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Posts Tagged ‘razzismo’

«Si raccoglie quello che si semina», mi ha detto stamattina un collega con cui parlavo di un nostro bravissimo ex studente che sta facendo una brillante carriera universitaria.

È una buona regola, in effetti. E mi sa che vale più o meno sempre, quando si parla di sedicenni.

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non tutti come lui lo soSi parlava di sicurezza, qualche mese fa. Si diceva (lo dicevano altri, che avevano il loro bell’interesse a dirlo, effettivamente) che gli italiani soffrono di una terribile percezione di insicurezza e che questo soffrire rischiava di trasformarsi in intolleranza: il corpo sano del paese avrebbe reagito. Si diceva anche che la sicurezza è un tema che la sinistra avrebbe dovuto al più presto fare suo; e che se non lo avesse fatto non avrebbe mai più parlato all’«anima vera» del paese e della società.

Ma lo si diceva senza crederci, in realtà. Perché quello a cui già allora si credeva non pareva del tutto dicibile, non nelle sedi più pubbliche e più aperte al dibattito. Ci sono parole che non vanno pronunciate, insomma. E quello a cui già si credeva era ben più misera cosa: vale a dire che l’intolleranza già era intolleranza, che la sicurezza c’entrava poco (o nulla), che la percezione è parola fin troppo complicata, che l’intolleranza era un passo in bilico sul confine vuoto del razzismo.

La quale ultima parola è assai brutta parola e non si deve nemmeno pronunciare, perché gli italiani non sono razzisti, questo no.        (altro…)

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kunta kinteIo mi ricordo che, quando ero bambino, mi avevano fatto vedere uno sceneggiato trasmesso dalla Rai, la tv pubblica di Stato, che si intitolava Radici. Era una lunga storia di schiavitù, che proseguiva per molte generazioni di schiavi, dal progenitore catturato in Africa e portato nelle piantagioni di cotone dell’America, fino all’ultimo discendente, che guadagnava la libertà grazie alle leggi di Lincoln.

Non mi ricordo molto di quella storia e forse sono stato molto impreciso anche nella sintesi. Ma mi ricordo benissimo (e di questo sono sicuro) il nome di quel primo africano strappato alla sua terra e che quella terra non riusciva mai a dimenticare: si chiamava Kunta Kinte, e non aveva mai smesso di odiare gli uomini che lo avevano condannato al suo destino di schiavo.

Non mi ricordo altro, in realtà;        (altro…)

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ma l'amore che cos'èBenché trovare un articolo di relativo commento sui principali siti on line dell’informazione italiana sia parecchio complicato, oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia. Era il 17 maggio del 1990, infatti, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Solo 19 anni fa, che è abbastanza impressionante.

Non c’è molto da aggiungere. Se non forse ricordare la risoluzione del Parlamento europeo secondo cui l’omofobia è «una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo». E che «l’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza».

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horror in the metropolitanaIl rischio è quello di nutrire i trolls, lo so. E cioè di dare spazio e visibilità a chi non se ne meriterebbe nemmeno un po’, lo so. Ma, per quanto abbia provato a trattenermi per tutto il fine settimana (in omaggio agli inviti di amici), c’è una considerazione che non riesco a non fare a proposito della già vecchia notizia dei vagoni della metro riservati agli extracomunitari (che poi significa a quelli di pelle scura, perché non credo che la regola varrebbe per gli americani o gli svizzeri; che poi significa per i poveri, visto che non credo che la regola potrebbe valere per Didier Drogba o Ronaldinho, che sono neri ed extracomunitari, sempre ammesso che prendano mai la metropolitana).

Dunque, sulla questione dei vagoni della metropolitana riservati ai poveracci (leggermente maleodoranti anche loro, intuisco, giacché farsi la doccia tutti i giorni quando rischi di non avere di che nutrirti non è una priorità esistenziale, immagino);        (altro…)

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Quando il Presidente del consiglio dice che «la sinistra aveva aperto le porte… la sinistra è a favore dell’Italia multietnica», mentre per la destra «non è così», sa quello che dice. O almeno sa quello che dicono i sondaggi. I quali sondaggi, evidentemente, dicono che la maggior parte degli italiani è contro l’idea di un’Italia multietnica.

Non contro coloro che delinquono, non a favore della sicurezza, non tutte queste palle qui: ma proprio contro le etnie, le altre etnie, quelle diverse dall’etnia italiana (che non esiste, ovviamente, ma non fa niente).

Anche la mia vicina di casa ripete sempre di essere contro l’Italia multietnica. E infatti, prima di dirlo, precisa: «Io, che sono razzista…»

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I buuh, i fischi e gli insulti a Mario Balotelli non hanno alcuna legittimità o ragione di esistere. E lo stesso discutere e dividersi sui suoi atteggiamenti provocatori, sui suoi comportamenti in campo, fornisce un paracadute assurdo a chi si lascia andare negli stadi a un comportamento incivile. Che c’entra questo col colore della pelle? I provocatori nel calcio sono tanti, ma nessuno viene trattato così.

Così, ieri, su repubblica.it, con feroce e implacabile determinazione punitiva nei confronti dei tifosi juventini razzisti.  Secondo quel tipico costume italiano della severità terribile e spietata che emerge nel momento dell’emergenza e dello scandalo; e che invece ritorna a essere  nulla assoluto (e assolutorio) in mancanza di emergenza o di boati.        (altro…)

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