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Posts Tagged ‘musica’

(di Gionata)

la juderia

Ricordo che a una certa ora in fondo al cortile cinque o sei donne cominciavano a pregare.

Ero piccolo quando aggrappato alla ringhiera del balcone le sentivo balbettare sillabe appartenenti a una litania e a una musica interiore. Erano i giorni in cui i miei genitori, con i nonni, condivano con il pesto. Allora io me ne stavo in balcone perché non ne sopportavo l’odore. E le sentivo pregare e le vedevo con la testa china snocciolare il rosario. Quelle visioni dall’alto del balcone hanno suggerito una dimensione del sacro che ancora oggi ritrovo in certe occasioni, alla presenza di un’immagine, di un suono o di altro incastro quotidiano. E l’occasione si è ripresentata, sempre riportandomi ai quei minuti che sanno di pesto e preghiera, con una canzone di Yamin Levy, La alegria. Poi è venuta la scoperta di tutto il resto.

Il flamenco, i suoni del medio oriente, lo stile che ha il passo di una preghiera o di una ballata e, infine, anche se la sensazione è che non ci sia mai fine, il ladino come lingua per dire.              (altro…)

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(di Gionata)

oren lavieIl compositore e cantautore israeliano ci aveva già provato con una piccola casa discografica un paio di anni fa, ma senza conoscere, almeno in termini di vendite, particolare successo. All’inizio di quest’anno ha ripreso la sua manciata di canzoni, le ha riarrangiate, ne ha composte di nuove e poi, e più precisamente a maggio, si è rimesso in discussione con The Opposite Side of the Sea, mantenendo così il titolo originario del progetto musicale.

Ha fatto bene a ributtarsi nella mischia? Ha fatto benissimo, a mio avviso. Le undici canzoni del disco sanno muoversi in ambienti raffinati e per niente ruffiani, toccando corde soft-jazz con Don’t Let Your Hair Grow Too Long, puramente pop con Her Morning Elegance (unica canzone che in questi anni è rimasta a galla), e ancora atmosfere sinfoniche o semplicemente scarne ed essenziali.       (altro…)

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(di Gionata)

samsaLavoro in una libreria e l’altro giorno è venuto in cassa un signore per pagare una guida turistica della Mongolia. «Si prepara ad un bel viaggio», gli dico; «Sì, però vedi di farti i cazzi tuoi», mi risponde lui. Quella risposta mi ha gelato, tanto che anche nelle ore successive sono rimasto muto e con il cervello fermo, agile solo per i movimenti meccanici che richiede il mio lavoro di libraio. Guastato, ho rifiutato un invito serale di alcuni amici, guastato, sono tornato a casa, ho mangiato, ho terminato la mia rilettura di un libro di Kafka (serata esemplare), in rete ho cercato qualche informazione in più sullo scrittore praghese e infine, con sorpresa guasta, ho scoperto che esiste un gruppo musicale americano che di nome fa Gregor Samsa. Come il tizio che si sveglia scarafaggio.

Per pura curiosità, allora, mi sono procurato Rest, un loro album del 2008, e per autentica passione l’ho riascoltato un centinaio di volte, consigliandolo a chiunque mi capitasse a tiro e diventando un essere morboso e infrequentabile, come sempre divento quando una cosa mi piace tanto.       (altro…)

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(«Non hai più scritto niente di musica», mi hanno detto due dei miei quattro lettori, di recente. «Lo so» ho risposto io, un po’ innervosito. Ma siccome senza musica non si può stare, uno di loro – di quelli che avevano notato l’assenza – si è anche offerto di rimediare. E io ho accettato con gratitudine: e quindi, da oggi, con cadenza saltuaria – quando ne avrà voglia lui, insomma – ci sarà di nuovo qualche post sulla musica che ascoltiamo. Si chiama Gionata, il musicofilo: se ci sarà musica, su questo blog, il merito andrà attribuito tutto a lui.)

finkSuccede che con lo stesso amico passo un po’ troppe sere in macchina per andare da qualche parte. Succede che il morale di entrambi non è alto e che facciamo finta di essere uguali. Ma succede anche che, per riparare la malinconia estiva, di musica ne ascoltiamo tanta e con questa un poco riusciamo a tenere la schiena dritta. Una sera, allora, in macchina sento per la prima volta Fink e, mi dice l’amico, il suo nuovo lavoro, Sort of Revolution.

Fink è inglese, ha vissuto gli anni novanta a Bristol, dove nascevano i Massive Attack e i Portishead per intenderci, e si è avvicinato alla musica elettronica come dj, incidendo anche un paio di dischi.         (altro…)

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Se non si fa il passo e non si riesce a capire che il “pirata” siamo noi, i nostri figli e che pirateria è il nuovo mercato, la nuova società, si rimane fermi al palo del delirio reazionario e repressivo. Bisogna inventare nuovi business, nuovi modi di vendere, nuove professioni. Perfino la repressione va ripensata per distinguere tra repressione del contrabbando e consumi personali.

Così scrive, oggi, nel giorno della condanna di The Pirate Bay, su repubblica.it Vittorio Zambardino. E io non riesco a essere in disaccordo. E credo che «nuovi modi di vendere» serviranno anche, almeno un po’, a creare nuovi modi di scaricare. Facendo in modo che non sia più un furto. E non lo dico perché sono un ingenuo o perché nutro chissà quale odio per le case discografiche: ma perché questa è l’unica strada, non ce ne sono altre. E bisognerà incamminarcisi, prima o poi. Perché la repressione non funziona mai.

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applauseEccoli, gli alunni del liceo, tutti seduti in Aula magna per partecipare a un “incontro” sulla storia della musica. Li guardo, solo perché sono obbligato, perché sono in orario di lezione, anche se non farò lezione, visto che le mie classi hanno aderito all’ “incontro”, e i miei alunni hanno pagato cinque euro a testa, per parteciparvi.

Li guardo e non dico niente. Metà di loro ha preso in mano il cellulare al terzo minuto di “incontro”; un’altra parte consistente chiacchiera, alcuni sonnecchiano; altri, e ce ne sono diversi, stanno attenti.

Sul palco dell’aula magna si presentano un attore e un musicista: il primo legge e interpreta brani tratti dalle lettere di musicisti famosi (da Mozart a Debussy), l’altro improvvisa al pianoforte brani di quegli autori, mescolandoli con alcune note di canzoni pop.

(Io trovo insopportabile la recitazione del primo e ambigua la performance del secondo: in che senso “improvvisa”?        (altro…)

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beppe-quiriciMagari la sua faccia non vi dice niente. Però sono sicuro che tra i vostri dischi ce ne sono diversi a cui lui aveva collaborato, come arrangiatore o anche come semplice strumentista. Lui è Beppe Quirici, che è morto oggi, all’età di 55 anni. Tra gli artisti con cui lavorò ci sono De Andrè, Fossati e tantissimi altri; ma qui vi lascio, se ne avete voglia, una canzone bellissima di un artista meno noto,  Carlo Fava, nella quale la mano sapiente di Quirici si sente fortissima. Era bravo, Beppe Quirici.

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madeleine peyroux

madeleineÈ uscito da qualche giorno il nuovo disco di Madeleine Peyroux, che si intitola Bare Bones. È, al solito, un disco raffinatissimo, impreziosito da arrangiamenti millimetrici e dalla stupenda voce di lei, un po’ Billie Holiday e sempre misurata e caldissima. È un disco forse un po’ più virato al pop rispetto ai precedenti, ma che non dimentica le sonorità jazz, blues e country, che ne sono la cifra musicale più interessante. Già al primo ascolto ho adorato la traccia numero tre, Damn the Circumstances, cantata in punta di voce e saltellante su un ritmo lento e leggerissimo. Ma anche il brano successivo, River of Tears, cattura l’orecchio nel giro di pochi secondi, nella sua pacata suggestione; così come mi è subito sembrata perfetta I must be saved, la penultima delle undici tracce complessive, piccola e affascinante quasi-filastrocca, ritmata con dolcezza da un accompagnamento strumentale ricco e mai invadente.

Insomma è di nuovo un bel disco, questo lavoro di Madeleine Peyroux; forse ha il solo limite di non discostarsi mai molto dai precedenti, di proseguire su una linea ben collaudata, senza rischiare nulla. Ma se avesse rischiato, magari, sarei stato il primo a criticarla… Per cui va bene così, me lo ascolto in questi pomeriggi di inizio primavera, è una colonna sonora quasi perfetta  per le prime luci un po’ più lunghe dell’anno, e mi piace che sia quella sua voce così particolare a farmi compagnia.

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tindersticks

the-hungry-sawNon è una scoperta, lo ammetto: che anzi, questi fanno musica da quindici anni e io, colpevolmente, me ne sono accorto solo tre mesi fa. Però, da quel giorno, li ascolto continuamente, una volta un disco una volta l’altro, e sono sempre più entusiasta. Ammetto anche che i dischi più belli sono anche quelli più vecchi, degli anni Novanta. Con una netta predilezione mia per Tindersticks II, che davvero mi pare eccezionale.

Ma anche il loro ultimo disco, uscito nel 2008, The Hungry Saw, è a mio parere di ottimo livello. Un po’ per la voce di Staurt Staples, ruvida e calda, un po’ per le orchestrazioni sempre così complesse, anche se meno barocche che negli altri dischi più recenti. E ci sono poi alcuni pezzi indimenticabili, davvero: a me fa impazzire la nostalgia energica di Yesterday Tomorrows, che trovo il brano più imponente e coinvolgente dell’intero disco; ma anche The Other Side of the World e All the Love sono brani riuscitissimi, che trainano tutto il disco su livelli di quasi eccellenza.

Scoprirlo, insieme a tutti i precedenti, è stata una specie di ubriacatura o di indigestione. Scusatemi per il ritardo.

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le-luci-della-centrale-elettrica-libretto1Quando uno vince la Targa Tenco come Miglior Opera Prima dell’anno 2008, come è stato per Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica sono lui, in sostanza), bisogna ascoltarselo con calma. Cosa che ho fatto, appunto. E che però non mi ha tolto nessuno dei dubbi che il primo ascolto mi aveva lasciato.

Il titolo, Canzoni da spiaggia deturpata, continua a piacermi molto, in realtà. Forse per l’antipatia che ho sempre avuto per le canzoni da spiaggia vere, quelle che avevo solo voglia di buttarmi a dormire da qualche parte, ma non potevo, perché c’era una lei di turno che cantava a squarciagola fino all’alba, con entusiasmo. Ma, oltre il titolo, davvero non saprei cos’altro scegliere. Di musica non c’è poi molta, nel disco; perché tutto è centrato sui testi. E questi, onestamente, scivolano troppo spesso nel luogo comune finto-cinico-un-po’-volgare, così troppo di moda negli anni ‘oo. «Apri lo scrigno dei preservativi troppo costosi», per esempio. O anche: «Con un alito tremendo ti ho sussurrato all’orecchio: bonjour mon amour»; e ancora: «staremo ad abbaiare a questo cielo da rottamare»: e cioè? (altro…)

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pacifico

pacificoC’era una canzone, nel disco di Pacifico del 2006, che non riuscivo a sentire senza commuovermi, nonostante l’ascoltassi ripetutamente. Forse perché parla di un’età che era la mia, che lo è tuttora. E parla della sottile sensazione di sconfitta che, per certe cose, ogni tanto, a quest’età, ti prende. La canzone si intitola L’incompiuta, ed è il motivo per cui mi sono tanto affezionato a quel disco e al suo autore. Da qualche giorno è uscito anche il nuovo cd di Pacifico. Si intitola Dentro ogni casa. Lo sto ascoltando in questi giorni e non ci ho trovato dentro niente di paragonabile a L’incompiuta; anzi, spesso ho l’impressione che certi arrangiamenti così orchestrali gli abbiano un po’ nuociuto. Però ci ho trovato altre cose che mi sono piaciute, alcune anche molto. Per esempio il primo minuto della prima canzone; o tutto il secondo brano, che si intitola Sembri una foglia ed è forse anche  una bella canzone d’amore; o il finale di Spiccioli o il testo di Dentro ogni casa, il brano che chiude il disco. Pacifico è uno di quegli autori un po’ sottovalutati nel panorama della musica pop italiana, strangolata da una parte dai grandi cantautori della generazione precedente e dall’altra parte dalle Giusy e dalle Laure di turno. A me piace la sua sobrietà, il suo gusto in certi arrangiamenti, il suo saper elencare parole in particolarissime sequenze sillabiche e musicali che si rincorrono fino a ritornelli poco prevedibili e per questo efficacissimi. E poi c’era L’incompiuta, per la quale gli sarò sempre grato.

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frida hyvönen

fridaÈ di qualche mese fa il nuovo disco di Frida Hyvönen, una delle protagoniste principali del movimento indie scandinavo (sì, fa un po’ impressione detto così,; ma è una realtà musicale interessante, sul serio). Si intitola Silence is Wild ed è un bel disco, a doverlo giudicare nel complesso. E però, nonostante diverse belle canzoni, mi pare che abbia qualcosa che convince di meno rispetto al precedente, Until Death Comes, di cui si rimpiange un po’ anche la splendida cover. E nonostante i ripetuti ascolti non sono riuscito a entusiasmarmi come due anni fa, al suo esordio. Forse perché manca di quella efficacissima essenzialità che era la sua cifra più particolare e azzeccata. Lo sforzo di orchestrazione che caratterizza Silence is Wild finisce, secondo me, per renderlo un po’ più dispersivo e meno incisivo e per banalizzarne alcune belle intuizioni musicali. E questo nonostante alcuni brani davvero riusciti, come il primo, Dirty Dancing, oppure My Cousin, o anche, e soprattutto, December, che resta il mio preferito; e nonostante il fatto che, nel complesso, lo ripeto, sia un bel disco da ascoltare.

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antony1Di musica non parlo volentieri, perché non mi sento proprio un esperto del settore. Però sono un ascoltatore parecchio curioso, diciamo, e da semplice ascoltatore qualche cosa riesco anche a pensarla. E in questi giorni penso che mi piace davvero tanto il nuovo disco di Antony, The Crying Light. E penso che più lo riascolto, più mi piace. Forse non ha quell’impatto travolgente che aveva il disco precedente, ma alla lunga distanza è anche più bello. Proprio perché ha un che di meditativo e di maturo in più, un senso di completezza che rende ancora più efficace la voce drammatica di Antony. Due pezzi in particolare meritano un ascolto attento: One Dove, per la sua complessità e l’emozione quasi trattenuta che vibra in sottofondo; e Daylight and the Sun, che davvero sembra un manifesto di equilibrio interiore finalmente trovato. Ma anche il brano finale, Everglade, non riesce a passare senza commuovere almeno un po’.

Si possono pensare tante e varie cose di questo gigante femmineo che ha in timido spregio qualsiasi forma tradizionale di sessualità e lo dimostra nella sua stessa goffa andatura; qualunque cosa ne pensiate, però, non potete non ammettere che la sua voce è unica e il suo modo di interpretare la musica è perfetto (starei per dire: insostituibile) per questi anni di limpida e indecifrabile confusione.

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