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Posts Tagged ‘noia’

Al telefono, qualche sera fa, un mio amico mi dice: «Cazzo, a parlarti sembra che tu non faccia mai niente, che la tua sia una vita piatta e noiosissima… Poi però ogni tanto leggo il tuo blog e mi pare tutto il contrario: alunni stimolanti, un lavoro che ti fa pensare, mille cose che ti succedono e su cui c’è da riflettere. È un mistero questa contraddizione, mi sa che non sei mica tu quello del blog…»

Io rido un po’, ma ci penso sul serio. E penso che le due cose sono entrambe vere: è vero cioè che faccio una vita normalmente noiosa ed è anche vero, però, che è a suo modo eccezionalmente stimolante. Ma è il blog, proprio lui, ad avermelo insegnato. Da quando scrivo quello che mi capita, mi accorgo che effettivamente qualcosa mi capita, tutti i giorni. E che è qualcosa su cui vale la pena di fermarsi un secondo a riflettere. Prima mi pareva che non mi succedesse mai niente di importante.

E mi sa che è così un po’ per chiunque. Tutto sembra sempre uguale perché gli stimoli ci scivolano via senza che li raccogliamo, perché tutto si dimentica nel momento stesso in cui avviene. Appena ci si ferma e ci si pensa un attimo, invece, ci si rende subito conto di avere una vita pienissima di eventi e di incontri e di stimoli e di persone. È il fermarsi a pensare che fa la differenza, quindi.

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mi-manca-laccento-aiuto1Va bene che lo scrivano così gli alunni; va bene che anche nei sondaggi delle televisioni sia immancabilmente privo della sua necessaria appendice; va bene che uno, quando scrive rapidamente un esse-emme-esse o commenta velocemente il post di un blog, se ne possa pure dimenticare…

Però, insomma, almeno i titolisti di un quotidiano ad ampia tiratura nazionale, e in particolar modo quando parlano di scuola, se lo potrebbero tenere a mente, quell’accentino. Che è anche una piccola forma di rispetto per se stessi e per il lettore, come scriveva una volta un tale nemmeno tanto stupido.

E perché il sì, orfano di quell’accento,  è anche un po’ meno sì, se non l’avete capito.

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Qualche giorno fa, in Quinta. Prima di cominciare la lezione, dico: «Ragazzi, il test di letteratura lo farei il 22 gennaio». Si sente subito la voce di Benedetta B. che risponde: «Non possiamo, prof. Quel giorno ho l’esame di teoria per la patente».

Bene, penso tra me e me. No, anzi, bene per niente. E poi mi verrebbe voglia di dire altre cose. Senza polemica, figuriamoci, che Benedetta è pure una ragazza sempre educata e perbene e anche (quasi) sempre preparata. Però, pur senza polemica, è chiaro che la frase contiene una gerarchia implicita. E cioé: prima la patente, poi il resto, tra cui la scuola, che è il nostro lavoro, il mio e il suo, di Benedetta.   (altro…)

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E invece lo commento, guarda. Perché non resisto proprio. E perché se lo meritano soprattutto quelli che sotto l’articolo medesimo ci hanno vomitato i loro, di commenti.

E dico subito che a lezione non sono mai noioso quanto vorrei. Che mi lascio trascinare dalla sindrome dell’attimo che fugge e rischio sempre di sembrare, a tratti, brillante o divertente. E me ne vergogno. Tanto, tantissimo. E, quando succede, torno a casa sempre con la sensazione di aver lavorato malissimo. Perché non c’è niente di peggio, credo, del far lezione adeguandosi alla sottocultura imperante del “divertimento”, del “fun” a tutti i costi. Come se solo ciò che diverte fosse degno di essere ascoltato. (altro…)

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