante le conversazioni, di conoscerlo molto bene; e poi ho continuato a parlarne sempre male, sul serio e non per finta; che quelle tre pagine, onestamente, non le ho mica ancora digerite.

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erri-deluca2corallo-rosso-3-e-mezzo1Tre coralli e mezzo al nuovo romanzo di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità. Il primo corallo per la scrittura, sempre scavata fino all’essenziale, vibrante come una pugnalata, abrasiva; il secondo per la storia dell’insurrezione di Napoli, raccontata solo per brevi accenni eppure viva e come presente agli occhi; il terzo per l’educazione all’eros del protagonista, pulsante come il sangue; un ultimo mezzo corallo per la vicenda complessiva, meno intensa di altre sue storie (penso a Tre cavalli, per esempio). E poi perché è forse la misura breve, o anche quella brevissima degli apologhi di Alzaia, a sembrarmi più congeniale a una scrittura così incisiva come quella di De Luca.

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la-felicita-non-esisteLa solita indecorosa operazione editoriale, potrebbe dire qualcuno. E in parte avrebbe pure ragione: perché si tratta di scritti di varia occasione, raccolti qua e là senza un vero criterio e  usciti in Francia in volumi diversi già da molti anni, e dunque senza quella coesione interna che il titolo lascerebbe supporre.  In più c’è una mescolanza di prosa e poesia che davvero non trova ragioni, se non nella volontà di tenere desta l’attenzione dei lettori su uno scrittore che non sembra intenzionato a ripubblicare a breve un nuovo romanzo (lo si dice in tutt’altre faccende affacendato). E però.       (altro…)

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john updike

updikeÈ morto John Updike, uno degli scrittori americani più amati in patria. Ha scritto molto, raccontando soprattutto quell’America che noi chiamiamo «profonda», con le sue ipocrisie e la sua adulterina rivoluzione sessuale di quartiere (io mi ricordo di Coppie, per esempio). Poi, nel 2006, ha pubblicato il romanzo Terrorista, che aveva fatto storcere il naso a tanti, ma a me era piaciuto abbastanza, benché visibilmente provocatorio e costruito forse un po’ troppo “a tesi”. Presentando quel libro alla stampa, aveva dichiarato: «Io credo di avvertire il declino dell’America – chiamiamolo con il suo nome – e, senza sentirmi meno americano di altri, il sudiciume di tutti noi».

Non so da che parte stesse, a proposito dell’elezione di Obama. Però ha fatto in tempo a vederlo, e a vedere le code degli elettori fuori dai seggi, questo senz’altro.

(update: qui c’è una breve ma splendida video-intervista del New York Times a Updike, dell’ottobre 2008: stava dalla parte di Obama)

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sofri-pinelliC’è una caratteristica, di tutti i libri di Adriano Sofri, che mi colpisce sempre, già dalle prime pagine, e mi fa andare avanti fino alle fine. È la qualità altissima della scrittura. Anche in questo nuovo libro, che pure si districa tra sentenze, verbali di interrogatori, dichiarazioni e ritrattazioni, ci sono momenti in cui la scrittura dell’autore ritorna a prendere il sopravvento e a rendere la narrazione di un’efficacia rara, rarissima nel panorama attuale della prosa italiana. Credo che molta di questa eccellenza venga dall’uso calibrato delle “sentenze”, da una punteggiatura sempre millimetrica, da un lessico che è preciso e accuratissimo senza essere mai artefatto.  E da questa eccellenza deriva poi una chiarezza quasi esemplare nei momenti in cui la ricostruzione storica diviene riflessione sulle ragioni di quella storia e  delle sue conseguenze. Riporto un brano, in cui si sente quanto anche i contenuti e l’analisi storica di Sofri dipendano da questa sua particolare qualità di scrittura:     (altro…)

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